Giavazzi sul Corriere della Sera: “Salviamo la legge anti-lobby”

Giavazzi sul Corriere della Sera: “Salviamo la legge anti-lobby”

Roma, 30 marzo – Superamento della pianificazione numerica delle farmacie e liberalizzazione dei farmaci di fascia C: sono queste le misure che, secondo Francesco Giavazzi – economista di impronta liberista ed editorialista del Corriere della Sera, non nuovo a vivaci polemiche con le sigle della farmacia – torna a chiedere dalle colonne del Corriere della Sera, in un’editoriale pubblicato ieri, dove fa il punto sul ddl Concorrenza di ormai imminente approvazione in Commissione Industria al Senato.

È un giudizio sospeso tra apprezzamento e delusione, quello di Giavazzi, che parla del provvedimento predisposto dal Governo nel lontano febbraio 2015 come di una “buona proposta di legge via via svuotata”.

“Lasciar perdere e far decadere la legge sarebbe tuttavia un errore. Qualcosa di buono nella legge è rimasto e c’è ancora tempo per migliorarla” scrive Giavazzi. “L’alternativa è rimandare tutto alla prossima legislatura: questa sì sarebbe la vittoria delle lobby. Ma per salvare la legge le battaglie che il governo deve vincere non sono poche.”

Tra le norme “che erano scritte nel testo originale e sono scomparse”, secondo Giavazzi ve ne sono appunto molte che debbono essere recuperate. E tra queste, appunto, quelle relative alle farmacie già ricordate in premessa. Oltre che sul  superamento della pianificazione numerica delle farmacie, “che è la vera fonte di limitazione della concorrenza”, Giavazzi insiste sulla liberalizzazione dei farmaci di fascia C “prescritti dal medico ma non mutuabili: antidolorifici, antinfiammatori, antidepressivi, anticoncezionali, etc. Per l’acquisto di questi farmaci le famiglie italiane spendono ogni anno circa 3 miliardi di euro. L’esperienza della liberalizzazione di farmaci da banco suggerisce che se anche questi medicinali potessero essere venduti nelle parafarmacie – dove comunque è c’è l’obbligo della presenza di un farmacista – questa spesa potrebbe essere ridotta in maniera significativa.”

Una conclusione che, in passato, è state più volte contestata, in particolare da Federfarma, soprattutto perché tra i farmaci che Giavazzi vorrebbe liberalizzare ci sono stupefacenti, anabolizzanti, ormoni, antitumorali, farmaci cioè sottoposti a limitazioni nella prescrizione, nelle modalità di conservazione e di movimentazione. Non è dunque un caso – osserva al riguardo il sindacato delle farmacie private – “che in nessun Paese europeo sia consentita la vendita di tali medicinali in esercizi diversi dalla farmacia e che grandi Paesi spesso presi a modello come Germania e Francia limitano la vendita di tutti i farmaci, con e senza ricetta, solo alla farmacia.”

Sempre al riguardo, Federfarma non ha mancato di evidenziare (anche in una lettera inviata a inizio agosto 2015 al Corriere della Sera proprio in risposta a Giavazzi) che nei Paesi europei dove è consentita la vendita di alcuni Sop in canali diversi dalla farmacia (come Danimarca, Irlanda, Norvegia, Gran Bretagna, Olanda e Portogallo) la presenza del farmacista non è prevista. “Tale soluzione consente la facile disponibilità di farmaci per piccoli disturbi anche nelle aree di servizio autostradali, dove non sarebbe economicamente sostenibile assicurare la presenza di farmacisti per vendere poche confezioni di medicinali” scriveva Federfarma, centrando quello che è il nodo della questione che, al momento, nessuno sembra voler affrontare e tantomeno risolvere: in Italia fuori dalla farmacia non è finito solo il farmaco, ma anche e soprattutto il farmacista.

Farmacista che, se è per definizione il professionista che tutela e garantisce la salute dei cittadini nella dispensazione del farmaco, lo è in ogni esercizio che la legge abilita alla vendita di farmaci. A meno di non voler affermare che il farmacista della farmacia ha più competenze, qualità e saperi di un farmacista che lavora in una parafarmacia o nella GDO. Cosa che, magari, qualcuno forse arriva pure a pensare, ma che almeno finora  nessuno – tra i dirigenti della professione e gli esponenti della politica – ha avuto l’ardire di sostenere pubblicamente, con tanto di argomentazioni a supporto.

Così, ferme restando le buone ragioni di Federfarma, restano buone anche le ragioni di chi, come Giavazzi, sostiene che i farmacisti delle parafarmacie potrebbero e anzi dovrebbero poter vendere tutta la fascia C, farmaci soggetti a ricetta compresi, con il solo limite del  non rimborso da arte del Ssn. Il busillis  troverà soluzione solo quando – con il dovuto coraggio – si deciderà di aggredirlo alla radice, ridisegnando l’assetto della distribuzione del farmaco in Italia, alla luce di norme, situazioni e condizioni  lontane anni luce da quelle che avevano contraddistinto il servizio farmaceutico fino all’inizio del terzo millennio.

Norme, situazioni e condizioni che –  peraltro – sono destinate a fare i conti con lo tsunami ormai imminente dell’ingresso del capitale e delle catene di farmacie nel retail farmaceutico italiano.

A lume di buon senso, la questione andrebbe risolta il prima possibile e con un minimo di lungimiranza, qualità che si ha purtroppo la tendenza di richiedere sempre e solo agli altri, in particolare ai politici. Non sarà inutile, in  proposito, ricordare un aspetto che molti sembrano avere dimenticato, per quegli strani ma non infrequenti meccanismi di perdita selettiva di memoria: se il busillis è diventato tale è anche perché, ai tempi del vivace dibattito sollevato dalle “lenzuolate” bersaniane che portarono alla nascita delle parafarmacie  e dei corner farmaceutici nella GDO, a battagliare in prima fila affinché, nell’ipotesi della fuoriuscita di Sop e Otc dalla farmacia, non venisse scisso  il binomio farmaco-farmacista, per evidenti ragioni di salute pubblica, erano schierate inizialmente proprio le principali sigle di categoria.

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