Rilevazione Openpolis, il governo Conte ha la media più bassa di leggi approvate al mese

Rilevazione Openpolis, il governo Conte ha la media più bassa di leggi approvate al mese

Roma, 14 marzo – È  bene precisare subito, soprattutto a beneficio dei malpensanti in servizio permanente effettivo, che i  dati pubblicati ieri dall’Osservatorio legislativo di Openpolis, l’associazione che promuove l’accesso alle informazioni pubbliche come strumento di  trasparenza e  partecipazione democratica dei cittadini, non costituiscono un giudizio politico, ma sono semplicemente la rilevazione di quanto fin qui avvenuto nella produzione legislativa del governo Conte. Che, rileva Openpolis,  continua a essere molto bassa.

Quantità non vuole certamente dire qualità, ma è indiscutibile il fatto che l’attuale esecutivo stia approvando un numero di leggi inferiore rispetto a quelli precedenti” annota Openpolis, precisando che nei nove mesi di vita del governo sono state approvate 32 leggi, poco più di 3 al mese. Il dato è la metà della media registrata dagli esecutivi precedenti. Dal governo Berlusconi IV in poi gli esecutivi che si sono succeduti hanno infatti approvato una media di 6,54 leggi al mese. Il numero di leggi approvate al mese, dunque,  è la metà rispetto agli esecutivi precedenti.

Tra le passate legislature prese in considerazione da Openpolis  (XVI e XVII), i confronti più appropriati sono quelli con gli esecutivi che hanno cominciato i diversi quinquennati, ovvero il Berlusconi IV e il governo Letta. Ciò, spiega Openpolis, perchè gli altri governi (quelli insediatisi dopo una crisi, come ad esempio il governo Renzi) hanno potuto godere del lavoro fatto dagli esecutivi che li hanno preceduti, e sono stati quindi facilitati nell’ottenere un dato medio più alto.

Ciò precisato, anche i governi che – come quello giallo-verde guidato da Conte – hanno iniziato la legislatura hanno un dato medio di produzione legilsativa più alto: il governo Berlusconi IV con 6,64 leggi al mese e il governo Letta con 4,67. Si tratta di dati che,  ovviamente, non bastano per valutare la bontà delle proposte normative avanzate dall’esecutivo, ma ciò nonostante, annota Openpolis, sono comunque indicativi di un cambio di passo rispetto al passato. I dati, insomma, dicono che il governo Conte ha scalato marcia, passando a quella inferiore.

Un altro modo per affrontare la questione, per Openpolis,  è vedere la natura delle proposte che il governo ha presentato al parlamento. Da quando si è insediato il governo Conte ha portato all’attenzione dell’aula 56 testi, ma quasi la metà (il 48%) sono ratifiche di trattati internazionali. Si tratta della percentuale più alta tra i 6 governi presi in considerazione. Tra i 9 disegni di legge “ordinari” presentati dalla squadra di Conte abbiamo: il ddl anticorruzione, la legge europea e la legge di delegazione europea, alcuni provvedimenti collegati alla manovra economica e un ddl contro la violenza di genere.

Per il resto, il governo ha presentato al parlamento una percentuale decisamente alta di decreti legge (il 26,79% del totale), un valore – rileva Openpolis – superato solo dal governo Monti (28,15%). Va però ricordato che quell’esecutivo (che portò a termine la XVI legislatura) arrivò in un momento di forte crisi economica e istituzionale, e che era composto interamente da ministri tecnici.

Ma è  mettendo insieme i diversi aspetti dell’attuale situazione politica che emergono le reali problematiche della produzione legislativa di parlamento e governo in questa legislatura. “Se alcuni mali sono cronici, come la predominanza dell’iniziativa governativa su quella parlamentare” scrive Openpolis “quello che invece sembra essere una novità è la mancanza di vie alternative alla decretazione d’urgenza”.

