Dati Almalaurea, reggono i livelli  di occupazione dei laureati in farmacia

Dati Almalaurea, reggono i livelli di occupazione dei laureati in farmacia

Roma, 12 giugno – L’allarme che, ormai da tempo, i vertici professionali lanciano a proposito del rischio di aumento esponenziale della disoccupazione dei laureati in farmacia, soprattutto se dovesse perdurare l’assenza di misure correttive (l’adozione del numero chiuso, non sembra scoraggiare i molti giovani che, ancora, vedono nelle laure della facoltà di Farmacia uno degli approdi più promettenti.  Secondo le annuali rilevazioni del consorzio Almalaurea, continua infatti a tenere la forza di attrazione delle lauree in Farmacia e Ctf, grazie soprattutto a dati occupazionali positivi: a un anno dalla laurea, infatti, lavora quasi il 57% dei nuovi laureati, percentuale che raggiunge e supera l’84% a cinque anni dal conseguimento del titolo di studio. E non basta: i laureati del gruppo chimico-farmaceutico sono quelli che, dopo i laureati in ingegneria e quelli  del gruppo scientifico, possono contare sulle  retribuzioni più alte, con 1633 euro mensili netti (contro i  1.753 degli ingegneri e i 1.668  dai laureati scientifici).

È il dato più rilevante, almeno per la professione farmaceutica, che scaturisce dalla edizione 2018 (con dati riferiti al 2017) della  XX indagine Almalaurea sul profilo e sulla condizione occupazionale dei laureati, presentata ieri all’Università di Torino in occasione del convegno dedicato al tema al convegno Mutamenti strutturali, laureati e posti di lavoro.

L’indagine ha coinvolto complessivamente oltre 630 mila laureati di 74 atenei. Oltre a 270 mila laureati del 2016 – sia di primo che di secondo livello – a un anno dal termine degli studi universitari, sono stati contattati tutti i laureati di secondo livello del 2014 (110 mila) a tre anni dal conseguimento del titolo e i laureati di secondo livello del 2012 (108 mila) a cinque anni. Infine due ulteriori indagini, consolidate oramai da anni, hanno riguardato i laureati di primo livello del 2014 e del 2012 che non hanno proseguito la formazione universitaria (circa 80 mila e 68 mila), contattati rispettivamente a tre e cinque anni dalla laurea.

Dai dati del gruppo disciplinare chimico-farmaceutico, consultabili sul sito del consorzio Almaluarea, emerge il costante aumento nel numero di laureati, passati dai 4.322 nel 2012 ai 5.418 del 2016. Sostanzialmente  stabile  l’età di conseguimento della laurea (in media 26,8 anni, contro i 26,7 del 2015), con una permanenza media in università di 7 anni circa e un voto di laurea media di poco superiore a 100 su 110.
Ma, ovviamente, i dati più importanti e indicativi sono quelli sulla condizione occupazionale: come già ricordato, a un anno dalla laurea lavora il 56,8%, percentuale che sale al 79,6% dopo tre anni e all’84,1% dopo cinque. Per contro, a un anno dalla laurea risulta non lavorare e in cerca di lavoro il 28,7%, percentuale che precipita al  9,6% (a 3 anni dalla laurea) e scende ulteriormente(8,3%) a 5 anni) dal titolo.

Se si utilizzano i criteri e le definizioni Istat, il tasso di occupazione  dei laureati del chimico-farmaceutico risulta pari al 75% a un anno dalla laurea (in pratica, a dodici mesi dal conseguimento del titolo lavorano tre laureati su quattro), per salire all’88,9% a 3 anni e all’89% a 5 anni. Il tasso di disoccupazione, per contro, è del 16,1% tra chi ha conseguito la laurea da un anno, e del 5,5% a tre e cinque anni dal titolo. In controtendenza con l‘allarme ricordato a inizio articolo, dunque, si registra un leggero miglioramento rispetto ai dati rilevati lo scorso anno,  quando i tassi di occupazione Istat erano del 72,7% a un anno dalla laurea, dell’86,7% a 3 anni e dell’87,2% a 5 anni e quelli di disoccupazione, rispettivamente, del17%, 7,1%  e 7,4%.

Lavorano  a tempo indeterminato il 21,8% dei laureati a un anno dalla laurea, il 48,7% a tre, il 65,2% a 5, mentre è impiegato in attività autonome (nella categoria sono compresi anche imprenditori, titolari di ditta individuale, eccetera) rispettivamente il 6,3% l’8,3% e il 10,6%.

Emergono (e meriterebbero forse un approfondimento) anche dati che potrebbero sottendere criticità più volte denunciate, come il ricorso a forme contrattuali che potrebbero celare fattispecie non congruenti con la professione farmaceutica:  al 21,8% dei laureati a un anno, infatti, sono applicati contratti formativi (come per esempio l’apprendistato), percentuale che scende all’11% a tre anni dalla laurea e al 2,5% a 5. Via via che ci si allontana dalla laurea diminuiscono anche le tipologie “anomale”  di contratto “anomale” (tempo determinato, a chiamata eccetera): se a un anno dalla laurea riguardano  il 43,9% dei laureati, scendono al 28,5% a tre anni e al 17,8% a 5.

Sempre significativa la diffusione del part time: riguarda il 24,9% dei laureati a un anno dal titolo, il 23,1% a tre anni e il 20,9% a cinque.

Ad assorbire la grande maggioranza dei laureati è sempre il settore privato (assorbe l’89,4% dei laureati a un anno, il 91,7% a tre e l’87,6% a cinque), seguito dall’industria (con percentuali, rispettivamente, del  13,7%, 14,5% 14,8%.

I dati sulle retribuzioni medie mensili confermano il permanere di una differenza di genere: a un anno dalla laurea, un farmacista percepisce 1333 euro contro i 1225 di una collega, scarti che si confermano anche a tre anni dalla laurea (1468 contro 1358) e a cinque anni (1618 contro 1371).

Tiene anche il giudizio positivo sulla qualità della formazione professionale acquisita nel cursus studiorum,  considerata molto adeguata dal 62,9% de laureati, poco dal 32,1% e per niente per il 4,9%.

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