Gimbe: “Fondi sanitari, privatizzano la sanità e alimentano i consumi a danno del Ssn, serve riforma”

Gimbe: “Fondi sanitari, privatizzano la sanità e alimentano i consumi a danno del Ssn, serve riforma”

Roma, 16 gennaio – Siamo di fronte all’inderogabile necessità di un riordino legislativo della sanità integrativa. Questa la conclusione di un report indipendente realizzato dalla Fondazione Gimbe in occasione dell’indagine conoscitiva sulla materia annunciata dalla Commissione Affari Sociali della Camera.

La secca indicazione di Gimbe nasce dal’aver verificato che il 70% delle risorse dei fondi sanitari, che attualmente coinvolgono oltre 10 milioni di italiani, coprono prestazioni già incluse nei livelli essenziali di assistenza, entrando così di fatto “in concorrenza” con il Servizio sanitario nazionale. Ma soprattutto, osserva il prsidente di Gimbe Nino Cartabellotta (nella foto) “le crepe di una normativa frammentata e incompleta hanno permesso all’intermediazione finanziaria e assicurativa di cavalcare l’onda del welfare aziendale generando profitti grazie alle detrazioni fiscali di cui beneficiano i fondi sanitari e proponendo prestazioni che alimentano il consumismo sanitario e aumentano i rischi per la salute delle persone”.

Il report di Gimbe evidenzia come negli ultimi anni, segnati da un imponente definanziamento della sanità pubblica, si è progressivamente fatta largo l’idea che il cosiddetto “secondo pilastro” – generato da un complicato intreccio tra fondi sanitari, assicurazioni e welfare aziendale – sia l’unica soluzione per garantire la sostenibilità del Ssn. Un punto di vista che, però, Gimbe non solo non sottoscrive, ma addirittura ribalta, ritenendo l’espansione incontrollata del secondo pilastro tra le macro-determinanti della crisi di sostenibilità del Servizio sanitario nazionale

Dopo avere analizzato le determinanti che hanno favorito l’espansione del secondo pilastro e fornito una bussola per orientarsi nel complesso ecosistema dei terzi paganti e delle tipologie di coperture offerte, il rapporto di GImbe snocciola i dati relativi alla spesa sanitaria intermediata da fondi, assicurazioni e altri enti. Nel periodo 2010-2016 il numero dei fondi sanitari è aumentato da 255 a 323, con incremento sia del numero di iscritti (da 3.312.474 a 10.616.847), sia delle risorse impegnate (da € 1,61 a 2,33 miliardi). Tre i dati di particolare rilievo: innanzitutto, la percentuale delle risorse destinate a prestazioni realmente “integrative” rimane stabile intorno al 30%; in secondo luogo a fronte di un incremento medio annuo degli iscritti del 22,3%, quello delle risorse impegnate è del 6,4%: sostanzialmente i fondi incassano sempre di più, ma rimborsano sempre meno; infine, i fondi che intrattengono “relazioni” con compagnie assicurative sono passati dal 55% nel 2013 all’85% nel 2017.

Nel 2016 la spesa privata intermediata ammonta a  5.600,8 milioni di euro ed è sostenuta da varie tipologie di terzi paganti:  3.830,8 milioni di euro da fondi sanitari e polizze collettive, 593 milioni da polizze assicurative individuali,  576 milioni da istituzioni senza scopo di lucro e  601 milioni da imprese. I fondi sanitari registrati all’anagrafe ministeriale sono come già ricordato 323, per un totale di 10.616.847 iscritti (73% lavoratori, 22% familiari e 5% pensionati).

Relativamente ai dati economici, non si conosce né l’ammontare dei contributi versati dagli iscritti, né l’entità del mancato gettito per l’erario connesso alle agevolazioni fiscali, mentre sono noti i rimborsi effettuati dai fondi sanitari, pari a 2,33 miliardi di euro. Di tali risorse, quelle destinate a prestazioni integrative (es. odontoiatria, assistenza a lungo termine) sono poco più del 32%, ovvero quasi il 70% delle risorse copre prestazioni già incluse nei Lea del Ssn.

“Un dato inconfutabile” puntualizza il presidente della Fondazione Gimbe “invita a frenare gli entusiasmi per i fondi sanitari: il 40-50% dei premi versati non si traducono in servizi per gli iscritti perché erosi da costi amministrativi, fondo di garanzia (o oneri di ri-assicurazione) e da eventuali utili di compagnie assicurative. A fronte della crescente bramosia sindacale e imprenditoriale per le varie forme di welfare aziendale” aggiunge Cartabellotta “i fondi sanitari offrono dunque ai lavoratori dipendenti solo vantaggi marginali, mentre a beneficiare dei fondi sanitari sono le imprese che risparmiano sul costo del lavoro, l’intermediazione finanziaria e assicurativa che genera profitti e la sanità privata che aumenta la produzione di prestazioni sanitarie”.

Il report analizza anche tutti gli “effetti collaterali” dei fondi sanitari che favoriscono la privatizzazione, generano iniquità e diseguaglianze, minano la sostenibilità, aumentano la spesa sanitaria delle famiglie e dello Stato, alimentano il consumismo sanitario tramite il sovra-utilizzo di prestazioni sanitarie che possono anche danneggiare la salute delle persone, generano frammentazione dei percorsi assistenziali e compromettono una sana competizione tra gli operatori del settore.

Le nostre analisi  confermano che oggi le potenzialità della sanità integrativa sono compromesse da un’estrema deregulation che da un lato ha permesso ai fondi integrativi di diventare prevalentemente sostitutivi mantenendo le agevolazioni fiscali, dall’altro alle compagnie assicurative di intervenire come “ri-assicuratori” e gestori dei fondi in un contesto creato per enti no-profit”  conclude Cartabellotta, che parte da qui per invocare un Testo Unico della sanità integrativa in grado di:

  • restituire alla sanità integrativa il suo ruolo originale, ovvero quello di rimborsare esclusivamente prestazioni non incluse nei Lea;
  • evitare che il denaro pubblico, sotto forma di incentivi fiscali, venga utilizzato per alimentare i profitti dell’intermediazione finanziaria e assicurativa;
  • tutelare cittadini e pazienti da derive consumistiche dannose per la salute;
  • assicurare una governance nazionale, oggi minacciata dal regionalismo differenziato;
  • garantire a tutti gli operatori del settore le condizioni per una sana competizione.

“Ma ancora prima” conclude Cartabellotta, precisando che anche l’intervento chiesto per i fondi integrativi va inscritto nella campagna Gimbe per salvare il Ssn “è indispensabile che il Ministero della Salute renda pubblicamente accessibile l’anagrafe dei fondi sanitari integrativi per offrire ai cittadini e agli enti di ricerca un’adeguata trasparenza”.

 

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