La bomba  demografica? È figlia del ’68. Ma a quel tempo voleva dire altro…

La bomba demografica? È figlia del ’68. Ma a quel tempo voleva dire altro…

 

Roma, 12 luglio – Bomba demografica:  a qualcuno la definizione non mancherà di suonare un po’ frusta, vecchia come è di 50 anni. Nacque infatti nel ’68, quando un autorevole studioso dell’università californiana di Stanford,  Paul Ehrlich, pubblicò il libro The population bomb, che in breve divenne un caso editoriale planetario.

In quell’opera fortunata e fondamentale, Ehrlich sosteneva, in estrema sintesi, che il nostro pianeta fosse sull’orlo di una crisi drammatica e irreversibile: con la crescita esplosiva della popolazione, stava per aprirsi un’era in cui il pianeta non sarebbe stato più in grado di garantire abbastanza cibo per tutti. L’allarme, supportato da ineccepibili dati predittivi, non era privo di toni e accenti catastrofisti ed era il punto di partenza della tesi propugnata dal libro, ovvero la necessità di assumere fin da subito e su scala internazionale politiche finalizzate a contenere la crescita della popolazione, pena un’ulteriore crescita del sovraffollamento del pianeta e un futuro inevitabile di carestie, guerre, disastri ecologici e sociali.

Le tesi di Ehrlich, che sull’onda del successo del suo libro divenne anche uno degli ospiti più richiesti dei talk show televisivi dell’epoca, incontrarono ovviamente anche molte critiche, in particolare per l’eccesso di pessimismo e per il frequente ricorso ad affermazioni apodittiche e apocalittiche (“Centinaia di milioni di persone moriranno di fame”, “Il tasso di mortalità aumenterà nei prossimi decenni a venire”, “La lotta per nutrire l’umanità è persa”). Finì che il grande successo di The population bomb fu più un’occasione per discutere e polemizzare sulle previsioni a più alto impatto emotivo del libro che per riflettere sugli scenari che il professore di Stanford prefigurava e sui quali, appunto, riteneva necessario un immediato quanto largo approfondimento, da cui partire per l’assunzione di adeguati provvedimenti.

Il libro, tuttavia, non mancò davvero di contribuire alle prime campagne che  gli organismi e le agenzie internazionali, ma anche alcuni governi nazionali, cominciarono a porre in essere per

contenere la crescita demografica, con l’avvio di programmi per il controllo delle nascite, in particolare nei Paesi in via di sviluppo. I meno giovani ricorderanno certamente le iniziative assunte nel subcontinente indiano negli anni ’70, con sussidi e benefici economici alle donne che si sottoponevano a sterilizzazione (attraverso la legatura delle tube in laparoscopia), pratica peraltro arrivata fino ai giorni nostri  tra molte polemiche. Fecero inorridire, alla fine del 2014, alcuni episodi rimbalzati sulla stampa e sulle televisioni internazionali collegati alla campagna di contenimento della natalità di massa voluta dal governo indiano. Per raggiungere le zone rurali del Paese, la campagna veniva realizzata in veri e propri accampamenti mobili istituiti periodicamente in varie regioni del Paese:  tra il 2013 e il 2014 vennero compiute più di quattro milioni di operazioni, in condizioni che è eufemistico definire prive delle necessarie garanzie di sicurezza e di igiene. Difficile stimare il numero di donne morte per questa campagna: solo tra il 2009 e il 2012 il governo ha pagato risarcimenti alle famiglie di 568 donne morte dopo interventi di sterilizzazione e ancora oggi è ben viva la memoria dello scandalo scoppiato dopo che una rete tv aveva mostrato decine di donne prive di conoscenza scaricate in un campo dopo l’operazione.

Per la cronaca, alle donne che si sottoponevano alla procedura di sterilizzazione venivano offerti incentivi e benefici che, per quanto scandalosamente ridicoli possano apparire ai nostri occhi, in condizioni di particolare miseria quale quelle in cui versa una larga porzione della popolazione indiana (1,3 miliardi di persone, che crescono al ritmo dell’1% annuo, più che dimezzato rispetto al 2,3% degli anni ’70) sono più che appetibili: ognuna veniva “premiata” con 1.400 rupie, circa 18 euro, e altri governi locali offrivano  – e ancora offrono – alle donne che accettano di farsi sterilizzare volontariamente altri incentivi, come automobili ed elettrodomestici. Una pratica, quella della corresponsione di soldi o premi, condannata senza appello da tutte le organizzazioni umanitarie, perché considerata una forma di inaccettabile coercizione, specialmente nelle comunità più marginali, tale da mettere a repentaglio la vita delle donne, unico target, in India, delle “politiche”  di contraccezione. L’ipotesi di affrontare il problema del controllo delle nascite con altri strumenti (ad esempio la vasectomia maschile, più semplice e meno rischiosa) non è nemmeno contemplata, perché osteggiata socialmente.
Ma il lavoro di Ehrlich ha certamente influenzato la stessa “politica del figlio unico” adottata per decenni  in Cina,  abolita ufficialmente nel 2013, dopo aver provocato non pochi problemi sociali e demografici che il gigante asiatico è e sarà costretto a pagare a lungo.

