IBL su payback: “Il governo lo ha messo a regime, ma val la pena tenerlo in piedi?”

IBL su payback: “Il governo lo ha messo a regime, ma val la pena tenerlo in piedi?”

Roma, 28 marzo – Pay back, ma vale la pena di tenerlo ancora in piedi? È  la domanda che si è posto e alla quale ha cercato di rispondere l’Istituto Bruno Leoni, uno dei principali think tank del pensiero liberista in Italia, che due settimane fa ha  pubblicato un briefing paper che si interroga proprio su questa misura, introdotta da una norma della Finanziaria 2007.

“La legge di bilancio 2019  ha cambiato metodo di calcolo, delineando un passaggio al calcolo del payback sulla base delle quote di mercato delle varie aziende, che se non altro dovrebbe semplificare di molto le procedure e dovrebbe porre fine all’eccessiva penalizzazione delle aziende in crescita a favore di quelle mature” si legge nel documento. “In particolare, si prevede che l’Aifa rilevi il fatturato delle aziende farmaceutiche sulla base dei dati delle fatture elettroniche emesse durante l’anno. Sulla base del fatturato poi Aifa determinerà le quote di mercato di ciascuna azienda, che in ultima analisi serviranno a calcolare le quote di payback dovute dalle singole aziende farmaceutiche”.

Ma non è l’unica novità in materia introdotta dall’ultima manovra: la legge di bilancio 2019 estende, di fatto, il meccanismo del payback a parte dei farmaci orfani, utilizzati per le cure delle malattie rare. Il testo della legge prevede infatti l’esplicita esclusione dal calcolo del payback dei “farmaci inseriti nel registro dei medicinali orfani per uso umano dell’Unione Europea”.  In questo modo, però, non vengono esclusi – e quindi sono da considerare inclusi per la prima volta nel calcolo del payback – i farmaci orfani che hanno perso l’esclusività del mercato e quelli cosiddetti orphan-like (farmaci orfani di fatto ma privi della dicitura semplicemente perché approvati prima del regolamento europeo del 1999 che ha introdotto la definizione). La direttrice dell’Osservatorio Malattie Rare, Ilaria Ciancaleoni Bartoli, sollevò il problema all’inizio dello scorso gennaio,  parlando di 39 medicine escluse dall’esenzione del payback, che nel 90% dei casi non hanno alternative terapeutiche, con il risultato di far pagare  “circa 200 milioni di euro ogni anno alle aziende che si impegnano per i malati rari”.  

Altre modifiche al regime del pay back sono poi arrivate dal Decreto Semplificazioni, grazie all’emendamento presentato dal presidente della Commissione Sanità del Senato Pierpaolo Sileri  che introdusse nel provvedimento i termi dell’accordo sancito da Regioni e Farmindustria, con il quale viene di fatto stabilizzato il meccanismo del payback e si mette fine al contenzioso per gli anni dal 2013 al 2018.

La misura, come si ricorderà, stabilisce che per il periodo 2013-2017 le imprese ritirino tutti i ricorsi in atto e paghino gli importi di payback ancora dovuti: circa 2,4 miliardi (una somma inferiore a quella inizialmente calcolata da Aifa che superava i 3 miliardi). Per il 2018 viene prevista una riduzione del 12,5% sul valore del payback che stabilirà Aifa.

La conclusione del briefing paper dell’Istituto Leoni, firmato da Paolo Belardinelli, sul nuovo payback delle medicine così come ridisegnato dal governo Conte è la seguente: “L’insieme di queste previsioni, al di là della disciplina pratica, hanno una conseguenza dirompente a livello sistematico. Esse, infatti, implicano che il payback, da misura provvisoria per ripianare, in via eccezionale, il sottofinanziamento della spesa farmaceutica, diventi a tutti gli effetti e in via ordinaria una modalità di finanziamento della stessa”.

“In questo modo”  sottolinea il documento dell’Ibl  “si condiziona l’adempimento del servizio sanitario finalizzato a soddisfare, come da programma costituzionale, un diritto fondamentale dell’individuo e un interesse generale della collettività alle vicende aziendali dei finanziatori del payback (ossia, alle aziende farmaceutiche). La gestione pubblica del servizio sanitario, invece, nasce e si giustifica proprio per sottrarre quel diritto a tali vicende, senza che la salute debba seguire le scelte aziendali, gli errori, i fallimenti, le strategie del settore privato”.

“Mettendo a regime la misura del payback si condiziona dunque, contrariamente al motivo stesso per cui esiste il sistema sanitario nazionale” osserva il briefing paper “l’adempimento del dovere di garantire il diritto alla salute a dei debitori (le aziende farmaceutiche, ovvero imprese private) che ontologicamente non hanno questo dovere, con tutte le conseguenze pratiche che possono derivarne”.

“La copertura pubblica comporta il rischio che, per esigenze politiche, le risorse per la spesa farmaceutica vengano ridotte, come avviene nel caso del payback, al fine di poterle utilizzare (si spera bene, ma spesso male) altrove” conclude il documento dell’Istituto Bruno Leoni. “Rivedere il sistema di finanziamento nel suo complesso sembrerebbe l’alternativa più sicura sia per le aziende farmaceutiche che vogliono continuare a produrre e a investire in Italia sia per i pazienti che beneficiano dei loro prodotti”.

Ma se dirlo (e scriverlo) è relativamente facile, farlo è pressoché impossibile: significherebbe di fatto ridiscutere pezzi e meccanismi importanti del sistema di welfare e di copertura sanitaria in Italia. Una prospettiva che – nel breve periodo, e forse non solo – appare del tutto impraticabile.

 

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