Abuso dei “tirocini” post-laurea, gli Ordini dell’Emilia Romagna sollevano il problema

Abuso dei “tirocini” post-laurea, gli Ordini dell’Emilia Romagna sollevano il problema

Roma, 21 aprile – Molto opportunamente e in assoluta coerenza con il ruolo di organismi di tutela della professione, gli Ordini dei farmacisti dell’Emilia Romagna, con in testa quello di Rimini, presieduto da Giulio Mignani (nella foto), sono da tempo in prima linea sul fronte della meritoria battaglia contro i cosiddetti tirocini professionali post-laurea.

Nati con il nobile intento di offrire ai farmacisti che si affacciano alla professione la possibilità di qualche mese di utile esperienza concreta sul campo, gli stage retribuiti  si sono infatti trasformati in breve tempo, per alcuni titolari di farmacia, in una scorciatoia per avvalersi di prestazioni professionali a costi molto ridotti. L’asserito scopo prevalentemente formativo dell’istituto, in buona sostanza, è stato subito asfaltato da altre finalità, decisamente più prosaiche, e i “tirocinanti” hanno finito per diventare un serbatoio di mano d’opera professionale a basso costo.

Situazione che, inevitabilmente, produce conseguenze nefaste anche sul mercato occupazionale di settore, già problematico di suo. Al netto del “tradimento” di una dimensione formativa (che più ancora che presunta rischia di apparire pretestuosa),  il ricorso a “tirocinanti” neo-laureati  si conclude infatti molto raramente con un contratto di lavoro stabile. Alla fine dello stage tutto quello che si ottiene è quasi sempre un “Arrivederci e grazie” di commiato, che in moltissimi casi prelude alla sostituzione con un altro stagista, in una specie di censurabile giostra che finisce per danneggiare anche i farmacisti che l’età per i “tirocini” l’hanno superata da un pezzo e che non di rado vedono compromesse le loro possibilità occupazionali dalla presenza sul mercato di manodopera professionale più conveniente e continuamente sostituibile.

Gli effetti negativi dei cosiddetti tirocini post-laurea, insomma, superano di gran lunga gli aspetti benefici, come conferma proprio Mignani in un’intervista concessa oggi a farmacista33. “È una criticità alla quale si fa fatica a mettere mano perché esiste una stortura a livello giuridico: possibile permettere a un professionista già iscritto all’albo e abilitato di essere assunto come tirocinante?” afferma infatti  il presidente dell’Ordine di Rimini, che al riguardo fa anche riferimento a una richiesta avanzata dagli ordini locali alla Regione Emilia Romagna per introdurre qualche limitazione normativa in grado di impedire alle farmacie di “prendere tirocinanti uno dietro l’altro come in una catena di montaggio, e non assumerne mai nessuno regolarmente”.

Ma, spiega Mignani, “la Regione ha fatto orecchie da mercante rispondendo con una lettera che vuol dir tutto e niente.  Il problema è che il tutto è regolato da una legge nazionale concordata in sede di Conferenza Stato-Regioni, che viene recepita dalle Regioni ed evidentemente non sussiste la volontà politica di cambiarla. D’altra parte i tirocinanti globalmente non risultano come disoccupati. Il problema è a livello nazionale.”

Mignani ha certamente il merito di tornare a sollevare il problema, restituendone una fotografia sostanzialmente fedele. Che però non è del tutto esaustiva. Insieme alle lacune legislative e alle “mancate volontà politiche”, infatti,  bisognerebbe mettere a fuoco e interrogarsi  anche su altre criticità.

Perché, se c’è una cosa certa, è che non sono le istituzioni, nazionali o regionali, ad assumere per brevi periodi stagisti a 4-500 euro al mese, ma titolari di farmacia, iscritti allo stesso ordine professionale dei giovani colleghi di cui si avvalgono a condizioni, diciamo così, di maggior favore e con finalità che risulta difficile definire edificanti. Sarebbe opportuno e anche proficuo, allora, che le discussioni, le riflessioni e le denunce partissero proprio da qui: perché le zone d’ombra della legislazione – che come rilevato da Mignani indubbiamente esistono – non possono essere il pretesto e l’occasione per tradire regole e principi – come quelli del dettato deontologico –  che valgono quanto se non più di quelli fissati dalle leggi.

La domanda da porsi, al netto delle insufficienze o imprecisioni della legislazione vigente, diventa dunque questa: si può dire che quei farmacisti che si avvalgono in ininterrotta sequenza delle prestazioni di giovani colleghi retribuiti con cifre quasi sempre risibili rispettino l’articolo 18 della carta dei doveri della professione, che definisce  deontologicamente sanzionabile porre in essere o favorire forme di sfruttamento dell’attività professionale dei colleghi?

Domanda retorica, risposta obbligata: no, non si può dire. E allora per cominciare a contrastare con concretezza il fenomeno meritoriamente riportato all’attenzione del dibattito di categoria dal presidente dell’Ordine di Rimini, gli organismi professionali potrebbero certamente cominciare da qui, impegnandosi a porre in essere, per quanto possibile, azioni  di vigilanza ed esercitando un’azione di moral suasion sugli iscritti all’Albo, a partire dai titolari di farmacia, per evidenziare l’esecrabilità e la conseguente sanzionabilità) di certi comportamenti.

Pronti, però, a intervenire risolutamente con l’esercizio della potestà disciplinare se e quando circostanze conclamate e dimostrate di abuso dovessero imporle.

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