Ddl Concorrenza, sempre più concreta l’ipotesi di un rinvio a dopo l’estate

Ddl Concorrenza, sempre più concreta l’ipotesi di un rinvio a dopo l’estate

Roma, 27 luglio –  Il ddl Concorrenza segna ancora il passo in Commissione Industria a Palazzo Madama dove, dopo il vaglio di ammissibilità, sono rimasti da esaminare soltanto 15 dei 31 emendamenti presentati al testo, tutti riferiti ovviamente ai cinque articoli modificati a Montecitorio.

Come già raccontato ieri dal nostro giornale, il loro esame  (previsto per le sedute di questa settimana, così da licenziare il provvedimento per l’Aula per il voto finale, in calendario nelle sedute dal 1° al 3 agosto) non può però cominciare: come spiegato martedì scorso dal presidente Massimo Mucchetti (Pd) a uno dei due relatori, Luigi Marino, che chiedeva informazioni intorno ai tempi dei lavori (fatto già di per sè indicativo), sulle proposte correttive debbono ancora pervenire i pareri della 5a Commissione Bilancio e la Relazione tecnica del governo.

Ma la Commissione Bilancio, secondo quanto riferisce una nota dell’agenzia Radiocor, ha avuto un gran daffare: avvalendosi di una similitudine con il triage del pronto soccorso, il suo presidente Giorgio Tonini (Pd, nella foto) ha infatti spiegato che c’erano prima da vagliare provvedimenti in “codice rosso”, come il decreto legge per la crescita del Mezzogiorno e quello contenente norme urgenti per la liquidazione della Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca,  necessariamente prioritari in ragione della loro scadenza

A fronte di questi, il ddl Concorrenza è stato considerato al più un “codice arancione”, e dunque messo in coda. A monte del parere della 5a Commissione, però – ha spiegato Tonini – c’è anche la questione della “relazione tecnica di passaggio” del provvedimento dalla Camera al Senato, bollinata dalla Ragioneria dello Stato, che non risulta ancora essere pervenuta: “Se manca la relazione”  ha ricordato il presidente della  5a Commissione “non possiamo dare il parere: lo vietano le norme”.

Intanto, in attesa di notizie sulla relazione tecnica desaparecida e, a cascata, dei pareri della Bilancio, il tempo stringe e si allontana ogni ora di più la possibilità di licenziare il provvedimento per l’Aula in tempo utile per le già ricordate sedute di inizio agosto. Il che equivale a dire – con buona pace di chi afferma che approvare definitivamente il ddl Concorrenza prima dell’estate è prima di tutto una questione d’onore (come ha fatto l’altro relatore del provvedimento, il pd  Salvatore Tomaselli) – che il disegno di legge scavallerà necessariamente a dopo la pausa estiva, con tutti i rischi del caso.

Alla ripresa dei lavori, infatti, nell’imminenza della manovra di bilancio  – come esplicitamente paventato qualche giorno fa sempre da Mucchetti –  “con ogni probabilità, non ci saranno le condizioni per varare il provvedimento”. 

Va peraltro considerato – anche laddove si registrasse nella giornata di oggi un’improvvisa accelerazione dei lavori – che l’esame degli emendamenti in Commissione potrebbe non essere una sinecura: non appare inutile ricordare che, contravvenendo all’indicazione fornita dalla maggioranza, il presidente Mucchetti ha presentato a sua firma due proposte emendative (in materia di mercato energetico e di assicurazioni) che potrebbero essere un fattore di coagulo dei molti “mal di pancia” dei senatori, a partire da quelli del Pd, scontenti e irritati dal fatto che la Camera, ignorando gli accordi finalizzati ad approvare il provvedimento così come trasmesso dal Senato e ad affidare a provvedimenti successivi eventuali “aggiustamenti” sui punti più controversi, abbia invece messo mano al testo licenziato dal Senato con voto di fiducia, modificandolo.

È chiaro che se mai anche un solo emendamento dovesse essere approvato a Palazzo Madama, per il ddl Concorrenza, a più di due anni e mezzo dalla sua presentazione, suonerebbe il de profundis: un’ulteriore modifica imporrebbe infatti una quinta lettura alla Camera, e con la sessione di bilancio alle porte e la legislatura agli sgoccioli, la sua approvazione prima della scioglimento delle Camere (ormai non lontano) diventerebbe estremamente improbabile.

