Roma, 19 aprile – A leggere il florilegio di dichiarazioni rese dai parlamentari invitati da Federfarma a intervenire a Bologna alla 20a edizione di Cosmofarma, il quadro che emerge è quello di un’univoca presa di distanza dei partiti della maggioranza di governo dalle parafarmacie, considerate “un’anomalia italiana” che, in qualche modo, deve essere sanata.
Se i giudizi negativi non sono mancati, non sono state molte le proposte di soluzione della cosiddetta “anomalia”, ove si eccettui quella del deputato Ncd-Udc Raffaello Vignali, della quale si riferisce più avanti. Una suggestione al riguardo, qualche giorno fa, era venuta dalla presidente della Commissione Igiene e sanità del Senato, Emilia Grazia Di Biasi, secondo la quale il governo deve farsi carico di pensare a una diversa prospettiva per le parafarmacie, alla luce soprattutto dell’arrivo dei grandi capitali, ipotizzando “una trasformazione di questi esercizi attraverso una sorta di sanatoria.”
Un’indicazione, quella di Di Biasi, che a Bologna il suo autorevole collega di partito Federico Gelli, responsabile nazionale sanità per il Pd, ha però di fatto sconfessato, escludendola in radice. Convinto anch’egli che sia stato un errore dar vita a un “soggetto anomalo” come le parafarmacie, ma altrettanto certo che l’errore non possa essere corretto con sanatorie che, nella sostanza, finirebbero per omologare le parafarmacie alle farmacie, Gelli ritiene che “l’equiparazione tra due realtà che sono profondamente diverse” è un’ipotesi che non può essere presa in considerazione, anche se neanche lui si è sbilanciato con l’indicazione di proposte alternative, limitandosi a dirsi fiducioso sul fatto che una soluzione, in ogni caso, finirà per essere trovata.
L’unico che, a Bologna, si sia spinto fino a prospettare una soluzione, decisamente tranchant, è stato appunto Vignali, deputato Ncd, per il quale il problema delle parafarmacie si risolve semplicemente eliminando l’obbligo della presenza del farmacista in questi esercizi, ai quali – per non ingenerare confusione – va anche cambiato il nome.
Oltre a quello di Vignali, merita sicuramente una segnalazione anche l’intervento di Donata Lenzi, capogruppo Pd nella Commissione Affari sociali di Montecitorio, che ha espresso l’auspicio che la legge sulla concorrenza del prossimo anno rinunci a occuparsi sempre delle stesse questioni, in primis tassisti e farmacie, preoccupandosi poi di sottolineare come la vulgata che ad aprire le parafarmacie siano stati giovani farmacisti “non è la realtà ma un luogo comune”.
Sarebbe sicuramente stato apprezzabile se, oltre a sconfessare il luogo comune, l’onorevole Lenzi avesse anche raccontato quale sia dunque la realtà, almeno per quanto le consta, rivelando quali soggetti o gruppi di interesse abbiano aperto gli esercizi di vicinato, visto che non sono stati i giovani farmacisti. In questo modo, la deputata democratica avrebbe sicuramente aiutato a comprendere più in profondità il fenomeno parafarmacia, portando un contributo di chiarezza certamente utile a definire le giuste contrarie per risolverne la dichiarata anomalia.
Molto atteso, stante anche il suo ruolo di relatore del ddl Concorrenza in Commissione Industria al Senato, l’intervento del Ncd Luigi Marino (nella foto), che non ha deluso le aspettative, con interessanti dichiarazioni sulla genesi del provvedimento e altre rivolte invece all’immediato futuro. Cominciamo da queste: in ordine all’approvazione del ddl Concorrenza, Marino ha affermato che il previsto termine di giugno (indicato nel Piano nazionale delle riforme che accompagna il Def) è probabilmente destinato a slittare in avanti.
La nomina in stand by del nuovo ministro dello Sviluppo economico, ma soprattutto la “quadra” non ancora trovata su alcuni punti ancora controversi del provvedimento (per le farmacie, ad esempio, deve ancora essere raggiunta una piena convergenza tra Governo e maggioranza sulla questione dei limiti da introdurre all’ingresso delle società di capitale nella proprietà delle farmacie), incrociate a un’imminente scadenza di grande rilievo politico come le elezioni amministrative e a calendari parlamentari particolarmente impegnativi, costringeranno il ddl Concorrenza a subire un ulteriore rinvio, “scavallando” con ogni probabilità a luglio.
Prevedibile, a quel punto, che l’approvazione del provvedimento finisca per incrociare la relazione dell’Antitrust con le indicazioni a Parlamento e Governo per la formulazione della legge sulla concorrenza del prossimo anno. E per evitare che la circostanza, anziché rappresentare un cerchio che si chiude, sia la ripartenza del loop di una neverending story, a Bologna è stato espresso l’unanime auspicio che sia la relazione annuale 2016 dell’Antitrust, sia il testo del ddl annuale sulla concorrenza che in qualche modo ne sarà ispirato evitino di riproporre “tormentoni” come quello sulla liberalizzazione dei farmaci di fascia C.
Messaggio che – più che al Governo, unanime nel suo “no” alla fascia C con ricetta fuori dalla farmacia – sembra rivolto all’Agcm presieduta da Giovanni Pitruzzella, che da anni con indefettibile coerenza preme invece per la liberalizzazione.
Come detto, Marino ha però gettato uno sguardo anche sul passato, spiegando come l’inopinato inserimento nel testo del ddl Concorrenza dell’apertura alle società di capitale (misura che non rientrava nel novero delle indicazioni dell’Antitrust) sia stato frutto di un accordo politico. “Nel Consiglio dei Ministri che varò il ddl Concorrenza” ha raccontato Marino a Bologna “venne fatto un patto per cui si accantonò la fascia C per aprire al capitale. Alcuni non hanno gradito lo scambio e nell’iter del ddl c’è chi ci riprova».
È prevedibile che a qualcuno pungerà vaghezza di conoscere dettagli ulteriori sul patto in questione. Ma è ancora più prevedibile che sulla questione sarà difficile sapere qualcosa di più di quanto riferito a Bologna da Marino, con un’ammissione in ogni caso importante: l’ingresso del capitale in farmacia è frutto di un accordo politico di compromesso tra diverse istanze.
Chi le abbia avanzate, quelle istanze, e dove e in quale misura abbiano trovato sponda, è questione che con ogni probabilità continuerà a languire nelle nebbie del non detto, alimentando le illazioni di ogni genere che ormai “ballano” da più di un anno, attribuendo più o meno a tutti (Coop e GDO, colossi della distribuzione intermedia, grossisti nazionali, sistema bancario, ma anche alcuni settori delle stesse farmacie) la responsabilità di avere chiesto e favorito l’apertura al capitale.


