Aids, bambina infetta sospende le terapie e il virus non torna, terzo caso al mondo

Aids, bambina infetta sospende le terapie e il virus non torna, terzo caso al mondo

Roma, 25 luglio – La notizia ha fatto il giro del mondo: una bambina sudafricana ha sconfitto il virus Hiv, responsabile dell’Aids, dopo una cura di 10 mesi nel primo anno di vita. Si tratta del terzo caso al mondo di minore che riesce a sconfiggere l’Hiv.

La bambina, risultata positiva all’Aids al suo 32° giorno di vita, a sole nove settimane era stata sottoposta a terapia antiretrovirale, protrattasi per 10 mesi e sospesa solo quando si era ottenuta la soppressione finale. Da allora a oggi (sono passati nove anni, nei quali la bambina non ha più preso farmaci) si trova in una fase di remissione di lungo termine.

Dal termine della cura, in altre parole, il virus risulta inattivo e la bambina gode di ottima salute, secondo quanto ha riferito  team di ricerca che ha presentato i risultati alla conferenza della International Aids Society in corso a  Parigi, dove si concluderà domani.

I ricercatori hanno ammesso di non sapere perché la bambina sudafricana sia l’unica tra 410 casi curati nella stessa maniera, ad aver raggiunto la remissione per un periodo così lungo. Tuttavia, ha spiegato una delle massime autorità mondiali in materia di Aids,  Anthony Fauci, direttore del National Institute of Allergy and Infectious diseases americano,  che ha finanziato lo studio, “questo nuovo caso rafforza le nostre speranze che il trattamento dei bambini affetti da Hiv per un breve periodo all’inizio dell’infanzia, possa superare l’ostacolo di una terapia che duri tutta la vita”.

Fauci ha precisato che la bimba non ha una mutazione che potrebbe darle una resistenza naturale all’infezione da Hiv. “La remissione” ha spiegato il virologo “sembrerebbe essere legata al trattamento precoce”. Per questo motivo un altro studio in corso sta verificando se sottoporre a terapia neonati con Hiv entro il secondo giorno di vita possa controllare il virus successivamente, all’interruzione della terapia. Lo studio è cominciato nel 2014 in Sud America, Haiti, Africa e Stati Uniti e alcuni dei primi partecipanti potrebbero sospendere il trattamento quest’anno.

Va ricordata la specificità dell’Hiv, che contrariamente ad altri virus, come l’Hcv resposabile dell’epatite C, non viene debellato ma solo “tenuto sotto controllo”, con una carica virale così debole da non potersi replicare o diffondere attraverso rapporti sessuali. Il retrovirus, però, non viene eradicato e definitivamente sconfitto, ma solo mandato in remissione: la persona resta quindi infetta, ma non è contagiosa, perché il virus circolante non si replica.
Quello illustrato a Parigi è il terzo caso al mondo di remissione dell’Hiv in neonati sottoposti a trattamento precoce. Fece scalpore, nel 2014, il caso del Mississippi baby, sottoposto a cure antiretrovirali a sole 30 ore di vita e rimasto 27 mesi senza terapie prima che il virus ricomparisse, con grande delusione della comunità medica, che aveva sperato che il trattamento precoce con i farmaci potesse impedire l’infezione permanente.

La bambina sudafricana fa appunto parte di un trial clinico che investiga l’effetto di un trattamento precocissimo di bambini positivi all’Hiv nelle prime settimane di vita e che prevede la sospensione dei farmaci antiretrovirali per verificare la reazione del virus.

La maggior parte dei pazienti che hanno contratto l’infezione da Hiv rispondono alla sospensione dei farmaci con una risposta virologica aumentata, ma nei bambini trattati molto precocemente potrebbe essere diverso. Ma la questione resta ancora tutta da chiarire e il caso della bimba sudafricana, molto raro, “pone molte più domande che risposte”, come ha efficacemente sintetizzato la presidente del congresso parigino della Ias Linda-Gail Bekker.

Intanto, l’ultimo rapporto dell’Unaids, l’agenzia Onu incaricata di combattere l’Hiv e l’Aids, riporta notizie contrastanti. Una delle buone notizie è che il tasso di mortalità da Aids continua a scendere: nel 2016 i decessi legati alla sindrome da immunodeficienza sono stati un milione, un calo rispetto ai quasi due milioni del 2005, l’anno del picco di mortalità. Un risultato legato, in primo luogo,  all’efficace diffusione dei farmaci antiretrovirali in quasi tutto il mondo.

Sfortunatamente il numero di nuove infezioni, anche se in calo, non scende alla velocità  sperata da Unadis: nel 2016, le persone infettate sono state 1,8 milioni. Si tratta di un calo rispetto al picco d’infezioni del 1997, ovvero 3,2 milioni, ma il calo è stato di appena il 16 per cento dal 2010. Con l’attuale velocità, l’obiettivo ufficiale dell’Onu di ridurre il numero a 500mila nuovi casi all’anno entro il 2020 appare dunque decisamente ottimistico.

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