L’Italia dell’Istat: più vecchia, povera e piena di disuguaglianze

L’Italia dell’Istat: più vecchia, povera e piena di disuguaglianze

Roma, 18 maggio – Un Paese sempre più vecchio, pieno di contraddizioni e di diseguaglianze sociali: questa è l’Italia che emerge dal Rapporto annuale 2017 dell’Istat, giunto alla sua 25ma edizione e presentato ieri a Roma.
Altre eloquenti istantanee: gli over-65 sono il 22%, la percentuale più alta nell’Unione europea. Nel contempo si riducono ulteriormente le nascite, che hanno raggiunto  un nuovo minimo (474mila). E quasi sette giovani su 10, tra gli under 35, vivono ancora a casa dei genitori, mentre sono 3,6 milioni le famiglie senza redditi da lavoro e aumenta il numero di quelle che per effetto della crisi rinunciano a qualcosa, anche alle visite mediche specialistiche.
Persiste il dualismo territoriale: nel Mezzogiorno sono più presenti gruppi sociali con profili meno agiati. D’altra parte, spiega il Rapporto, “la capacità redistributiva dell’intervento pubblico è in Italia tra le più basse in Europa”.
“Tra i gruppi sociali le diseguaglianze nelle condizioni di salute sono notevoli” si legge ancora nel Rapporto. “Nel gruppo della classe dirigente tre quarti delle persone si dichiarano in buone condizioni di salute, mentre in quello più svantaggiato di anziane sole e giovani disoccupati la quota scende al 60,5%”.

La diseguaglianza sociale – spiega l’Istat – non è più solo la distanza tra le diverse classi, ma la composizione stessa delle classi. La crescente complessità del mondo del lavoro attuale ha fatto aumentare le diversità non solo tra le professioni ma anche all’interno degli stessi ruoli professionali, acuendo le diseguaglianze tra classi sociali e all’interno di esse”.

La spesa per consumi delle famiglie ricche, della ‘classe dirigente’, è più che doppia rispetto a quella dei nuclei all’ultimo gradino della piramide disegnata dall’Istat, ovvero le famiglie a basso reddito con stranieri.

Una capacità di spesa ridotta significa anche meno opportunità. “Malgrado una maggiore partecipazione al sistema di istruzione delle nuove generazioni dei gruppi svantaggiati rispetto a quelle più anziane” scrive l’Istat  “le differenze sono ancora significative”. Un semplice dato basta a comprovarlo: i giovani con professioni qualificate sono il 7,4% nelle famiglie a basso reddito con stranieri e il 63,1% nella classe dirigente.

L’Istat traccia una nuova mappa socio-economica dell’Italia, dividendo il Paese in nove gruppi in base al reddito, al titolo di studio, alla cittadinanza e non guardando così più solo alla professione, come nelle tradizionali classificazioni. I due sottoinsiemi più numerosi sono quelli delle ‘famiglie di impiegati’, appartenente alla fascia benestante (4,6 milioni di nuclei per un totale di 12,2 milioni di persone) e delle ‘famiglie degli operai in pensione’, fascia a reddito medio (5,8 milioni per un totale di oltre 10,5 milioni di persone).

Quasi sette giovani under 35 su dieci, come già anticipato, vivono ancora nella famiglia di origine: nel 2016 i 15-34enni che stanno a casa dei genitori sono il 68,1% dei coetanei, corrispondenti a 8,6 milioni di individui.

In Italia nel 2016 si contano circa 3 milioni 590 mila famiglie senza redditi da lavoro, ovvero senza occupati o pensionati da lavoro. Si tratta del 13,9% del totale, con la percentuale più alta che si registra nel Mezzogiorno (22,2%). Si tratta di nuclei ‘job less’ dove si va avanti grazie a rendite diverse, affitti o aiuti sociali: nel 2008 queste famiglie erano 3 milioni 172 mila, il 13,2% del totale.

Sono 5 milioni gli stranieri residenti in Italia al 1° gennaio 2017, e prevalentemente vivono nelle Regioni del Centro-Nord. La collettività rumena è di gran lunga la più numerosa (quasi il 23% degli stranieri in Italia); seguono i cittadini albanesi (9,3%) e quelli marocchini (8,7%).

