Diabete, sul web e sui social confusione e fake news

Diabete, sul web e sui social confusione e fake news

Roma, 16 novembre – È sui social media che gli italiani trovano la maggior parte delle informazioni online in tema di diabete. In testa Facebook e Twitter, agli ultimi posti le piattaforme di news. YouTube invece genera la maggior parte del ‘coinvolgimento’. A caccia di suggerimenti sull’alimentazione (38%), di tutorial che spieghino come affrontare la malattia (18%), di informazioni su dispositivi medici (17%), di confronto su sintomi (12%), cause (9%), stili di vita (8%), sui social media è facile poter ‘inciampare’in informazioni che nella maggior parte dei casi risultano completamente false: tra le prime 100 affermazioni nei post più virali, il 60% contiene indicazioni errate dal punto di vista medico-scientifico, l’8% parzialmente vere e solo il 32% attendibili. E quel 60% può nascondere pericoli per la salute: in una scala da 0 a 5, 33 mostrano un grado di pericolosità da 2 a 3 e solo 6 sono innocue.

Questi i dati, così come riferiti dall’Ansa, rilevati da un’apposita ricerca sulle fake news in rete sul diabete promossa da Sanofi nell’ambito del progetto #5azioni,  la prima “social academy” per aiutare le persone con diabete ad orientarsi online e sui social.

La ricerca, presentata in occasione della giornata mondiale del diabete, è stata realizzata da Brand Reporter Lab con la partnership dell’Amd, l’Associazione medici diabetologi. La rilevazione è stata effettuata sui big data online dal primo gennaio al 31 settembre 2018, attraverso una piattaforma che ha registrato 133mila post con un totale di 11,4 milioni di interazioni.

È emerso che tra le fonti prevalgono quelle non accreditate, come canali tematici su salute e benessere (30%), spesso di proprietà non specificata e dubbia qualità editoriale, influencer (18%), utenti singoli (8%).

“Dai risultati emerge che i messaggi che viaggiano nel Web 2.0 non sono quasi mai innocui” commenta Diomira Cennamo, direttore scientifico di Brand Reporter Lab.  “Questa consapevolezza dovrebbe investire tutti gli operatori del settore medico e stimolarli all’ascolto, oltre all’attivazione di una presenza sui canali in cui ha luogo l’interazione”.

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