Vitamina D, in Italia aumento di prescrizioni non coerente con le indicazioni della ricerca

Vitamina D, in Italia aumento di prescrizioni non coerente con le indicazioni della ricerca

Roma, 20 luglio – Avevano fatto piuttosto discutere, nello scorso mese di aprile, gli articoli pubblicati dal Journal of the American Medical Association (meglio noto a tutti come Jama) sul ruolo della vitamina D nella prevenzione delle fratture e delle cadute e, in particolare, le nette conclusioni tratte dall’insieme delle evidenze disponibili dalla USPSTF, la United States Preventive Services Task Force: la supplementazione di vitamina D, da sola o con calcio – in soggetti adulti non istituzionalizzati e senza un deficit noto di vitamina D, osteoporosi o precedenti fratture – non è associata a una riduzione dell’incidenza di fratture.

Un risultato che – senza mettere in discussione il ruolo della vitamina D nell’assorbimento del calcio, nel metabolismo osseo o nel mantenimento della forza muscolare e senza inficiare l’osservazione che il deficit di vitamina D sia un fattore di rischio delle cadute e delle fratture negli anziani, a cominciare da quelle del femore – vuole semplicemente significare quel che significa: un soggetto “sano” non ha bisogno di assumere dosi aggiuntive di vitamina D.

Sull’argomento torna opportunamente, con un articolo sulla rivista Ricerca&Pratica, il responsabile del Centro di ricerca e valutazione dei farmaci dell’Istituto superiore di sanità Giuseppe Traversa, partendo proprio dalle conclusioni dell’USPSTF sulla revisione della letteratura riguardante la prevenzione delle fratture, nel corso della quale erano stati esaminati 11 randomized control trial  relativi a 51.419 adulti asintomatici di età superiore a 50 anni. “Secondo la USPSTF, le evidenze sono adeguate per non raccomandare alcuni dosaggi di vitamina D e calcio, mentre sono insufficienti per valutare il bilancio fra benefici e rischi della supplementazione” scrive Traversa, ricordando opportunamente che, sebbene relativamente contenuti, esiste appunto il rischio che la supplementazione di vitamina D e calcio aumenti il rischio di calcoli renali.

Di notevole interesse, per l’esperto dell’Iss, sono anche la revisione della letteratura e le raccomandazioni relative agli interventi di prevenzione delle cadute, a partire dalla correzione che la USPSTF ha effettuato sulla raccomandazione del 2012, a favore della vitamina D, sostituendola con una nuova che è invece “contro la supplementazione di vitamina D per prevenire cadute negli adulti con 65 anni o più”.

“Un’informazione di grande importanza” , per Traversa, è quella relativa agli interventi basati sull’esercizio fisico, che riducono in maniera statisticamente significativa il rischio di andare incontro a cadute dannose. “Tenuto conto della forte associazione fra cadute e fratture, in particolare per le fratture del femore, si comprendono le implicazioni” scrive l’esperto dell’Iss. “Se poi si considera che l’attività fisica ha un effetto complessivo sulla salute – dalle malattie cardiovascolari al diabete, dalla demenza ai tumori – dovrebbe essere chiaro dove spostare l’enfasi delle raccomandazioni”.

Traversa rileva quindi che in Italia, invece, “sono esplose nel tempo le prescrizioni di vitamina D. La formulazione più utilizzata, il colecalciferolo, per anni con livelli d’uso trascurabili, è diventata nel 2016 uno dei dieci farmaci più prescritti in medicina generale, con una spesa di circa 180 milioni di euro. Nel 2017 si stima un aumento ulteriore del 25-30%. In termini di persone esposte, siamo intorno al 10% della popolazione generale che riceve prescrizioni di vitamina D”.

Un fenomeno, quello dell’aumento esponenziale di prescrizioni di vitamina D nella pratica clinica, che a giudizio di Traversa “non è coerente con le raccomandazioni appena discusse. Soprattutto, se si considera che una riserva adeguata di vitamina D durante l’anno può essere ottenuta con un po’ di esposizione al sole durante i mesi estivi, e che promuovendo l’esercizio fisico ci sono ricadute complessivamente positive sullo stato di salute”.

“Insomma, un bell’esempio dell’importanza di riconciliare evidenze scientifiche e pratica medica” conclude Traversa “per migliorare lo stato di salute e liberare risorse verso usi più ragionevoli”.

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