L’unico strumento utilizzato fin qui dal governo per avanzare il suo programma è l’emanazione di decreti legge I disegni di leggi “ordinari” per avanzare proposte di governo sono infatti pochi, e raramente vengono discussi dall’aula. Non solo, le proposte politiche dei parlamentari hanno conseguentemente pochissimo spazio a Montecitorio e Palazzo Madama, e quando lo hanno riguardano materie marginali.Non è una novità che gli ultimi governi abbiano fatto un utilizzo eccessivo (e secondo Openpolis sbagliato, a termini di Costituzione)  dei decreti legge. L’articolo 77 della Carta costituzionale dà la possibilità all’esecutivo di intervenire con un provvedimento che ha effetto immediato, il decreto, in casi di necessità e urgenza. Ma sempre più spesso si fa ricorso allo strumento in maniera impropria, utilizzandolo non per emergenze o urgenze, ma per implementare il programma di governo: l’esecutivo guidato da  Conte. composto da forze che all’opposizione tuonavano contro questa pratica e che, coerentemente, avrebbe dunque dovuto prenderne le distanze, in realtà non ha fatto altro che perpetuarla. Alcune urgenze tali da richiedere la decretazione d’urgenza ci sono effettivamente state, come il crollo del ponte di Genova e il salvataggio di banca Carige, situazioni che hanno giustamente richiesto l’approvazione in Consiglio dei ministri di specifici decreti, ma numerosi altri testi invece sono stati deliberati per affrontare necessità sopraggiunte nel corso dei mesi, che è oggettivamente difficile categorizzate come “emergenze”, si veda 8solo per fare u esempio)  il decreto per il rinnovo dei consigli degli ordini forensi.

Altra questione non da poco, secondo Openpolis,  riguarda invece il come questi provvedimenti arrivano in parlamento, con prassi che talvolta producono effetti umoristici, almeno dal punto di vista semantico: si veda il caso del decreto Semplificazioni, approvato con voto di  fiducia e messo insieme (con buona pace del suo nome) accorpando al suo interno altri due decreti che trattavano di tutt’altro. Questo è stato permesso perché è prassi sempre più comune approvare decreti omnibus, che riguardano quindi diverse materie. Questo di fatto è già un problema, annota Openpolis, considerando quanto prescritto dalla legge 400 del 1988, che prevede espressamente (art.15, comma 4) che “i decreti devono contenere misure di immediata applicazione e il loro contenuto deve essere specifico, omogeneo e corrispondente al titolo”.

“Sembra quindi evidente che non solo vengono presentati tanti decreti in maniera inopportuna” annota Openpolis nella sua analisi “ma che spesso non arrivano in parlamento finalizzati, richiedendo contorte trattazioni parlamentari. Abusare dei decreti legge è sbagliato, farlo su provvedimenti non finalizzati è ancora peggio. Si rischia infatti di generare confusione procedurale e legislativa”.

Tutti i principali provvedimenti del governo, come per esempio il decreto Sicurezza o il decreto Dignità, hanno visto il numero di commi incrementare durante la trattazione in aula.Un elemento che di per sè sarebbe positivo, visto che dà maggiore centralità al parlamento, se non fosse che avviene su decreti legge. “I decreti non dovrebbero essere rivoluzionati in parlamento, e questo continuo aumento di commi nella trattazione parlamentare non è certamente un elemento da sottovalutare” scrive al riguardo Openpolis. “Non andrebbero rivoluzionati perché hanno effetto immediato, e i troppi cambiamenti potrebbero creare situazioni giuridiche ambigue.

Nonostante uno specifico  intervento del Quirinale per limitare il numero di emendamenti, proprio per i motivi appena citati, i commi del decreto semplificazioni da 39 sono diventati 152 (+289%), avendo accorpato altri due decreti. Destino analogo per il decreto fiscale, passato da 126 a 229 (+81%) o il decreto dignità, passato da 48 commi a 97 (+102%). Numeri da non sottovalutare considerando che, come fatto notare dal Comitato per la legislazione di Montecitorio, durante i primi sei mesi del governo Letta l’aumento medio di commi sui decreti del governo era del 55%.

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