Progetto Aifa sui farmaci “sfusi”, i silenzi prudenti (finora) di industria e farmacia

Progetto Aifa sui farmaci “sfusi”, i silenzi prudenti (finora) di industria e farmacia

Roma, 12 aprile – Probabilmente nell’attesa di conoscere meglio quali siano i termini del progetto annunciato due giorni fa dal DG Aifa Luca Li Bassi a Fuori Tg, la rubrica del Tg3 condotta da Maria Rosaria De Medici, relativo alla possibilità di  dispensare ai pazienti in farmacia il numero di dosi di farmaco strettamente correlato alle necessità del ciclo terapeutico prescritto dal medico, le sigle delle aziende produttrici e della farmacia hanno fin qui preferito evitare di diffondere dichiarazioni ufficiali sull’iniziativa, anche se è molto probabile che qualche commento e presa di posizione possa arrivare da Bologna, dove oggi si aprono i lavori di Cosmofarma.

Come già riferito ieri dal nostro giornale, la proposta di Li Bassi ha intanto incassato subito l’endorsement della ministra della Salute Giulia Grillo, che ha affermato che quella della vendita di farmaci ‘sfusi’  “è una grande battaglia che ho portato avanti già dalla scorsa legislatura e che abbiamo inserito anche nel documento per la nuova governance farmaceutica“, aggiungendo che l’iniziativa annunciata dall’Aifa, della quale si sta già occupando un gruppo di lavoro interno all’agenzia, “è una sperimentazione che potrebbe rivoluzionare la vendita dei farmaci al dettaglio nel nostro Paese. Sarebbe veramente un grande passo avanti”.

Va detto che sulla questione – davvero non nuova e periodicamente riproposta a livello legislativo, fin qui senza grandi esiti – le sigle dei produttori hanno sempre mantenuto un profilo  a dir poco basso, evitando di alimentare eventuali discussioni con sortite pubbliche. E se è vero che anche il silenzio parla, è ragionevole ritenere che il suo significato, nel caso di specie,  suoni come una presa di distanza dalla misura, se non proprio come un giudizio negativo.

Più esplicita e chiara, invece, la posizione dei farmacisti. Che, non più tardi dello scorso autunno, intervennero sul tema  con il presidente di Federfarma Marco Cossolo, in risposta alle dichirazioni rese dalla stessa ministra Grillo in una trasmissione radiofonica notturna. Alla titolare del dicastero, che  sosteneva la dispensazione dei famaci in dosi corrispondenti alla terapia prescritta come un efficace rimedio agli sprechi, il presidente del sindacato dei titolari rispose che si tratta di una possibilità che farmacie e farmacisti, in linea di principio, sono certamente disposti a considerare.

“L’attività professionale del farmacista può sicuramente aiutare a risparmiare ed evitare sprechi” affermò Cossolo nell’occasione. “Ovviamente, la soluzione non è prendere i farmaci da un boccione, ma vanno studiate metodologie appropriate, anche ai fini di una migliore aderenza terapeutica”.

L’ipotesi di vendita di dosi commisurate alle esigenze della terapia, in quel caso, offrì anche il destro per una riflessione sull’attuale situazione delle modalità di  dispensazione dei farmaci, che vede prevalere la distribuzione diretta da parte delle strutture pubbliche, come comprovato dai dati Iqvia, dai quali risulta con chiarezza il ricorso sempre più ingente all’acquisto diretto dei farmaci e, per contro, la diminuzione della spesa convenzionata nelle farmacie del territorio, situazione peraltro confermata nei primi mesi del 2019.

Come si “incastra”, dunque,  la previsione di dosi correlate alla terapia in questa situazione? La distribuzione diretta, come pubblicamente sottolineato più volte dall’allora coordinatore di Cittadinanzattiva, Tonino Aceti (dallo scorso febbraio portavoce della Fnopi, la federazione professionale degli infermieri), è una delle cause dei grandi quantitativi di farmaci che risultano inutilizzati. A fronte dei risparmi derivanti dalle procedure di acquisto mediante gare delle Asl, Aceti puntava l’indice contro gli ingenti sprechi dovuti al ritiro di farmaci da parte dei pazienti, spesso in quantità  rilevanti, soprattutto in caso di cronicità.  “Le condizioni di salute del malato possono cambiare” denunciava Aceti “e, quindi, cambia la terapia e i medicinali ritirati nelle strutture pubbliche non sono più utili. Così, un risparmio ottenuto nella procedura d’acquisto potrebbe risultare vanificato”.

Un fenomeno più volte denunciato anche da Federfarma, che al riguardo aveva anche attivato  una sorta di indagine, invitando gli associati a registrare e a segnalare la consegna dei farmaci distribuiti direttamente dalle Asl e riportati poi in farmacia dal paziente o dai suoi familiari, che peraltro non possono essere ritirati dal farmacista, se non nell’ambito di un programma strutturato e validato di recupero per un loro successivo utilizzo a favore di soggetti fragili e non abbienti. La rilevazione, priva ovviamente di  significato scientifico o statistico, si proponeva solo di “far emergere le sommarie dimensioni del fenomeno”.

Si tratta in ogni caso di situazioni che il progetto allo studio in Aifa non potrà fare a meno di considerare. Resta da vedere in che modo. Se, nella cornice della personalizzazione delle terapie verso la quale muove la medicina moderna, è del tutto coerente creare le condizioni per una “personalizzazione anche quantitativa” delle cure farmacologiche (il copyright è sempre di Aceti), bisogna fare in modo che questa sia realizzabile senza che ne risulti penalizzato l’accesso da parte dei pazienti e garantendo il massimo controllo e il monitoraggio della  dispensazione. Condizioni che la farmacia convenzionata è certamente in grado di soddisfare pienamente e in ogni angolo del Paese. E che potrebbero essere invece più problematiche, almeno in certe aree, per le strutture pubbliche.

 

 

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