Aceti (TdM): “Tavolo distribuzione, l’algoritmo Sifo va ancora rivisto”

Aceti (TdM): “Tavolo distribuzione, l’algoritmo Sifo va ancora rivisto”

Roma, 15 maggio – Con una tempistica certamente non casuale, al tema del tavolo Sifo sulle modalità di distribuzione del farmaco dedica ampio spazio la newsletter di Federfarma Servizi F-on line, che ha appena pubblicato una lunga intervista a  Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanzattiva (nella foto).

Pur apprezzando l’intento del lavoro condotto dal tavolo Sifo, che a suo giudizio va nella giusta direzione di “mettere a punto uno strumento che cerchi di superare la discrezionalità della politica regionale e di ancorare la scelta a evidenze”, Aceti insiste sulla necessità di approfondire  alcune questioni di indubbia rilevanza. La prima riguarda la giusta considerazione da riservare alle specificità territoriali che caratterizzano il Paese, che presenta non solo un diverso grado di presenza di servizi, ma anche caratteristiche epidemiologiche e sociali molto diverse e questo anche all’interno di una stessa unità amministrativa, che sia la Regione o l’Asl.

In questa situazione, spiega Aceti a F-on line, “spicca il problema della gestione delle aree interne, più disagiate, distanti da grandi centri di agglomerazione e di servizio, talvolta con una maggiore presenza di anziani. Aree che, per altro, rappresentano una fetta non indifferente del Paese, con il 60% della superficie territoriale, il 22% della popolazione e il 52% dei Comuni. Quello che vorremmo sottolineare è che un modello di definizione del canale distributivo del farmaco non può prescindere dalla valutazione di questi elementi e, anzi, dovrebbe essere in grado di cogliere, adattarsi e dare risposta alle diversità e soprattutto alle fragilità di certi territori».

Cosa, sostiene Aceti, che l’algoritmo Sifo non sembra in grado di garantire: “L’algoritmo, che lavora su base regionale, prende a riferimento per ogni item o voce messa a sistema – come per esempio la distanza tra domicilio del paziente e farmacia o centro di distribuzione ospedaliero – un valore medio” spiega al riguardo Aceti. “Il punto è che, difficilmente, una media riesce a essere appropriata per realtà e zone di una stessa regione profondamente diverse una dall’altra e il rischio è di sfavorire gli abitanti delle aree interne, già svantaggiate, poco servite da mezzi pubblici, con una rete stradale insufficiente e una orografia complessa. Riteniamo, quindi, che lo strumento meriti di essere approfondito e irrobustito su questo aspetto. Da parte nostra, per ovviare a criticità che si sviluppano dal calcolo della media, proponiamo di applicare il modello almeno su base provinciale, anziché regionale, o di prevedere un sistema in grado di attribuire agli indicatori pesi diversi a seconda delle caratteristiche delle aree su cui dovrà essere applicato”.
Non bastasse, Aceti alza e amplia ancora il tiro, suggerendo che il lavoro del tavolo prenda in considerazione anche altri fattori che possono contribuire a ridurre le disuguaglianze nell’accessibilità al farmaco, quali per esempio l’età media della popolazione, lo stato di salute, il Pil pro capite, il tasso di rinuncia alle cure. “Si tratta di dimensioni che, a nostro parere, devono entrare nell’analisi e che devono essere valutate, in quanto proprio su questi punti la modalità di distribuzione può fare la differenza” afferma Aceti, che entra nel dettaglio facendo riferimento, ad esempio, agli orari e giorni settimanali di apertura del punto di distribuzione del farmaco. “Orari di apertura poco estesi, incompatibili e incoerenti con il ritmo normale delle persone e della vita lavorativa, hanno un grande impatto sulla vita dei pazienti e dei caregiver e sulla cura” spiega il coordinatore del TdM. “Il livello di accessibilità e qualità del servizio offerto al cittadino conta e deve entrare in un sistema di valutazione del canale distributivo”.

Aceti muove anche un rilievo più generale all’architettura dell’algoritmo: “Non abbiamo trovato un riferimento chiaro ed esplicito al peso che l’algoritmo attribuisce alle due dimensioni attorno cui si sviluppa, dell’economicità del processo e dell’equità dell’accesso, né sono indicati i rispettivi range di accettabilità entro i quali i due valori si muovono” afferma il rappresentante di Cittadinanzattiva. “Ci auguriamo che l’equità dell’accesso concorra almeno con pari dignità, se non di più, nella valutazione del modello di distribuzione da applicare e non possiamo che ribadire, dal nostro punto di vista, che per l’ente o l’istituzione che dovrà utilizzare l’algoritmo questi aspetti siano imprescindibili. Altrimenti, il Servizio sanitario nazionale manca una delle sue missioni principali. Non dimentichiamoci che il nostro è un sistema pubblico e universalistico: per il Ssn guardare alle esigenze appropriate dei cittadini non è un fatto opzionale, ma un elemento fondante”.

Altri fattori che Aceti chiama in causa sono la possibilità di estendere il modello, considerando altre voci come il livello di soddisfazione dell’assistito e della qualità percepita del servizio ricevuto, terreni sui quali il coordinatore del TdM ha buon gioco per rivendicare uno spazio importante per le associazioni dei cittadini e dei pazienti.

“Apprezziamo il fatto che si condivida che la valutazione del servizio sanitario debba essere svolta dalle associazioni di cittadini e pazienti” afferma infatti Aceti al riguardo “ma crediamo che il loro ruolo non debba esaurirsi nella fase di monitoraggio, ma, anzi, siamo convinti che pazienti e cittadini debbano essere attori nella fase di riflessione e di rivalutazione del modello, così come nei successivi momenti decisionali e di definizione delle politiche, che vanno impostate proprio anche sulla base dei dati prodotti da un sistema di valutazione”.
L’osservazione finale è riservata alle modalità di applicazione del modello: “Una volta elaborato l’algoritmo, con il contributo e l’accordo di tutti, riteniamo necessaria, prima di una sua applicazione e messa a sistema, una fase di sperimentazione e di simulazione nei vari territori, dal nord al sud, dalle città metropolitane alle zone periferiche, fino alle aree più complesse e disagiate” propone Aceti. “Questo per avere una rilevazione e valutazione degli impatti realmente prodotti nelle varie situazioni, delle criticità e punti di forza che potranno emergere a seconda delle peculiarità dei territori. Sulla base di dati certi ed evidenze, si potrà avviare un ragionamento per capire eventuali correttivi e valutare se e in che modo portare lo strumento a sistema”.

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