I medici consegnano al Papa un decalogo sul dolore, su oppioidi l’Italia è in ritardo

I medici consegnano al Papa un decalogo sul dolore, su oppioidi l’Italia è in ritardo

Roma, 21 aprile – Zavorrato da retaggi culturali superati e da timori privi di fondamento (il più radicato dei quali è quello sull’induzione di fenomeni di dipendenza), l’impiego di farmaci per il dolore, soprattutto gli oppioidi, registra nel  nostro Paese percentuali ancora troppo basse.

La conferma è arrivata ieri nel corso della presentazione del  Decalogo sul dolore elaborato dai medici della Società italiana di anestesia analgesia rianimazione e terapia intensiva e consegnato ieri al Sommo Pontefice.

“Attraverso l’incontro con il Sommo Pontefice” ha affermato nell’occasione Antonio Corcione (nella foto con papa Francesco), presidente della Siaarti “vorremmo che da semplice problema sanitario il tema del dolore fosse una vera e propria questione etica mondiale. Con questo atto i medici italiani sottopongono all’attenzione del mondo intero il problema della sofferenza inutile come questione etica, umana e culturale che deve essere finalmente affrontata in modo strutturato e unitario: non solo da tutti i professionisti della salute, ma anche dalle massime autorità morali, politiche e sanitarie di tutto il mondo”.
Il decalogo della Siaarti impegna tutti i medici a curare il dolore dei propri pazienti e a farsi carico della sofferenza, fisica e morale causata dal dolore stesso. Quello consegnato ieri al Sommo Pontefice, prima e più ancora che un decalogo, è una sottoscrizione di impegno da parte dei medici italiani per far sì che il tema dell’uguaglianza nell’accesso alle terapie anti-dolore divenga una priorità in tutto il mondo, a partire dal nostro Paese. Che – nonostante sia stato il primo a dotarsi di una vera e propria legge, la n. 38/2010, per diffondere la cultura del trattamento del dolore – continua a registrare come già anticipato ritardi che debbono essere eliminati.  Non tutti i medici né tutte le strutture ospedaliere, infatti, garantiscono gli stessi standard e alcune Regioni italiane sono ancora indietro nell’organizzazione delle reti di terapia del dolore.
Guido Fanelli, “padre” della legge 38 e direttore del Centro Hub di terapia del dolore dell’università di Parma, ha ricordato ieri che uno dei problemi, a livello mondiale, continua a essere proprio l’accesso ai farmaci. “Nell’80% dei Paesi del mondo non c’è accesso ai farmaci per trattare il dolore. La ketamina, ad esempio, anestetico usato per procedure sui bambini, è vietato in Cina” ha spiegato Fanelli, sostenendo che quella contro il dolore è una battaglia che va combattuta uscendo dai confini nazionali, “per risolvere il problema a livello globale.”
Ma, almeno per quanto riguarda l’Italia, la lotta riguarda essenzialmente i  pregiudizi nei confronti dell’uso degli oppioidi. “Dobbiamo considerare che nell’uso terapeutico degli oppiacei non si attivano meccanismi neurobiologici che portano alla dipendenza, come la via della dopamina” ha chiarito Patrizia Romualdi del Dipartimento di Farmacia e Biotecnologia dell’Università di Bologna.”E per quanto riguarda l’insorgenza di fenomeni di astinenza, basta scalare lentamente le dosi per evitare il problema”.

“Il problema della prescrizione degli oppiacei è abbastanza complesso” ha aggiunto Paolo Cherubino, past president della Società italiana di ortopedia e traumatologia. “Succede che lo specialista prescriva un determinato oppioide e il medico di famiglia o addirittura il farmacista lo sconsiglino al paziente legandolo al problema della dipendenza”. Una situazione che, ovviamente, deve essere rimossa e superata.
“Siamo il secondo Paese al mondo per consumo di FANS procapite, spendiamo 500 milioni di euro per questa categoria di farmaci, 150 milioni solo per il paracetamolo mentre per gli oppiacei siamo solo a 140 milioni”
ha aggiunto Fanelli, per restituire il quadro delle diffuse resistenze che ancora si registrano in Italia nel contrasto al dolore con terapie adeguate.

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