Assemblea Federfarma, vertici sconfitti nel braccio di ferro sulle modifiche statutarie

Assemblea Federfarma, vertici sconfitti nel braccio di ferro sulle modifiche statutarie

Roma, 15 dicembre – Tanto tuonò che piovve: dopo mesi di polemiche anche molto aspre, il confronto interno a Federfarma, variamente definito (acceso dibattito di una “categoria vivace” per la presidente Annarosa Racca; “guerra intestina” per altri osservatori) ieri è arrivato a un punto di caduta destinato a segnare, e molto, i mesi che separano la sigla dei titolari dalle elezioni per il rinnovo dei suoi vertici, che dovrebbero svolgersi nella tarda primavera del prossimo anno.

Il consiglio di presidenza in carica, infatti, è stato costretto a incassare un’inequivocabile sconfitta su uno dei punti cruciali della discussione interna, ovvero le modifiche statutarie, già oggetto dell’ultima tumultuosa assemblea dello scorso18 ottobre. Sul punto, il presidente di Federfarma Lazio Osvaldo Moltedo (nella foto) ha presentato ieri una mozione (condivisa e sottoscritta da almeno una trentina di altre articolazioni territoriali del sindacato) per reiterare  la richiesta di “rinviare qualsiasi discussione inerente variazioni di statuto a momenti successivi all’insediamento del nuovo organigramma federale”.

L’istanza, già avanzata nella precedente seduta del “parlamentino” sindacale, era anche stata messa nero su bianco in una lettera firmata da 34 associazioni per un totale di 102 delegati, con la quale si chiedeva appunto di rimandare il dossier delle modifiche statutarie a elezioni avvenute, alla luce di una situazione politica divenuta molto instabile e del “congelamento” del ddl Concorrenza.

“Oltre a queste semplici considerazioni di opportunità, che da sole  sarebbero dovute essere più che sufficienti a chiudere nel cassetto la pratica delle modifiche allo statuto” spiega al nostro giornale Moltedo “ce n’è poi un’altra che attiene al rispetto di un principio fondante del confronto democratico: non si cambiano le regole del gioco mentre il gioco è in pieno svolgimento ed è giunto a una fase decisiva. Al netto di ogni considerazione relativa al fatto che  la questione statuto è sul tappeto dal 2015, la decisione di mantenerla comunque in agenda nonostante le reiterate e giustificate richieste di rinvio ha finito inevitabilmente per rappresentare una forzatura, se non proprio un atto di arroganza, da parte dei vertici attuali del sindacato. Una forzatura che l’assemblea ieri ha inequivocabilmente condannato, approvando la mozione a mia firma”.

Mozione che cala come una pietra tombale sul dossier delle modifiche allo statuto, rinviato a dopo le elezioni di Federfarma. Netto il risultato della votazione, con 107 delegati che si sono espressi a favore del documento presentato da Moltedo e 76 contrari, al termine di un voto per appello nominale che ha impedito polemiche come quella registratasi nella precedente assemblea, quando si era rivelato impossibile contare i voti espressi dai delegati con il sistema dell’esibizione dei cartellini e l’esito del voto venne comunicato soltanto qualche giorno dopo, nella lettera di trasmissione alle unioni regionali e alle associazioni provinciali del verbale dell’assemblea.

Il voto sulla mozione Moltedo è il segnale che il fronte di opposizione agli attuali vertici si va consolidando e, forse, estendendo: ai voti dei delegati di Regioni da tempo critiche nei confronti delle politiche sindacali condotte negli ultimi anni da Federfarma (su tutte Piemonte, Liguria, Toscana, Lazio, Umbria, Marche,  Basilicata e parte di Puglia, Sicilia e Sardegna), si sono infatti  aggiunti quelli dei delegati di altre Regioni, come – per citarne due – Lombardia e Campania.  Resta da vedere se si tratta di una scelta di campo o di una espressione di dissenso limitata alla circostanza: l’insistenza del consiglio di presidenza  sulla questione statuto (materia divisiva in sé), infatti, ha suscitato più di un mal di pancia tra gli stessi “filogovernativi”, per nulla convinti della necessità di modificare la Carta del sindacato proprio sotto elezioni.  Ma – archviato il punto – è tutt’altro che da escludere che i voti di dissenso espressi ieri possano poi rientrare.

Vero è, peraltro, che il voto che ha chiuso l’assemblea di ieri non è stato l’unico segnale dell’aria di tempesta che gravita sui vertici sindacali: un altro eloquente segnale era giunto il giorno prima, nell’assemblea Sunifar, con l’approvazione di un’altra mozione, presentata dal presidente dell’Associazione di Bergamo Gianni Petrosillo: un vero e proprio j’accuse contro i vertici del sindacato dei rurali, colpevole di “assordante silenzio” in risposta alla richiesta di convocazione dell’assemblea straordinaria avanzata da più Associazioni e Unioni in occasione della “sparizione” dalla legge di bilancio degli emendamenti  pro rurali.

La mozione (singolarmente approvata all’unanimità, ergo dagli stessi vertici sotto accusa) si chiude con la richiesta di un maggiore confronto con i delegati rurali,  “convocandoli almeno due volte l’anno e, comunque, ogni qualvolta si verifichino situazioni di emergenza”. La maggiore partecipazione e condivisione, chiarisce la mozione, deve partire fin da subito, per discutere degli emendamenti a favore delle farmacie rurali, proposti dal ddl per la tutela e valorizzazione dei piccoli comuni, al fine di “promuovere la progettualità e verificarne l’avanzamento”.

Ancora più tranchant il documento presentato da Leonardo Galatioto, presidente dell’Associazione di Trapani, che – messe velocemente in fila causa e ragioni che hanno prodotto il “bilancio desolante” portato a casa dal sindacato negli ultimi anni, colpevole a suo giudizio di “un approccio assolutamente succube tenuto nel tempo dai rappresentanti dell’associazione nei confronti della controparte pubblica”, anche in presenza di scelte politiche e legislative estremamente penalizzanti per le farmacie – ha chiesto le dimissioni della presidente Racca e di tutto il consiglio di presidenza.

Per Galatioto, gli attuali vertici del sindacato, responsabili anche di un “forsennato endorsement  a favore del governo Renzi” in occasione del referendum costituzionale, alla luce della sconfitta di Renzi  e della “evidente compromissione personale con il governo ormai dimissionario”  dovrebbero seguirne l’esempio e lasciare l’incarico, anche perché  “un sindacato deve interloquire con tutti i governi per tempo in carica, senza appiattirsi  su di essi fino perdere la propria funzione che è quella di rivendicare con forza e con argomenti gli interessi dei propri associati“.

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