Tutto questo per dire che sarebbe stato impossibile per chiunque, nel 1968, prevedere che l’espressione “bomba demografica” avrebbe finito per essere utilizzata a proposito di un fenomeno esattamente opposto a quello per il quale era stata coniata, ovvero la prevalenza della quota di popolazione anziana su quella giovane. Il tasso di crescita della popolazione si è infatti quasi dimezzato rispetto ai livelli di metà anni Sessanta, e la denatalità è diventata uno spettro per molti governi (il nostro in primis): il numero dei nuovi nati sta scendendo quasi ovunque sotto il livello di sostituzione, quello in cui le nascite rimpiazzano le morti,  e ciò avviene non solo nell’Occidente sviluppato ma anche nel sud-est asiatico e in America Latina. C’è ormai un solo continente, l’Africa, dove la popolazione continua ad aumentare.

Questo, però, non significa che nel breve-medio periodo la spinta inerziale dell’andamento demografico sia destinata a venire meno: la popolazione umana continuerà a salire di numero, raggiungendo intorno al 2050 il picco di 9 miliardi di persone, almeno secondo un modello demografico delle Nazioni Unite. C’è però chi prevede che gli abitanti della Terra continueranno a crescere ancora , raggiungendo gli 11 miliardi tra la fine di questo secolo e l’inizio del prossimo. Per contro, ci sono studiosi (numericamente in minoranza) che prevedono che una volta raggiunto il picco dei 9 miliardi intorno al 2050, la popolazione totale comincerà a scendere.

L’interrogativo che gli scienziati si pongono da tempo, reso sempre più attuale dal fenomeno dei cambiamenti climatici che impatta con forza sulle condizioni del pianeta e delle sue risorse, è quello del numero massimo di persone che il paziente è in grado di  ospitare e sostenere. Le risposte in proposito sono davvero molte e diverse, puntualmente registrate dall’Onu, e per l’esattezza da una review del 2012 del  Global environmental alert service dell’Unep, il Programma delle nazioni Unite per l’ambiente: vanno da 8 miliardi, ovvero un miliardo in più di quanti già siamo (ma anche un miliardo in meno rispetto ai 9 miliardi previsti per il 2050: il che significa che tra circa 30 anni la Terrà potrebbe trovarsi nella drammatica condizione di ospitare mille milioni di essere umani in più di quelli che è in condizione di sostentare) per spingersi fino alla fantascientifica cifra di più di mille miliardi.

I 50 anni trascorsi da The population bomb ad oggi si sono incaricati di smentire le più pessimistiche previsioni di  Ehrlich, in particolare quella sulla catastrofe alimentare e l’ecatombe che ne sarebbe seguita, ma  è del tutto evidente che i problemi del pianeta sono tutt’altro che risolti, anche quelli demografici, che però si sono trasformati. Questi decenni sono serviti a raggiungere alcune acquisizioni ormai condivise. La prima  riguarda la scarsa efficacia degli interventi calati dall’alto per imporre il controllo delle nascite e l’altra che il problema vero (al netto dell’aggravarsi degli squilibri tra Paesi ricchi e Paesi poveri,  dei cambiamenti climatici e della spada di Damocle rappresentata dal depauperamento dell’ambiente e delle risorse) è ormai rappresentato dalle inarrestabili variazioni che sono intervenute e ancora stanno intervenendo  nella composizione demografica della popolazione terrestre. Rischia di essere  questa, ancora più della crescita assoluta della popolazione, la nuova “population bomb”, che con ogni probabilità – se non sarà disinnescata o almeno messa in sicurezza – rischierà di deflagrare con effetti rovinosi per l’intero pianeta.  La sicurezza e il benessere futuri dipenderanno sempre di più dal modo in cui la popolazione mondiale si compone ed è distribuita: in che aree essa è in diminuzione e in quali è in crescita, quali Paesi sono relativamente più vecchi e quali più giovani, in che modo i dati demografici influenzeranno gli spostamenti della popolazione nelle diverse aree.

Sembrano temi astratti, ma in realtà ogni giorno abbiamo a che fare con le loro conseguenze estremamente concrete: che cosa sono, infatti, i casi sempre più frequenti di povertà sanitaria soprattutto tra gli anziani e i barconi carichi di migranti, con tutto il corredo di polemiche da cui sono accompagnati, che tracimano dai telegiornali, se non espressioni del problema dello spostamento del

“centro di gravità demografico”, che vede la crescita tutta concentrata nei Paesi in via di sviluppo, gli unici dove si espande soprattutto la popolazione giovane?

È una population bomb che ci riguarda tutti,e che potrebbe deflagrare travolgendo tutto e tutti: mai prima nella storia dell’umanità il quadro demografico è stato così complesso e denso di sfide inedite e formidabili. Ma, come ha osservato  David E. Bloom, professore di Economia e Demografia all’Università di Harvard, la demografia non è un destino. Il punto è come reagiremo e con quanta velocità. La realtà è che non possiamo permetterci di nascondere la testa sotto la sabbia, evitando di prendere misure necessarie come la riforma del sistema pen­sionistico, lo sviluppo di una politica globale dell’immigrazione, la diffusione della contraccezione tra centinaia di milioni di donne, l’adozione di provvedimenti concreti in materia di mortalità infantile, la costruzione di un coinvolgimento costruttivo dei giovani. Sarebbe da irresponsabili e ci esporrebbe in pieno ai pericoli insiti nello tsu­nami demografico che sta spazzando il pianeta”.

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