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mercoledì 11 Febbraio 2026
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Studio norvegese sull’IQ: figli meno intelligenti dei padri. Ma…

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Roma, 20 giugno – A leggere i risultati di un’indagine condotta da un gruppo di ricercatori del Regnar Frisch Centre for Economic Centre di Oslo, verrebbe subito da dire che Alessandro Manzoni aveva evidentemente ragione: non sempre quello che viene dopo è progresso.

I ricercatori norvegesi dopo aver somministrato il test che misura l’IQ, il quoziente intellettivo, a 730mila individui, sono infatti giunti alla conclusione che è in corso (a partire dagli anni ’70 del secolo scorso) un drastico calo d’intelligenza in tutta la popolazione mondiale.

Detto in altre parole: i figli sono meno intelligenti dei padri, con una flessione  – registra lo studio norvegese – di 7 punti in meno ogni decennio. Tra le possibili cause della curva discendente, a loro giudizio indice di una progressiva involuzione intellettiva umana, due degli autori dell’indagine, Bernt Bratsberg e Ole Rogeberg indicano la tendenza dei bambini di oggi a leggere poco e passare molto tempo con i videogiochi.

Lo studio, dunque, smentirebbe clamorosamente che i nativi digitali che un qualsiasi babyboomer (come chi scrive) guarda con qualche invidia per l’assoluta familiarità e dimestichezza nell’uso di qualsivoglia dispositivo di IT, siano decisamente più intelligenti di quando fossimo e siamo noi.

Ma la questione non è così semplice e soccorre, al riguardo, un’intervista di sanitàinformazione.it a Marina de Tommaso, presidente della Sipf, la Società italiana di Psicofisiologia e Neuroscienze cognitive e docente di Scienze mediche di base, Neuroscienze e Organi di senso all’Università di Bari Aldo Moro. “La ricerca di Oslo è molto interessante ma ritengo che sia necessario fare delle dovute precisazioni” spiega la neurologa. “L’intelligenza umana è troppo complessa per essere misurata con un criterio preciso e standardizzato. Questi test, per quanto siano attendibili, non possono comprendere tutta la laboriosità del cervello umano che inevitabilmente viene influenzato da tanti altri elementi come il Dna, l’ambiente e l’educazione».

Per l’esperta, il calo evidenziato dallo studio norvegese, in effetti rilevante, può anche essere dovuto a questioni meramente metodologiche: “Siamo oramai abituati ad utilizzare macchine elettroniche per qualsiasi tipologia di operazione” spiega de Tommaso “quando ci viene somministrato un test tradizionale, magari con carta e penna, è verosimile che nello svolgimento l’esaminato abbia più difficoltà rispetto allo svolgimento supportato da altri metodi. Al contrario se il test viene effettuato con un sistema computerizzato, magari simile al gioco che si utilizza spesso, ecco che lo svolgimento risulta più facile e ottiene un altro risultato”.

Insomma, secondo la docente barese, ciò che cambia non è l’intelligenza, ma il modo di utilizzarla: “Non si tratta di un calo intellettivo” spiega “ma di un modo diverso di esprimersi, dunque si trasforma il sistema cognitivo senza obbligatoriamente depotenziare i neuroni”.

Una spiegazione convincente, che però proietta inevitabilmente verso scenari futuri nei quali, a forza di utilizzare dispositivi elettronici per qualsiasi tipo di attività, mandando in soffitta carta e inchiostro e gli approcci cognitivi ad essi collegati, il cervello umano tra 100 anni sarà qualcosa di  completamente diverso. Evenienza che, peraltro, la stessa de Tommaso  ritiene probabile: “Se l’individuo non dovesse cimentarsi in qualche attività per parecchio tempo, i circuiti neuronali di tipo elaborativo perderebbero destrezza in relazione a quella determinata metodologia, dunque non si allineerebbero a svolgerla non riuscendo a portarla a termine” spiega la neurologa a sanitainformazione.it. “Questo non vuol dire che il cervello è meno efficiente ma soltanto che l’intelligenza si adatta ai cambiamenti metodologici senza alterare la sua sostanza”.

Ciò non significa, però, che le metodologie tradizionali sulle quali il sapere umano si è costruito nei secoli, portando – progresso dopo progresso – alla moderna era dell’intelligenza artificiale debbano essere abbandonate: “È chiaro che non è possibile chiudere un occhio davanti al progresso, però ci vuole una riflessione” osserva al riguardo de Tommaso.  “Io credo che il sistema tradizionale, soprattutto nelle scuole, non vada superato, si tratta di un sistema logico e razionale che ha permesso la rivoluzione digitale. Mettere i bambini direttamente a contatto con il frutto di una rivoluzione sarebbe fargli saltare uno step, dunque una fase evolutiva fondamentale. I bambini devono attraversare tutte le tappe che l’umanità ha percorso” conclude la neurologa “altrimenti si rischia di facilitargli troppo il compito e, diciamolo, stiamo parlando del futuro dell’umanità quindi è bene valutare con attenzione pro e contro”.

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