Morbo di Alzheimer, studio italiano scopre i meccanismi che lo originano

Morbo di Alzheimer, studio italiano scopre i meccanismi che lo originano

Roma, 4 aprile – La malattia di Alzheimer non troverebbe origine nell’area del cervello associata alla memoria ma nella morte dei neuroni dell’area collegata anche ai disturbi d’umore. Questa la fondamentale risultanza di uno studio italiano pubblicato su Nature Communications, giustamente rilanciato con grande evidenza dalla stampa di informazione.

La ricerca, coordinata da Marcello D’Amelio, associato di Fisiologia umana e Neurofisiologia presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma, getta infatti una luce nuova sulla patologia, aprendo anche a nuovi sviluppi terapeutici. Se fino ad oggi la maggior parte degli studi sulla malattia  correlava la sua origine alla morte neuronale delle cellule dell’ippocampo, area cerebrale da cui dipendono i meccanismi del ricordo, la nuova ricerca, condotta in collaborazione con la Fondazione Irccs Santa Lucia e del Cnr di Roma, cambia approccio e prospettiva, puntando sull’area tegmentale ventrale, dove viene prodotta la dopamina, neurotrasmettitore collegato anche ai disturbi d’umore.

La ricerca porta una rivoluzione nel merito della “cura” della malattia infatti sostiene che in un effetto domino, la morte di neuroni deputati alla produzione di dopamina provoca il mancato arrivo di questa sostanza nell’ippocampo, causandone il “tilt” che genera la perdita dei ricordi. L’ipotesi è stata confermata in laboratorio, somministrando su modelli animali due diverse terapie mirate a ripristinare i livelli di dopamina. Si è così osservato che, in questo modo, si recuperava il ricordo, ma anche la motivazione.

”L’area tegmentale ventrale  rilascia dopamina anche nell’area che controlla la gratificazione” chiarisce D’Amelio. “Per cui, con la degenerazione dei neuroni dopaminergici, aumenta anche il rischio di perdita di iniziativa”. Questo spiega perché l’Alzheimer è accompagnato da un calo nell’interesse per le attività della vita, fino alla depressione.

Tuttavia, sottolineano i ricercatori, i noti cambiamenti dell’umore associati all’Alzheimer, non sarebbero conseguenza della sua comparsa, ma un “campanello d’allarme” dell’inizio della patologia. “Perdita di memoria e depressione”  conclude D’Amelio “sono due facce della stessa medaglia”. Quindi nuove prospettive di approccio farmacologico si dovrebbero prospettare per i malati di questa malattia che distrugge e devasta l’esistenza di milioni di persone nel mondo. Nel mondo, secondo il World Alzheimer Report 2016 della federazione internazionale Alzheimer’s Disease International (Adi), le persone che soffrono di demenza senile sono infatti oltre 47 milioni, un numero destinato a salire, a causa dell’invecchiamento della popolazione, a 131 milioni entro il 2050.

Quanto all’Italia, ricorda un lancio dell’Ansa, gli affetti da demenza senile sono circa 1,2 milioni  e circa la metà sono malati di Alzheimer. Secondo una ricerca Censis-Aima, il 18% vive da solo con la badante e i costi diretti per l’assistenza superano gli 11 miliardi di euro in Italia di cui il 73% è a carico delle famiglie. L’età media dei malati di Alzheimer è di 78,8 anni, i caregiver impegnati nella loro assistenza ne hanno in media 59.

Provocata da un’alterazione delle funzioni cerebrali che implica serie difficoltà nel condurre le normali attività quotidiane, la malattia colpisce la memoria e le funzioni cognitive, si ripercuote sulla capacità di parlare e di pensare ma può causare anche stati di confusione, cambiamenti di umore e disorientamento spazio-temporale.

Prende il nome da Alois Alzheimer, neurologo tedesco che nel 1907 notò segni particolari nel tessuto cerebrale di una donna che era morta in seguito a una insolita malattia mentale, evidenziando la presenza di agglomerati, poi definiti placche amiloidi, e di fasci di fibre aggrovigliate.

Oggi l’unico modo di fare una diagnosi certa di Alzheimer, ricorda il portale dell’Istituto superiore di sanità, è attraverso l’identificazione delle placche amiloidi nel tessuto cerebrale, possibile solo con l’autopsia dopo la morte. Nonostante i tanti investimenti in ricerca nel settore, non esistono ancora farmaci in grado di fermare e far regredire la malattia e tutti i trattamenti disponibili puntano a contenerne i sintomi.

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