Fondi sanitari integrativi, l’Italia ancora in forte ritardo rispetto al resto della Ue

Fondi sanitari integrativi, l’Italia ancora in forte ritardo rispetto al resto della Ue

Roma, 28 gennaio – Un quarto delle spese per la salute sono sostenute direttamente dagli italiani, mettendo mano al portafoglio.  Sul totale della spesa sanitaria registrata in Italia nel 2017, pari a 152,8 miliardi di euro, sono 113,1 (pari al 74% del totale) i miliardi a carico del Ssn e ben 39,7 miliardi (24%) quelli pagati dai cittadini. Per essere precisi, soltanto (si fa per dire…) il 91% della spesa privata è out of pocket (ovvero sostenuta interamente di tasca propria dai cittadini), essendo il restante 9% fatto da spesa intermediata. Ma il dettaglio non sposta di molto nè i termini della questione, nè il consolidamento di due tendenze: la prima  è lo spostamento del finanziamento sempre più a carico dei cittadini della spesa per la salute, l’altra il ritardo del ricorso alla sottoscrizione di forme di sanità integrativa,  ancora molto  limitato rispetto ad altri Paesi europei: in Irlanda, Francia e Paesi Bassi la componente intermediata raggiunge un’incidenza sulla spesa sanitaria privata superiore al 40%.

Questi e altri dati  sono stati presentati a Roma nel corso di un incontro organizzato il 24 gennaio da UniSalute, società del Gruppo Unipol,  player di primo piano nel mercato della sanità integrativa, dove gestisce 43 fondi sanitari integrativi di categoria derivanti da Ccnl.   I dati presentati, riferisce una nota dell’agenzia Askanews,  fanno parte di uno  studio elaborato dalla  European  House-Ambrosetti, che mostra come l’incidenza della spesa sanitaria pubblica italiana sul Pil (pari a 6,6%) sia minore della media europea (7,4%) e nei prossimi anni sia destinata a diminuire e con un gap, rispetto agli altri paesi del Vecchio Continente, destinato ad ampliarsi: Germania, Svezia e Paesi Bassi, ad esempio, spendono più di 4.000 euro l’anno per ogni cittadino, quasi il doppio di quanto spende l’Italia.

La tendenza all’aumento della spesa sanitaria privata e soprattutto di quella out of pocket (ben il 24% in più negli ultimi anni) evidenzia uno stato di sofferenza del nostro sistema sanitario nazionale in considerazione di uno sbilanciamento demografico verso la fascia più anziana delle popolazione, che genera conseguentemente una maggiore domanda di salute.

“Siamo convinti che la sanità integrativa dovrà mantenere e ampliare il ruolo di primo piano grazie  all’importante attività svolta ad oggi  dai  Fondi Sanitari di categoria che hanno consentito di intercettare parte della spesa diretta in sanità per oltre 5,8 milioni di assistiti” ha commentato nel corso dell’incontro l’AD di UniSalute, Fiammetta Fabris (nella foto). “La vivacità e l’attenzione del settore è evidente anche dalle nuove modalità con cui abbiamo saputo insieme intercettare le nuove e diverse esigenze a tutela degli iscritti  e dei loro familiari, cominciando  ad attivare percorsi di presa in carico delle patologie, in particolare quelle croniche, specifici  percorsi di prevenzione personalizzata e modelli di gestione di assistenza domiciliare”.  Restano però aperte, ha aggiunto Fabris “importanti tematiche che costituiscono le sfide anche del Ssn quali la non autosufficienza e i farmaci che pesano per una buona percentuale sul totale della spesa privata totale”.

A chiusura dell’evento, anche in considerazione dell’apertura del prossimo confronto che i fondi avranno sui tavoli ministeriali, Fabris ha inoltre evidenziato come,  in questi anni,  i fondi sanitari di categoria da Ccnl abbiano assicurato prestazioni per un valore di circa 2 miliardi di euro, confermando il ruolo di secondo pilastro della sanità. “È necessario  iniziare delle riflessioni anche interne al sistema” ha concluso Fabris. “Siamo alla vigilia di una stagione importante, con obiettivi precisi: il mantenimento degli investimenti pubblici nel settore, la razionalizzazione della spesa, un maggiore spazio da dedicare su questo fronte nella contrattazione nazionale”.

Si tratta effettivamente di uno dei temi caldi della sanità, come peraltro comprova l’indagine conoscitiva appena avviata sulla materia dalla Commissione Affari sociali di Montecitorio. Un tema sul quale, la scorsa settimana – proprio al ermine della sua audizione in Parlamento – si è espressa la Fondazione Gimbe, con un approccio decisamente diverso, volto a cogliere le criticità del cosiddetto “secondo pilastro”. “Le potenzialità dei fondi sanitari integrativi” ha osservato il presidente di Gimbe Nino Cartabellotta “sono oggi compromesse da una normativa frammentata e incompleta, che da un lato ha permesso ai fondi integrativi di diventare prevalentemente sostitutivi mantenendo le agevolazioni fiscali, dall’altro consente alle compagnie assicurative di intervenire come ‘ri-assicuratori’ e gestori dei fondi in un ecosistema creato per enti no-profit, oltre che di riempire i ‘pacchetti’ dei fondi con prestazioni sanitarie che alimentano il consumismo e rischiano di danneggiare la salute”.

Per evitare derive negative, secondo Cartabellotta, è necessario “un Testo unico in grado di restituire alla sanità integrativa il suo ruolo, ovvero rimborsare esclusivamente prestazioni non incluse nei Lea. Al tempo stesso, bisogna  evitare che il denaro pubblico, sotto forma di incentivi fiscali, venga utilizzato per alimentare i profitti dell’intermediazione finanziaria e assicurativa” ha concluso il presidente Gimbe “e occorre tutelare cittadini e pazienti da derive consumistiche dannose per la salute e  assicurare una governance nazionale,  già minacciata dal regionalismo differenziato, garantendo a tutti gli operatori del settore le condizioni per una sana competizione“.

Print Friendly, PDF & Email
Condividi