Gimbe: “Def 2017, per la sanità pubblica i conti non tornano”

Gimbe: “Def 2017, per la sanità pubblica i conti non tornano”

Roma, 20 aprile – Le cifre del  Documento di economia e finanza 2017, il cui esame ha preso il via ieri in Senato,  prevedono che – a fronte di una crescita media del PIL nominale, nel  triennio 2018-2020, stimata nel  2,9% per anno, l’incremento della spesa sanitaria dovrebbe attestarsi su tasso medio annuo dell’1,3%. In termini finanziari per la sanità pubblica significherebbe passare dai  114,138 miliardi di euro stimati per il 2017 a  115,068 miliardi di euro nel 2018, 116,105 nel 2019 e 118,570 nel 2020.

Cifre assolute sulle quali, secondo il presidente della Fondazione Gimbe Nino Cartabellotta, “è meglio non farsi troppe illusioni, perché negli ultimi anni la sanità ha sempre ricevuto molto meno di quanto previsto dal Def. Clamoroso l’esempio del 2016: i  117,6 miliardi di euro stimati dal Documento di economia e finanza 2013 si sono ridotti a 116,1 con il Def 2014, quindi a € 113,4 con il Def 2015, per arrivare con la Legge di stabilità 2016 a un finanziamento reale di € 111 miliardi, comprensivi di  800 milioni di euro da destinare ai nuovi Lea”.

In materia di economia e finanza, insomma, secondo il presidente di Gimbe non volano soltanto i “verba”, ma anche gli “scripta”.
Se le stime del Def 2017 su aumento del Pil e spesa sanitaria fossero corrette, al di là delle rassicurazioni dall’inconfondibile sapore pre-elettorale, a giudizio di Cartabellotta  esiste una sola chiave di lettura: crescendo meno del Pil nominale, la spesa sanitaria non coprirà nemmeno l’aumento dei prezzi. “In altre parole, nel prossimo triennio la sanità pubblica potrà disporre delle stesse risorse in termini di potere di acquisto solo se la ripresa economica del Paese sarà in linea con previsioni più che ottimistiche, visto che la crescita stimata del Pil è del 2,2% nel 2017 e del 2,9% nel 2018 e nel 2019” spiega il presidente di Gimbe.

“Il dato più preoccupante per la salute delle persone” osserva Cartabellotta “è che secondo il Def 2017 il rapporto tra spesa sanitaria e Pil diminuirà dal 6,7% del 2017 al 6,5% nel 2018 per precipitare al 6,4% dal 2019, una percentuale mai raggiunta in passato. Varcheremo dunque la temuta soglia di allarme fissata dall’Oms, secondo cui sotto il 6,5%, oltre la qualità dell’assistenza e l’accesso alle cure, si riduce anche l’aspettativa di vita delle persone”.
Peraltro nel confronto con gli altri Paesi, i dati Ocse 2016 dimostrano che in Italia la sanità continua inesorabilmente a perdere terreno: la spesa totale pro-capite è inferiore alla media Ocse (3.272 vs 3.814 dollari), in Europa siamo primi solo tra i Paesi (poveri) che spendono meno (Spagna, Slovenia, Portogallo, Repubblica Ceca, Grecia, Slovacchia, Ungheria, Estonia e Lettonia), mentre tra i paesi (ricchi) del G7 siamo fanalino di coda per spesa totale e per spesa pubblica, ma secondi per spesa a carico dei cittadini.
“Anche per questo dato – spiega il presidente di Gimbe  – la chiave di lettura non può che essere univoca: negli ultimi 10 anni la politica si è progressivamente sbarazzata di una consistente quota della spesa pubblica destinata alla sanità senza essere capace di rinforzare la spesa privata intermediata, con la conseguenza che la spesa a carico dei cittadini nel 2016 ha sfiorato i  35 miliardi di euro”.

«Il Def 2017 conferma ulteriormente le perplessità già espresse dalla Fondazione GIMBE sulla sostenibilità dei nuovi Lea, che da grande traguardo politico rischiano di trasformarsi in illusione collettiva con gravi effetti collaterali: allungamento delle liste d’attesa, aumento della spesa out-of-pocket, sino alla rinuncia alle cure”  conclude Cartabellotta. “Infatti, la necessità di estendere oltre ogni limite il consenso ha generato un inaccettabile paradosso figlio di contraddizioni politiche e di una programmazione sanitaria sganciata da quella finanziaria: sulla carta oggi i cittadini dispongono del “paniere Lea” più ricco d’Europa, ma al tempo stesso il Def 2017 conferma che la sanità italiana è agli ultimi posti per la spesa pubblica”.

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