Il farmaco made in Italy più forte della crisi, in dieci anni +57% di occupati

Il farmaco made in Italy più forte della crisi, in dieci anni +57% di occupati

Roma, 21 gennaio –“I gruppi industriali farmaceutici italiani contribuiscono in modo determinante a rendere il Paese la prima piattaforma produttiva farmaceutica in Europa con un miliardo investito in ricerca e un fatturato complessivo annuo che supera i 31 miliardi”.

È quanto emerge dal Rapporto Nomisma “Industria 2030. La farmaceutica italiana e i suoi campioni alla sfida del nuovo paradigma manifatturiero” sullo stato di salute della farmaceutica made in Italy, presentato venerdì scorso a Roma dalle tredici aziende italiane del farmaco aderenti a Farmindustria: Abiogen Pharma, Alfasigma, Angelini, Chiesi, Dompé, I.B.N. Savio, Italfarmaco, Kedrion, Mediolanum, Menarini, Molteni, Recordati e Zambon. Tutte aziende che “hanno continuato a investire in ricerca e sviluppo nonostante la crisi, aumentando produzione, fatturato e numero di dipendenti”, si legge nel rapporto, del quale riferisce un ampio rescoconto dell’Ansa.

Le esportazioni del settore hanno toccato i 24,8 miliardi di euro nel 2017, il 5,8% del totale manifatturiero italiano, con una crescita del 106,9% negli ultimi dieci anni. Quella delle aziende farmaceutiche italiane, sottolinea il rapporto, è una realtà industriale in forte sviluppo, con ricavi aggregati che superano gli 11 miliardi di euro nel 2017 e in crescita del 70,3% rispetto al dato del 2007 (6,1 miliardi di euro).

Stando ai dati 2017, le aziende del farmaco occupano 42.000 dipendenti, con un aumento del 57% rispetto ai 26.610 occupati del 2007. Del totale dei dipendenti, 15.390 sono quelli impiegati in Italia, di cui oltre il 46% sono donne, con una quota di laureati e diplomati di oltre l’87%. Quasi la metà (46,8%) è occupata in attività di produzione e di ricerca, con un totale di addetti dedicati all’innovazione superiore al 5% in tutte le imprese. Il Rapporto evidenzia come, nel solo triennio 2015-17, il numero dei dipendenti italiani delle Fab13 sia aumentato di oltre 690 unità (da 14.380 a 15.390 che fa segnare un +4.7%).

Le Fab13 – evidenzia ancora il rapporto Nomisma – sono imprese per lo più familiari, e si distinguono “per dimensioni e propensione all’innovazione rispetto alla media delle altre manifatturiere italiane”. La reazione alla perdita di copertura brevettuale, che ha abbassato i prezzi della quasi totalità dei farmaci, ha portato a maggiori investimenti in innovazione nel campo delle biotecnologie e delle terapie geniche.
“I dati delle aziende farmaceutiche sono da record, i 31 miliardi di fatturato celebrano il valore dell’industria italiana. È importante che non vi siano misure pregiudiziali nei confronti di questo settore” commenta il presidente di Farmindustria Massimo Scaccabarozzi (nella foto), sottolineando che “l’industria farmaceutica rende allo Stato, in termini di occupazione e Pil, più di quello che prende“.

Scaccabarozzi torna poi sul tema della governance farmaceutica e afferma che “il dialogo con il ministero della Salute c’è ed è importante”, “si fa male a un’industria che si occupa della salute dei cittadini se si dice che tutti i farmaci sono uguali. Queste parole non sono produttive. La gente – conclude – dovrebbe convincersi che per finanziare la spesa pubblica, ci vuole un’economia forte. E le aziende farmaceutiche fanno un’economia buona”.

“Per continuare a crescere, le aziende farmaceutiche hanno bisogno di regole certe e di un quadro normativo stabile” ha affermato Lucia Aleotti, presidente della multinazionale farmaceutica Menarini a margine della presentazione del Rapporto Nomisma. “Le 13 aziende farmaceutiche italiane hanno 30 stabilimenti in Italia e 26 all’estero,  noi abbiamo detto no alla delocalizzazione, anzi abbiamo fatto il percorso inverso, portando in Italia comparti che prima erano all’estero. Privilegiare l’Italia per Menarini  vuole dire anche rimpatriare cervelli, assumendo laureati e diplomati che in precedenza avevano avuto esperienze fuori dal loro Paese”.

Aleotti si è anche espressa sulla governance farmaceutica e sull’ipotesi che ci siano troppi “farmaci uno uguale all’altro”, ricordando  che “dietro ogni farmaco ci sono persone, una tecnologia eccezionale, stabilimenti e industrie”.

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