Semplificazioni, sui farmaci ammesso al voto solo il payback, salta tetto del 10% a catene

Semplificazioni, sui farmaci ammesso al voto solo il payback, salta tetto del 10% a catene

Roma, 29 gennaio – L’è (quasi) tutto sbagliato, l’è tutto da rifare. Avrebbe anche potuto usare la celeberrima espressione di Gino Bartali, la presidente del Senato Elisabetta Alberti Casellati (nella foto), nell’annunciare lo stop (arrivato dal Colle) ai quasi tre quarti degli 83 emendamenti al testo del ddl di conversione del Decreto Semplificazioni approvati nei giorni scorsi dalle Commissioni riunite Affari costituzionali e lavori pubblici.

Il lavoro di taglio (poco e niente) e cucito (moltissimo) dei senatori che ha portato ad aggiungere al testo del provvedimento tali e tante di quelle nuove misure (negli ambiti più vari)  al testo originario da farne una sorta di legge di bilancio bis, è andato a sbattere contro un principio che il Quirinale aveva ricordato anche molto recentemente, in tutta evidenza invano, al Governo e al Parlamento: un decreto d’urgenza come quello cosiddetto “Semplificazioni” deve rispondere all’unico fine di introdurre disposizioni urgenti (appunto), nel caso di specie per migliorare le farraginose e contorte procedure della pubblica amministrazione. Un principio in fondo semplice, inequivocabilmente ribadito da una sentenza della Consulta di qualche anno fa (per la cronaca, la n. 32/2014): è di fondamentale importanza mantenere entro la cornice costituzionale i rapporti istituzionali tra Governo, Parlamento e Presidente della Repubblica nello svolgimento della funzione legislativa, e dunque non si può trasformare un decreto d’urgenza governativo in una sorta di omnibus su cui far salire di tutto e di più, soprattutto se in manifesta assenza  di nessi di interrelazione funzionale con le originarie disposizioni del decreto-legge.

Pressoché inevitabile, dunque, il colpo di mannaia della presidente Casellati, che ieri,  giornata d’esordio del ddl in Aula, non ha potuto che raccogliere le riserve espresse dal Colle, ammettendo al voto in Aula soltanto 24 degli 83 emendamenti approvati in Commissione, e dichiarando improponibili (ai sensi dell’articolo 97 del regolamento del Senato) tutti gli altri per estraneità all’oggetto della discussione.

La pletora di misure respinte, secondo le voci circolate già subito dopo la decisione della presidente di Palazzo Madama, dovrebbe confluire in un nuovo disegno di legge parlamentare con procedura d’urgenza. Se ne riparlerà (posto che ciò accada davvero) dopo l’approvazione del Decreto Semplificazioni, se va bene a inizio primavera.

La falcidie degli emendamenti ha ovviamente riguardato anche quelli sulla sanità e su farmaci e farmacie: resistono le misure che affidano al ministero della Salute il compito di definire una metodologia per la determinazione del fabbisogno di personale del Ssn e prevedono l’istituzione di un Comitato paritetico con le Regioni per la revisione della normativa in materia di gestione e contenimento del costo del personale stesso, e passa anche l’emendamneto sulla validità delle graduatorie per le procedure concorsuali per l’assunzione di personale medico, tecnico-professionale e infermieristico, bandite dalle aziende e dagli enti del Ssn a decorrere dal 1° gennaio 2020. Passa il vaglio ed è dunque ammesso al voto dell’Aula anche l’esonero della fatturazione elettronica per il 2019 (tra i soggetti esclusi dall’obbligo rientrano anche medici e farmacie), con riferimento alle fatture relative alle prestazioni sanitarie effettuate nei confronti delle persone fisiche.
Per quanto riguarda le misure di più diretto interesse per il settore del farmaco, passa la norma che recepisce l’accordo aziende-Regioni sul payback per risolvere il contenzioso relativo agli anni 2013-2017, con il pagamento da parte delle seconde alle prime di  2,378 miliardi entro il 15 febbraio 2019, la cui corretta ripartizione e i versamenti saranno soggetti alle verifiche e ai riscontri dell’Aifa entro il successivo mese di aprile.

Salta, invece, l’emendamento n. 9.0.19  a prima firma Patuanelli sul numero massimo di esercizi che ogni catena può controllare su base regionale. La misura, come si ricorderà, prevedeva il controllo diretto o indiretto di una stessa società di capitali o cooperativa di  “non più del 10 per cento delle farmacie esistenti nel territorio della medesima regione o provincia autonoma”  e affidava all’Antitrust, in caso di mancato rispetto del limite, il compito di intervenire, applicando “una sanzione di 100mila euro per ogni esercizio di cui la società sia titolare e che risulti eccedente rispetto al limite di cui al primo comma”.
Se ne riparlerà, forse, in altri provvedimenti e occasioni. Sempre ad altri provvedimenti e occasioni sono rinviate anche le misure contenute in alcuni emendamenti accantonati dalle Commissioni riunite, come quelle sulla liberalizzazione della fascia C: c’era chi (come le sigle delle parafarmacie) sperava che i relativi emendamenti potessero essere riproposti in Aula. Una speranza che, ovviamente, è andata anch’essa irrimediabilmente a sbattere contro lo scoglio dell’improponibilità materializzato ieri in Aula dalla presidente Casellati.

Print Friendly, PDF & Email
Condividi