Regioni benchmark, confermate Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna

Regioni benchmark, confermate Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna

Roma, 14 febbraio  – Veneto, Piemonte ed Emilia Romagna sono anche per il 2019 le Regioni benchmark per la sanità nazionale, che saranno il riferimento per la determinazione dei costi standard ai fini del riparto del Fondo sanitario 2019. A deciderlo è stata la Conferenza dei presidenti delle Regioni, che ieri ha effettuato la scelta finale nella cinquina individuata poco più di un mese fa dove, oltre alle tre prescelte, c’erano anche Marche e Umbria.

“Ci confermiamo punto di riferimento in Italia, grazie alla costante ricerca del meglio. In sanità, infatti, se si sta fermi in realtà si arretra; il riconoscimento di oggi è segno che abbiamo saputo andare avanti” è il primo commento del presidente veneto Luca Zaia. “Ringrazio i colleghi presidenti di Regione per la valutazione espressa. Le buone pratiche del Veneto sono e saranno a disposizione di tutto il sistema sanitario nazionale, così come siamo pronti a confrontarci con quelle degli altri per trovare sempre nuovi margini di miglioramento”. ”

Posizione subito ribadita anche dall’assessore alla sanità veneta Manuela Lanzarin (nella foto): “Il riconoscimento di qualità arrivato dai presidenti delle Regioni italiane per la sanità veneta è motivo di orgoglio e stimolo a fare ancora meglio, anche perché si tratta di una riconferma” ha detto Lanzarim dichiarandosi disponibile e pronta,  come assessore del Veneto, “a condividere ogni buona pratica con le altre Regioni. È mettendo assieme il meglio che daremo il meglio delle cure a tutti i cittadini. In Veneto lo stiamo facendo con il nuovo piano socio sanitario 2019-2023, che prevede una fortissima integrazione tra sanitario e sociale, affiancata anche dal nuovo piano contro le povertà”.

Può essere interessante sottolineare che due delle tre Regioni benchmark (Veneto ed Emilia Romagna) sono anche due delle tre capofila del percorso della cosiddetta “autonomia differenziata”, impegnate nel difficile confronto con il Governo centrale per ottenere appunto nuove competenze e nuovi mrgini di autonomie su molte materie, prime tra tutte proprio la sanità.

Altro notazione banale ma certamente non del tutto superflua, è l’assenza delle Regioni del Sud tra quelle indicate come benchmark. Inevitabile, peraltro, perché nessuna Regione meridionale era stata inserita nello scorso gennaio nella cinquina individuata dal ministero della Salute, sulla base dei risultati fatti registrare dalle Regioni italiane nel 2016 in riferimento a una serie di parametri relativi alla qualità, appropriatezza ed efficienza dei servizi sanitari erogati. La circostanza la dice lunga sulla distanza che separa la funzionalità e la qualità dell’assistenza sanitaria nelle diverse parti del Paese e, di fatto, sancisce una volta di più l’esistenza di una vera e propria “questione meridionale” della salute.

Una questione gigantesca, dal momento che nelle Regioni del Sud vivono venti milioni di italiani costretti – dati alla mano – a fare i conti ogni giorno con deficit di risposta rispetto ai bisogni di salute  (tutelati, è bene ricordarlo,  dalla Carta costituzionale) e che politica e istituzioni dovranno finalmente risolversi ad affrontare. Cominciando magari dal confronto (che si annuncia a dir poco problematico) sul “regionalismo differenziato”, che entrerà nel vivo nei prossimi giorni e dal quale scaturiranno con molta probabilità indicazioni probanti su ciò che il Paese (a partire dalla sua classe politica) vuole essere.  Al di là di ogni considerazione di merito, è infatti evidente – lo ha sottolineato con molta efficacia la Fondazione Gimbe – che senza un contestuale potenziamento delle capacità di indirizzo e verifica dello Stato sulle Regioni, il regionalismo differenziato finirà per legittimare normativamente proprio il divario tra Nord e Sud, violando il principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini.

Un rischio che chi persegue l’obiettivo di nuove quote di autonomia ovviamente esclude a priori, sostenendo che la concessione di competenze aggiuntive non metterà a rischio l’unità del Paese, disgregandone il tessuto istituzionale, ma al contrario sarà la “locomotiva” di un percorso che porterà tutte le Regioni su livelli più alti di risposta ai cittadini. Il tema, fin troppo facile prevederlo, nei prossimi giorni incendierà il dibattito politico. La ministra per gli Affari regionali Erika Stefani ha infatti annunciato ieri che i testi delle intese sul rafforzamento delle autonomie di Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna sono pronti, per quanto restino  nodi politici sui quali discutere, e quindi (come da calendario) da domani potrà cominciare il confronto tecnico.

La speranza è che – anzichè restare confinato nelle diatribe tra i diversi schieramenti, molto spesso se non quasi sempre strumentali – la discussione si allarghi nel vivo del Paese: in gioco, infatti, ci  sono le sue sorti, e dunque quelle dei suoi cittadini. E sarebbe davvero inaccettabile  che decisioni tanto importanti  venissero assunte in una cornice di  opposte tifoserie aizzate ad arte, anzichè attraverso un dibattito politico largo, civile e partecipato sul tema.

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