Assemblea Federfarma spaccata in due, duro scontro in vista delle elezioni

Assemblea Federfarma spaccata in due, duro scontro in vista delle elezioni

Roma, 19 ottobre – Assemblea nazionale molto difficile e ancora più nervosa, quella svoltasi ieri a Roma, dove il “parlamentino” di Federfarma si è riunito in un clima di piena bagarre pre-elettorale.

Il rinnovo dei vertici del sindacato nazionale dei titolari di farmacia è infatti ormai in vista (le elezioni, salvo colpi di scena o di mano, si svolgeranno nel prossimo mese di maggio) ed è già in atto uno scontro senza quartiere, colpi bassi inclusi, tra le due fazioni che si fronteggiano. Da una parte, i sostenitori della presidente uscente Annarosa Racca (nella foto), che non ha fatto mistero, nelle molte visite in giro per l’Italia delle ultime settimane tra unioni regionali e associazioni provinciali, di puntare a un ultimo rinnova di mandato. Dall’altra, il consistente gruppo degli oppositori (mai nel recente passato così numeroso e determinato) che muove da tempo le sue pedine per un avvicendamento, se non proprio una rottamazione, dell’attuale gruppo dirigente.

L’assemblea di ieri ha finito appunto per essere il primo punto di caduta, o se si preferisce la prima plastica e pubblica rappresentazione dello scontro in atto e della profonda spaccatura all’interno del sindacato, sancita dal voto sulla relazione svolta da Racca, sottoposta al giudizio dell’assemblea (nonostante i tentativi di resistenza del tavolo della presidenza) dopo la richiesta di stralciare il riferimento alle modifiche statutarie annunciate dalla presidente.

Racca, nel suo intervento, aveva infatti comunicato l’imminente invio alle organizzazioni periferiche del sindacato di una bozza del nuovo statuto, elaborata con la collaborazione del prof. Massimo Luciani, da discutere poi nella prossima assemblea di dicembre. Cuore delle modifiche proposte, l’allargamento del consiglio di presidenza a 21 componenti, uno per Regione, in luogo degli 11 attuali (“Per garantire più rappresentatività”  ha spiegato Racca; “Per avere più poltrone da distribuire in vista delle elezioni” sostengono invece dall’altra parte gli oppositori) e l’introduzione di criteri adeguati per la rappresentanza di capitale e catene di farmacie una volta che, a legge sulla concorrenza approvata, entreranno nel retail farmaceutico.

Un argomento divisivo come pochi, dunque, come inequivocabilmente dimostrato dalla bagarre scatenatasi dopo il voto, al termine del quale non è stato possibile – o non si è voluto – arrivare a ufficializzarne l’esito. Sentiti alcuni dei partecipanti ai lavori (più loquaci i frondisti, decisamente più laconici e imbarazzati i filogovernativi) e letti in parte i riflessi, in qualche caso furibondi, rimbalzati subito dopo l’assemblea sui gruppi di discussione dei social, sembrerebbe che a prevalere, per almeno un quindicina di voti, siano stati i cartellini rossi del “no” alla relazione. Ma nonostante i tentativi di conta di qualche esponente dell’opposizione, non vi è alcuna certezza sul risultato, che però dovrebbe trovare espressione – prassi in vero singolare, in un consesso democratico – nel verbale dell’assemblea, quando arriverà. E c’è già chi scommette maliziosamente sul fatto che non sarà tanto presto.

Quello che è chiaro – e non c’è davvero bisogno dell’esito del voto sulla relazione per registrare il dato – è che Federfarma è letteralmente spaccata in due e non sembrano esistere margini per riavvicinare i gruppi che (per riportare le cose alla loro essenza) si contendono il controllo del sindacato. Emblematico, al riguardo, l’esito del voto per l’elezione di un nuovo membro del collegio sindacale: il candidato del consiglio di presidenza, Carlo Zuccarini, ha finito per spuntarla, raccogliendo 81 voti. Ma le schede bianche o nulle sono state di più, 87, alle quali vanno aggiunte 13 astensioni. La maggiornanza, insomma, in termini strettamente numerici è andata inequivocabilmente sotto.

Altrettanto eloquenti sono state le accese polemiche sul progetto di “nuovo servizio” (il pagamento dei bollettini postali in farmacia) lanciato a Catania dal vicepresidente nazionale del sindacato Gioacchino Nicolosi: sono stati molti (sul tema, non sono mancati i “malpancisti” neppure tra i sostenitori dell’attuale maggioranza) a chiedere alla presidente Racca una pubblica e netta presa di distanza dall’iniziativa, accusata di svilire ruolo, funzione e immagine della farmacia. Ma anche qui, alla fine, una volta posatosi il polverone delle accuse incrociate, tutto quel che rimasto è un nulla di fatto: nessuna presa di posizione ufficiale sulla faccenda (che neutra certamente non è, in termini di cultura sindacale), né a sostegno né tantomeno  per sconfessare l’iniziativa di Nicolosi.
Dalle parti di via Emanuele Filiberto, insomma, tira un’aria pessima, anche se c’è chi – nel tentativo di buttare acqua sul fuoco, che sarebbe anche meritorio, solo che fosse libero dal sospetto di essere anche interessato  – prova a derubricare lo scontro al rango di una vivace dialettica interna, che altro non sarebbe se non il segno della vitalità del sindacato.

Lo stesso scontro sulle modifiche dello statuto sarebbe una semplice differenza di opinioni sul metodo, non sul merito della questione, atteso che tutto il sindacato è convinto della necessità di apportare qualche aggiustamento, alla luce dei cambiamenti intervenuti e che ancora interverranno nello scenario di riferimento. Il disaccordo riguarda, semmai, l’opportunità di cambiarlo proprio ora, sotto elezioni.

Questione che però, a ben vedere, oltre a essere tutt’altro che residuale, non è certamente inscrivibile in una faccenda di semplice metodo, perché è espressione diretta e probante del modo in cui si intende il sindacato e quali regole debbano governarlo. Tra le quali, per convinzione antica e condivisa, non rientrano i colpi di mano.

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