Alzheimer, studio apre alla prospettiva di nuove cure con i farmaci anti-Hiv

Alzheimer, studio apre alla prospettiva di nuove cure con i farmaci anti-Hiv

Roma, 28 novembre – La malattia di Alzheimer è ormai considerata una delle emergenze sanitarie del pianeta, anche in termini tendenziali: nei soli Stati Uniti, la patologia (al momento priva di cure efficaci e ritenuta il fattore di crisi della salute pubblica più scarsamente riconosciuto del 21° secolo) colpisce quasi sei milioni di persone ed è la sesta causa di morte. Ma a spaventare ancora di più è la progressione della sua diffusione: i Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie (Cdc) prevedono che il peso della malattia raddoppierà entro il 2060.

La comunità medico-scientifica lavora con impegno ormai da molti anni per capire le cause dell’Alzheimer e trovare soluzioni e risposte terapeutiche per contrastarlo. Molti studi si sono concentrati  sul cosiddetto gene APP, che codifica la proteina precursore dell’amiloide presente nel cervello e nel midollo spinale, tra gli altri tessuti e organi. Mentre il ruolo esatto della proteina APP è ancora sconosciuto, ma gli scienziati hanno trovato collegamenti tra le mutazioni in questo gene e il rischio di insorgenza precoce della malattia di Alzheimer. Nello specifico, oltre 50 diverse mutazioni nel gene APP possono innescare la condizione, rappresentando circa il 10% di tutti i casi di Alzheimer ad esordio precoce.

Ora, una  nuova ricerca pubblicata sulla rivista Nature apre scenari inediti sul gene APP. Un team di ricerca del Sanford Burnham Prebys Medical Discovery Institute (SBP) di La Jolla, in California, coordinato da Jerold Chun, ha scoperto che lo stesso tipo di enzima che consente all’Hiv di infettare le cellule ricombina il gene APP in un modo da creare migliaia di nuove varianti genetiche nei neuroni delle persone con l’Alzheimer.

 

Le scoperte potrebbero non solo spiegare come l’APP stimola l’accumulo tossico di proteine beta-amiloide,  segno distintivo del morbo di Alzheimer, ma- affrma Chun – “cambia anche radicalmente il modo in cui comprendiamo il cervello e il morbo di Alzheimer”.

In buona sostanza, i nuovi risultati suggeriscono che le terapie antiretrovirali attualmente utilizzate per il trattamento dell’Hiv possono essere utili anche per il trattamento del morbo di Alzheimer. Una prospettiva che, alla luce delle conclusioni della ricerca,  si presenta di grande interesse e che secondo gli autori dello studio giustifica “una valutazione clinica immediata delle terapie antiretrovirali Hiv nelle persone con malattia di Alzheimer”.

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