Restano da comprendere le ragioni dell’inopinato impantanamento del provvedimento proprio sulla dirittura d’arrivo: è infatti del tutto evidente che le difficoltà procedurali, più che una causa sono l’effetto di ragioni a monte. E tutti gli indizi portano allo scontro politico che sarebbe ancora  in corso tra il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda e il segretario del Pd Matteo Renzi (cfr. RIFday del 25 maggio scorso). Con il secondo che – a prestar fede ai retroscena della politica – sarebbe intenzionato a spegnere sul nascere le aspirazioni politiche del primo, ritenuto colpevole di essersi affrancato dal premier dopo la sconfitta al referendum costituzionale di dicembre 2016, per perseguire ambizioni personali.

A confermare che la questione è tutta e squisitamente politica, del resto, alla fine è stato lo stesso relatore Marino. Che non più tardi dell’altro ieri chiedeva chiarimenti sui tempi del provvedimento, denotando in questo modo l’esistenza di evidenti perplessità sulle reali intenzioni della maggioranza e del governo in ordine alle sorti del ddl (intenzioni sulle quali il relatore, che della maggioranza è espressione, deve essere per definizione e ruolo pienamente consapevole e informato), ma che è stato costretto dall’impasse di questi giorni a “buttarla in politica” (appunto!) anche per allontanare dal Senato, e quindi da sé,  il calice della responsabilità dell’eventuale fallimento del ddl Concorrenza.

Continuando a sostenere la causa di un’approvazione del provvedimento prima che il Senato chiuda i battenti per la pausa estiva, Marino ha infatti osservato che “la scelta non può che essere del Pd, visto che il presidente della Commissione Bilancio è del Pd, il Governo è guidato dal Pd così come il ministero dei Rapporti con il Parlamento”. Che equivale a dire che, se il “leggicidio” finirà per essere consumato, si sa già chi è il colpevole.

Questa la situazione, dunque, che resta in ogni caso aperta a ogni soluzione: un lancio dell’Ansa di ieri, ad esempio,  raccogliendo probabilmente voci filtrate dai palazzi, informa che il ddl dovrebbe arrivare in Aula a Palazzo Madama mercoledì 2 agosto, con il governo intenzionato a porre la questione di fiducia sul voto (e qui, alla luce delle fibrillazioni della maggioranza, che hanno anche prodotto le dimissioni di esponenti del Governo, bisognerà vedere su quali numeri potrà contare l’esecutivo guidato da Gentiloni).

La confusione sotto il cielo resta dunque grande e giustifica ampiamente le molte domande che da tempo rimbalzano dietro le quinte della politica, riferite all’indecifrabile atteggiamento del Pd nei confronti di un provvedimento presentato e sostenuto con forza e sempre esibito (fino a ieri) come una cristallina, probante espressione di sano e necessario riformismo.

Domande che il nostro giornale ha già proposto con chiarezza due mesi fa, ma che non appare inutile riformulare: un partito riformista, qual è il Pd, può permettersi di lasciare affondare l’ultimo scampolo di riforma della legislatura nella palude di calcoli che niente hanno a che fare con il suo Dna e la sua storia? Può intestarsi la responsabilità dell’affossamento di una legge (per imperfetta che sia) ritenuta necessaria e più volte sollecitata in sede europea? Può esporre l’Italia, dopo un iter legislativo durato due anni e mezzo, al rischio di un fallimento che la coprirebbe di ridicolo, procurando ulteriori danni alla già precaria credibilità del Paese sugli scenari internazionali?

Sono interrogativi ai quali né Renzi né i suoi colonnelli hanno fin qui ritenuto di dover rispondere. E siccome chi tace di norma acconsente, verrebbe da pensare che sì, il Pd evidentemente può e lo vuole. Se così davvero fosse (ma non è detto che lo sia), i molti oppositori del ddl Concorrenza – tra i quali, come è noto, non manca quella fetta molto consistente della professione farmaceutica che saluterebbe con gioia la mancata approvazione della misura che sancirebbe l’ingresso del capitale nella proprietà delle farmacie –  possono cominciare a tirar fuori dal frigo le bottiglie di bollicine.

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