Nel 2016 l’incremento degli stranieri residenti è stato però molto modesto, 2.500 in più rispetto all’anno precedente: ciò – spiega l’istituto di statistica – si deve soprattutto all’aumento delle acquisizioni di cittadinanza (178mila nel 2015). Di queste, quasi il 20% ha riguardato albanesi e oltre il 18% marocchini. I permessi per asilo e motivi umanitari attualmente rappresentano quasi il 10% dei permessi con scadenza (esclusi quindi quelli di lungo periodo), il doppio rispetto al 2013.

Nel 2016 si è registrato un nuovo minimo delle nascite (474mila). Il numero medio di figli per donna si attesta a 1,34 (1,95 per le donne straniere e 1,27 per le italiane). Il saldo naturale (cioè la differenza tra nati e morti) segna nel 2016 il secondo maggior calo di sempre dopo quello del 2015, meno134 mila.

Al 2017 la popolazione residente è scesa a 60,6 milioni. Un nato su cinque in Italia ha almeno un genitore straniero. Dal 2008 le nascite che ogni anno hanno riguardato coppie non italiane sono più di 70mila.

Il progressivo invecchiamento della popolazione è anche il risultato dei miglioramenti della medicina e dei sistemi di cura, del diffondersi di comportamenti e abitudini più salutari, e della diffusione della prevenzione. L’aumento della popolazione anziana, tuttavia, comporta la rapida crescita dei bisogni di cura. In tal senso l’invecchiamento attivo, la lotta alla diffusione di patologie croniche attraverso la prevenzione e l’adozione di stili di vita salutari fin dall’infanzia, rappresenta l’obiettivo da perseguire per garantire la sostenibilità del nostro sistema sanitario, che continua a essere tra i più qualificati nel panorama europeo.

Nonostante la lunga fase recessiva abbia portato anche maggiori difficoltà nell’accesso ai servizi sanitari, non emergono effetti significativi sulle condizioni generali di salute della popolazione, che continuano a migliorare. La longevità della popolazione aumenta e parallelamente si accresce, benché in misura più contenuta, il numero di anni vissuti senza limitazioni nelle attività della vita quotidiana dopo i 65 anni: da 9,0 a 9,9 anni per gli uomini tra il 2008 e il 2015, da 8,9 a 9,6 anni per le donne, nello stesso periodo.

Nel 2016 i giovani tra i 18 e i 24 anni che hanno abbandonato precocemente gli studi sono 575 mila. L’incidenza media di abbandoni scolastici è maggiore tra gli uomini (16,1 per cento in confronto all’11,3 delle donne). Le differenze territoriali sono marcate: il fenomeno è molto più diffuso nel Mezzogiorno (18,4 per cento) rispetto al Nord e al Centro (circa il 10 per cento in entrambi i casi).

La scelta di abbandonare gli studi precocemente può essere associata a una domanda di lavoro che distoglie i giovani dal compimento del loro percorso formativo ma è anche, e più spesso, indicatore di un disagio sociale che si concentra, per l’appunto, nelle aree meno sviluppate del Paese.

Le forti differenze territoriali che connotano il mercato del lavoro italiano condizionano inevitabilmente anche i tassi di occupazione femminile, che passano dal 58,2 per cento nel Nord al 31,7 per cento nel Mezzogiorno.

Ne consegue che il divario di genere nei tassi di occupazione è molto più basso nel Centro-Nord (circa 15 punti percentuali in meno) che nel Mezzogiorno (-23,6 punti percentuali). I gruppi che si caratterizzano per divario più elevato tra tassi di occupazione maschile e femminile nel Mezzogiorno sono quelli delle famiglie dei giovani blue-collar e di quelle degli operai in pensione.
Il Mezzogiorno, peraltro, si caratterizza anche per la quota massima del tasso di inattività femminile (59,2 per cento) e per la presenza di uno “zoccolo duro” di donne da sempre fuori dal mercato del lavoro: il 33,5 per cento delle donne tra 50 e 64 anni contro l’11,8 per cento nel Centro e il 7,0 per cento nel Nord. Nei gruppi, le incidenze di donne di 50-64 anni che non hanno mai lavorato nella vita sono più elevate in quelli delle anziane sole, delle famiglie a basso reddito di soli italiani e di quelle tradizionali della provincia.

 

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