Linkiesta: “Prepariamoci, Amazon cresce ma non cresce il lavoro, anzi diminuisce”

Linkiesta: “Prepariamoci, Amazon cresce ma non cresce il lavoro, anzi diminuisce”

Roma, 19 febbraio – Un interessante servizio del giornale digitale indipendente Linkiesta, prima società editoriale italiana ad azionariato diffuso, torna sulla controversa questione dell’impatto che  i nuovi giganti economici nati grazie alle nuove tecnologie producono su occupazione e sistemi economici: hanno effetti benefici, come ovviamente sostengono gli alfieri della new economy, o alla lunga producono conseguenze depressive, concentrando la ricchezza nelle mani di poche operatori ma disintegrando il tessuto economico tradizionale?

Per rispondere, Linkiesta riporta i risultati di un nuovo report dell’Economic Policy Institute (Epi), secondo il quale  nelle città Usa in cui il colosso di Jeff Bezos si è insediato non si registra in realtà alcun miglioramento in termini occupazionali ma anzi, in alcune aree, i posti di lavoro sono anche diminuiti.

“Il calcolo, conti alla mano, è che mentre l’apertura di un nuovo magazzino porta a un aumento immediato del 30% dei posti di lavoro nel settore della logistica, non ci sono però prove di un miglioramento generale dell’occupazione in quella stessa area”  scrive Linkiesta. Secondo i ricercatori di Epi, la crescita occupazionale nei magazzini di Bezos è pienamente compensata dalle perdite in altri settori nella stessa area. A partire, come è facile prevedere, proprio dal commercio. “Alla fine, bene che vada, c’è un pareggio” annota Linkiesta.

Secondo i risultati dello studio dell’Epi, sintetizzati dai due autori del report Janelle Jones e Ben Zipperer, “la crescita dei posti di lavoro nel magazzino di Amazon è troppo limitata per potersi tradurre anche in ampi guadagni per l’economia locale complessiva”. I dati suggeriscono infatti che quello che si verifica è una sorta di trasferimento occupazionale: lo studio ha analizzato l’andamento occupazionale in 54 centri di smistamento presenti in 34 contee americane tra il 2001 e il 2015, confrontandoli poi con i livelli di occupazione nel settore della logistica su un totale di 1.141 di contee per capire quale fosse l’impatto della presenza di Amazon.

“L’apertura di un magazzino porta alla creazione di nuovi lavori in quel magazzino, ma due anni dopo non produce un aumento generale del livello occupazionale nell’area stessa” si legge nel rapporto,.

L’espansione della rete  Amazon (sono ormai cento i centri aperti negli USA) ha coinciso con un piano strategico in cui l’azienda ha negoziato e ottenuto sgravi fiscali, esenzioni e assistenza infrastrutturale da parte del governo in nome dello sviluppo economico e occupazionale locale. Seguendo questa logica, dalla fine del 2016 Amazon ha ricevuto oltre un miliardo di dollari di sussidi statali e locali per l’apertura di centri di smistamento e spedizione. E le città continuano a fare a gara nell’offrire tassazioni light  per attirare l’attenzione di Bezos, candidandosi a ospitare nuove sedi, come sta avvenendo per il secondo quartier generale dell’azienda:  alcune amministrazioni locali, come quella di Stonecrest, in Georgia, si sono dette disponibili addirittura a cambiare il loro nome in Amazon pur di essere scelte.

La ricerca di Economic Policy Institute, scrive Linkiesta, non è però la prima che mette nero su bianco l’impatto occupazionale negativo di Amazon. E cita al riguardo una serie di inchieste giornalistiche USA: il giornale Quartz, ad esempio, ha calcolato che – dopo un vertiginoso incremento del 40 per cento nel numero di dipendenti assunti nell’ultimo anno da parte di Amazon – la crescita del gigante dell’e-commerce non ha mitigato la perdita di posti nel settore del commercio che ha contribuito a dissolvere. A causa degli investimenti di Amazon nell’automazione, nel 2017 l’occupazione combinata di Amazon e delle società di retail concorrenti diminuirà per un totale di 24 mila posti di lavoro.

Linkiesta riferisce anche di una ricerca dell’Institute for Local Self-Reliance (Ilsr) che ha fatto un confronto sui numeri tra i punti vendita classici e i grandi hub Amazon: se i negozi fisici, in media, impiegano 49 persone per ogni 10 milioni di vendite, nel caso di Amazon si scende a 23 persone.

