L’Espresso: “L’industria farmaceutica investe in marketing il doppio rispetto alla ricerca”

L’Espresso: “L’industria farmaceutica investe in marketing il doppio rispetto alla ricerca”

Roma, 6 dicembre – “La medicina ha fatto così tanti progressi che ormai più nessuno è sano”. Il noto aforisma di Aldous Huxley è preso in prestito da Gianna Milano, autorevole e “storica” firma del giornalismo scientifico e sanitario, approdata a L’Espresso dopo moltissimi anni trascorsi nella redazione del più diretto concorrente Panorama, per concludere l’articolo con il quale ieri è  tornata ad accendere un riflettore sul fenomeno della “mercificazione” della salute.

La giornalista ripropone il paradigma che si è andato affermando negli ultimi decenni, grazie a spinte (di marketing, più che di merito scientifico e sanitario) che hanno sostanzialmente trasformato milioni e milioni di persone sane in malati immaginari: “Fino alla metà del secolo scorso ci si occupava solo di chi era malato, oggi le malattie si curano prima che si manifestino, si gioca d’anticipo convinti di poterle evitare tutte. E si trasforma chi è sano in malato” scrive infatti Milano. “Comitati di esperti (con conflitti di interessi spesso non dichiarati) hanno man mano abbassato i valori per colesterolo e ipertensione, creando condizioni di pre-malattia, come la pre-ipercolesterolemia o la pre-ipertensione. Condizioni che ovviamente ampliano il numero di chi ricorre a farmaci”.

Denuncia certamente non nuova di un fenomeno sempre più esteso, ma al quale i grandi mezzi di informazione dedicano attenzioni e spazi infinitamente inferiori a quelli garantiti invece a ogni minimo progresso (vero o presunto che sia) che si registra in ambito medico.

La giornalista, al riguardo, fa diversi esempi: da quello dell’overdiagnosis, anche relativamente a patologie temibili come il cancro, in ragione del quale a persone che non presentano sintomi viene diagnosticata – a seguito di indagini sempre più sofisticate che aumentano esponenzialmente il numero delle lesioni piccolissime individuate (talora di pochi millimetri) – una malattia che non sarà mai sintomatica, né causa di mortalità precoce, inducendo a trattamenti inutilmente invasivi e all’assunzione di terapie.
“L’eccessivo potere attribuito alla medicina comporta inevitabili rischi. Soprattutto se la scienza medica, come avviene oggi, si muove in un incrocio di poteri economici, sociali, intellettuali, e di carriere” scrive Milano, che poi ricorda come da metà a un terzo degli studi della ricerca biomedica non arriva alla pubblicazione, perché non esiste obbligo di pubblicare le ricerche svolte. In particolare, non arrivano praticamente mai alla pubblicazione gli studi che si concludono negativamente, sottraendo così informazioni preziose alla conoscenza della comunità scientifica. “La loro mancata pubblicazione porta a una perdita di informazioni vitali” spiega al rigardo Milano. “Nel 2008 fecero scalpore le conclusioni di una ricerca coordinata dall’inglese Irving Hull, uscita sulla rivista online PloS: dopo aver acquisito dalla Fda i dati delle sperimentazioni cliniche (mai pubblicate) sugli antidepressivi di ultima generazione, gli Ssri o inibitori della ricaptazione della serotonina (tra cui il famoso Prozac, farmaco “cult” contro la depressione), il ricercatore concluse che il miglioramento nei pazienti era paragonabile all’effetto di un placebo, ossia un non-farmaco. Intanto, milioni di persone nel mondo ne hanno fatto uso”.
Inevitabile un rilievo critico al settore farmaceutico, dove l’industria dei farmaci investe un terzo del bilancio complessivo in marketing. Uno dei pochi settori, scrive la giornalista, che  “nonostante la crisi economica  non conosce flessioni. Non tanto grazie alla scoperta di nuove molecole, quanto alla promozione su cui i colossi farmaceutici destinano ogni anno decine di miliardi di dollari. La pressione” spiega Milano “si esercita con viaggi, inviti a congressi, regali, campagne di informazione, finanziamenti a società scientifiche e associazioni di malati. E molti medici sono arrivati a considerare ‘normali’ le proprie relazioni pericolose con le aziende farmaceutiche”.
Proprio questo, conclude Milano, è il problema principale, individuato già negli anni ’70 da studiosi come Giulio Maccacaro ma ancora drammaticamente attuale. E riprendere a parlarne più spesso e diffusamente, come fa Milano con il suo articolo, è sicuramente utile per riportare la medicina e le terapie a perseguire l’unico interesse che debbono servire. Che è quello dei malati, non quello dei profitti delle aziende farmaceutiche e dei redditi dei professionisti sanitari.

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