Regionalismo differenziato, l’altolà della Calabria, ma Toti (Liguria) polemizza

Regionalismo differenziato, l’altolà della Calabria, ma Toti (Liguria) polemizza

Roma, 7 febbraio – Il regionalismo differenziato non piace al Sud e, verrebbe da dire, non poteva essere altrimenti.  Contro la riforma che dovrebbe garantire ampi margini di autonomia (soprattutto fiscale) a Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, si sta consolidando un fronte di opposizione che, al momento, ha il suo fulcro nella Regione Calabria: il Consiglio regionale calabrese ha infatti approvato all’unanimità, appena qualche giorno fa, una risoluzione, inviata alla presidenza del Consiglio dei ministri, che diffida ufficialmente il governo dal trasferire ulteriori poteri alle regioni più ricche prima di una “definizione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”.
Una battaglia contro “la secessione dei ricchi” (la definizione è dell’economista Gianfranco Viesti) nella quale la Calabria prova a coinvolgere tutto il Sud, auspicando (come si legge nella ricoluzione appena citata) la costituzione di “una Conferenza degli Uffici di presidenza dei consigli regionali di Campania, Basilicata, Abruzzo, Molise e Puglia al fine di perseguire eventuali convergenze tra le Regioni del Meridione”.
L’idea è quella di provare a mettere tutti d’accordo su una proposta di “regionalismo solidale” che possa essere tradotta in un organico disegno legislativo da proporre al Parlamento, anche con l’obiettivo di contrastare le ipotesi – ritenute diametralmente opposte – che in alcune Regioni del Nord sono state fattepassare a colpi di referendum.
Il punto di partenza del ragionamento che ha portato alla risoluzione della Regione Calabria è che – nel concedere maggiori margini di autonomia, soprattutto fiscale, alle Regioni più ricche  – non si possono non tenere in considerazione le condizioni di partenza di quelle più povere. Dunque su tutela della salute, istruzione, lavoro, ambiente, energia e beni culturali – sostiene il documento approvato dal Consiglio regionale calabrese – non possono e non devono esserci sperequazioni dettate da una minore disponibilità di risorse. Ogni intervento sull’architettura istituzionale deve essere messo perfettamente a punto e definito in ogni suo aspetto, con il  “coinvolgimento delle autonomie locali, dei Presidenti della Province e della Città Metropolitana, del Presidente dell’Anci regionale” e il supporto di esperti giuridici ed economici, partendo dalla pietra d’angolo rappresentata  dai “principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale, tra i quali l’uguaglianza di tutti i cittadini  e l’unità e indivisibilità della Repubblica”.
Contenuti, quelli espressi nella risoluzione calabrese, che suonano come uno stop secco a percorsi di rafforzamento delle autonomie regionali che finirerebbero per concludersi con la prosepttiva di vere e proprie  Regioni-Stato.
“Non abbiamo paura dell’autonomia rafforzata richiesta da tre regioni ma sui diritti dei cittadini e sulla tenuta del Paese non cediamo di un millimetro. L’Italia è una e indivisibile” ha sintetizzato il presidente del Consiglio regionale calabrese Nicola Irto, per mesi impegnato a mettere insieme istanze e mozioni provenienti da tutto l’arco politico per arrivare al testo della risoluzione poi approvata con voto unanime. “Serve una profonda revisione del regionalismo italiano, ma per prima cosa devono essere definiti con precisione i livelli essenziali delle prestazioni sociali e civili a favore di tutti i cittadini italiani. Rifiuto l’idea che una larga parte del territorio nazionale, a cominciare dal Sud, venga considerata la palla al piede del Paese. Il Mezzogiorno è la più grande risorsa dell’Italia”.
Ma c’è chi, come il presidinte della giunta regionale della Liguria Giovanni Toti (nella foto), ritiene che l’inziativa calabrese sia invece un errore. e anche grave. “È un attentato al Sud non cercare di dare un ordinamento più confacente alle esigenze di un Paese moderno, maggiore autonomia per le Regioni vuol dire una maggiore capacità di organizzare, attraverso le istituzioni locali, i territori in base alle loro esigenze” ha affermato ieri il presidente ligure intervendo a Genova alla presentazione del nuovo libro di Roberto Maroni.
“Abbiamo modelli di sanità diversi, modelli di economia diversi, necessità infrastrutturali diverse, anche morfologicamente l’Italia è molto diversa, quindi più autonomia vuol dire riportare la politica vicina ai cittadini contro ivecchi tentativi di accentrare tutto a Roma” ha detto  ancora Toti. “L’accentramento non sempre ha prodotto spesa pubblica qualificata, molto spesso i potentati romani hanno influenzato la spesa pubblica in modo negativo. Riportare i centri di decisione più vicini ai cittadini senza abbandonare i criteri dell’unità nazionale e della solidarietà tra Regione sia un modo più efficiente di erogare i servizi ai cittadini”.
Visioni politiche così diverse lasciano poco spazio alla prospettiva di una sintesi e una composizione. Bene sarebbe, dunque, affrontare il problema considerandolo nel suo stretto merito, ovvero le conseguenze reali che potrebbero derivare dalle cosiddette “autonomie differenziate”. Un contributo in questa direzione è impegnata a darlo la Fondazione Gimbe, che proprio ieri ha avviato una consultazione pubblica  che fornisca contributi utili per analizzare e approfondire il più e meglio possibile i rischi potenziali del regionalismo differenziato.
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