Roma, 26 settembre – Forse è solo una delle provocazioni che hanno fatto guadagnare a Camillo Langone, opinionista del quotidiano Il Foglio, la fama di cui meritatamente gode, quella di un intellettuale eterodosso capace di accendere polemiche incendiarie. Come quella, giusto per richiamarne una che probabilmente ricordano tutti, che suscitò nel 2011 un suo articolo sulla presunta correlazione tra l’aumento della scolarizzazione femmininile e il calo della natalità, che gli attirò gli anatemi e le condanne non solo delle associazioni delle donne, ma di tutto il sistema politico e della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica.
Ma le provocazioni hanno molto spesso (se non quasi sempre) il merito di suscitare interrogativi e far pensare e quella che Langone lancia su Il Foglio di oggi merita certamente di essere segnalata, perchè riferita a un tema di diretto interesse anche per la farmacia e i farmacisti (non a caso espressamente citati): gli integratori. Anzi, per citare testualmente il titolo della riflessione di Langone, “La babele di pareri medici sugli integratori”.
“Sono un vaccinista entusiasta, un allopatico appassionato, un accanito consumatore di prodotti dell’industria farmaceutica” scrive Langone. “Credo nei professionisti della medicina ma purtroppo ognuno di loro crede in cose diverse. Ho chiesto ai medici e ai farmacisti che conosco di suggerirmi un integratore e ho ricevuto le risposte più disparate e contraddittorie. Risposta 1: “Gli integratori sono utilissimi, devono contenere aminoacidi essenziali, io prendo tutti i giorni il Nutrixam”. Risposta 2: “Gli integratori sono utilissimi, devono contenere antiossidanti, io prendo e faccio prendere un mix di polidatina, sulforafano, tè verde, curcuma”. Risposta 3: “Gli integratori sono indispensabili, devono contenere ascorbato di potassio, corri a comprare il Nike RCK, tiene lontano anche il cancro”. Risposta 4: “Gli integratori sono fuffa”. E adesso cosa faccio?”
Una domanda non banale, che sintetizza un comprenbile sconcerto e che reclamerebbe risposte anch’esse non banali. Ma che produce anche, per gemmazione, una serie di altri interrogativi, uno su tutti: senza scivolare negli eccessi dello scientismo e senza calpestare i sacri perimetri di autonomia, scienza e coscienza dei professionisti sanitari (che però devono sempre ricordare che sono legittimati al loro esercizio dalle loro certificate conoscenze e competenze scientifiche), è possibile trovare il modo per fare sì che medici, farmacisti e operatori sanitari in genere, nell’esercizio delle loro professioni, rimangano all’interno della evidence based medecine? Se esiste una risposta positiva, sarebbe il caso di tirarla finalmente fuori e di attrezzarsi perchè diventi un rigoroso standard di comportamento, da far rispettare senza se e senza ma.
Se invece non esiste, è giunto evidentemente il momento di ridiscutere non solo le regole che governano le professioni della salute, ma gli stessi paradigmi della scienza, a partire da quella medica, con tutte le conseguenze del caso. L’importante è che chi deve (a partire dalla politica) affronti finalmente il problema e avvii con responsabilità il necessario percorso, per impervio che sia, per prendere una vera decisione.
Altrimenti la Babele cui fa riferimento Langone e con la quale i professionisti della salute fanno i conti tutti i giorni (anche nelle vesti di alimentatori, sia chiaro: i guasti della cattiva informazione e della diffusione di discutibili pratiche sanitarie non sono davvero un’esclusiva di internet) non avrà mai fine e, anzi, crescerà esponenzialmente. E come finì Babele lo sanno tutti.