“Alla perdita di lavoro, è chiaro, si dovrebbe aggiungere anche quella di gettito fiscale locale” si preoccupa di precisare il servizio de Linkiesta, che fa poi cenno anche a un altro studio, “Amazon and Empty Storefronts” (Amazon e vetrine vuote), condotto dalla società di ricerche Civic Economics: questa ricerca ha stimato in 222mila i posti di lavoro netti persi a causa dell’impatto di Amazon nel 2015.

Anche sul fronte dei salari, l’impatto prodotto da Amazon sarebbe tutt’altro che positivo:  una ricerca dell’Economist aveva dimostrato che dopo l’apertura di un magazzino Amazon le retribuzioni locali dei lavoratori diminuiscono in media del 10% rispetto a omologhi lavoratori impiegati altrove.

Per quanto riguarda l’Italia, secondo il servizio de Linkiesta i livelli occupazionali dell’area intorno a Castel San Giovanni, dove dal 2011 sorge il magazzino Amazon più grande d’Italia, non registrano grosse variazioni. Nella provincia di Piacenza, dal 65,6% del 2011, passando per la riduzione fino al 64,4% del 2014, nel 2016 si è risaliti al 66,3 per cento. In quella di Pavia, immediatamente confinante, nel 2011 il tasso di occupazione era al 64,6%, nel 2016 al 65,3%, dopo essere sceso fino al 63,6% nel 2013. Amazon, insomma, non produce sull’occupazione gli effetti benefici che sostiene di favorire. E, se ci sono, non si vedono.

Ma Amazon non ci sta e precisa che, rispetto al report sugli USA dell’Economic Policy Institute, dati del 2016 (quindi più recenti) evidenziano che  oltre ai 200.000 dipendenti di Amazon negli Stati Uniti, gli investimenti del colosso dell’e-commerce hanno portato alla creazione di altri 200.000 posti di lavoro al di fuori di Amazon, che vanno dagli impieghi legati all’edilizia alle posizioni nel settore sanitario. Di fatto, però, annota Linkiesta,  “negli ultimi cinque anni le regioni in cui Amazon ha investito hanno visto calare il rispettivo tasso di disoccupazione in media di 4,8 punti percentuali, spesso portando ad un tasso inferiore alla media del relativo stato”.

Per quanto riguarda il nostro Paese, l’azienda di Jeff Bezos fa notare che dal suo arrivo nel 2010 ha investito in Italia oltre 800 milioni di euro. Oggi Amazon impiega nel nostro Paese 3.500 dipendenti a tempo indeterminato, che corrispondono a una crescita del 75% dall’inizio del 2017, e nel prossimo futuro ha in programma l’assunzione di altre 3.000 persone a tempo indeterminato.

A Castel San Giovanni sono occupate 1600 persone a tempo indeterminato e lo scorso 6 novembre sono stati aperti i nuovi uffici direzionali a Milano che ospitano più di 550 dipendenti, circa il 40% in più rispetto allo scorso anno. Nel 2017 sono stati aperti anche due nuovi centri di distribuzione a Passo Corese e Vercelli, investendo 215 milioni di euro, e cinque depositi di smistamento sul territorio italiano.

Un quarto centro di distribuzione sarà aperto nel 2018 a Torrazza Piemonte e un nuovo centro di smistamento a Casirate, per un totale di oltre 1.600 posti di lavoro a tempo indeterminato, da creare in tre anni dopo l’apertura nell’autunno 2018, un altro investimento importante (150 milioni) per rendere l’Italia una pietra angolare della rete europea di distribuzione di Amazon.

Sono migliaia poi le PMI italiane che stanno facendo crescere con successo la propria attività utilizzando il Marketplace di Amazon.

L’azienda di Bezos, però, sottolinea anche le ricadute positive sull’indotto: secondo la precisazione fornita a Linkiesta, oltre 32 mila aziende in totale tra piccole medie imprese e professionisti hanno sviluppato la propria attività con Amazon Marketplace, Amazon Web Services e Kindle Direct Publishing. Con il numero dei venditori italiani che usano Marketplace più che raddoppiato nel 2017 e un export che ha raggiunto quota euro 350 milioni nel 2017 (+40% rispetto al 2016). Nel complesso, gli artigiani che sfruttano la vetrina Made in Italy hanno visto crescere le vendite in modo significativo (+86%) nel 2017 su Amazon.

Ognuno, insomma,  porta l’acqua al proprio mulino, come è inevitabile. E la questione dell’impatto delle nuove tecnologie sul mercato del lavoro e sull’economia continua a restare controversa. Anche se, misurando a spanne, sembra che alla favola delle “magnifiche sorti e progressive” della new economy, incubatrice di nuovo e più diffuso benessere, ormai siano sempre di meno a crederci, anche tra i giovani.

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