Società di capitale, torna in Senato l’obbligo del 51% delle quote ai farmacisti

Società di capitale, torna in Senato l’obbligo del 51% delle quote ai farmacisti

Roma, 17 dicembre -Le vicende, tutte consumatesi nella prima metà di dicembre, sono note:  un subemendamento alla legge di bilancio presentato a Montecitorio dal deputato pentastellato  Giorgio Trizzino, volto a imporre l’obbligo (retroattivo e dunque valido anche per le società già costituite) che almeno il 51% delle quote sia detenuto da farmacisti iscritti all’albo, pena lo scioglimento delle società che non provvedano in tal senso adeguandosi entro e non oltre 36 mesi dall’entrata in vigore della norma, dopo la sua approvazione in Commissione era stato stralciato in Aula dal presidente della Camera Roberto Fico, in quanto di natura ordinamentale e dunque incompatibile con la legge di bilancio.

La misura, però, finalizzata a “temperare” il peso delle società di capitale dopo il loro ingresso nella proprietà delle farmacie consentito dalla legge sulla concorrenza approvata nell’agosto del 2017, è una di quelle che rientrano nel novero dei molti impegni assunti pubblicamente dal M5S, e dunque è stata subito rilanciata con forza dalla stessa ministra della Salute Giulia Grillo, che – il giorno dopo lo stralcio in Aula della misura – con lo slogan “Svendere le farmacie italiane al capitale? No grazie” ha auspicato un’immediata riproposizione della misura.

Auspicio che è stato immediatamente raccolto: tra gli emendamenti alla manovra depositati in Senato alla vigilia del fine settimana appena trascorso, spicca infatti quello del presidente della Commissione Igiene e sanità di Palazzo Madama Pierpaolo Sileri (nella foto), che riprende per intero i contenuti del subemendamento Trizzino, ampliandoli. La misura  prevede infatti  che la proprietà delle farmacie di capitali sia detenuta da farmacisti iscritti all’albo per una quota non inferiore al 51%. L’inosservanza dell’obbligo costituirà causa di scioglimento della società, salvo che la stessa non provveda a ristabilire la prevalenza dei soci farmacisti professionisti nel termine di sei mesi. Ove intervenisse lo scioglimento della società, l’autorità competente dovrà revocare l’autorizzazione all’esercizio di ogni farmacia di cui la società risulti titolare. Le società già costituite alla data di entrata in vigore della legge di bilancio 2019 avranno 36 mesi di tempo per adeguarsi alle nuove norme e, in caso di mancato adeguamento,  saranno sanzionate con 50 mila euro. I proventi delle sanzioni confluiranno in un fondo a tutela delle piccole farmacie costituito presso il ministero della Salute.
La formulazione dell’emendamento è perfettamente in linea con la già ricordata sortita della ministra Grillo, che aveva insistito sulla necessità di “impedire la svendita delle nostre farmacie alle catene che pagano le tasse all’estero, chissà dove, e la distruzione del lavoro dei farmacisti che sono professionisti sanitari e dunque rappresentano per tutti i cittadini, soprattutto nei piccoli centri, le sentinelle e spesso il primo punto di riferimento sanitario. Difendo i nostri farmacisti che lavorano e pagano le tasse in Italia”. 

Nella stessa direzione, ed è una plastica dimostrazione di come i due partiti della maggioranza di governo ritengano la misura una di quelle da portare avanti, viaggia un altro emendamento, presentato da un  senatore leghista, il brianzolo Massimiliano Romeo. Anche questo proposta correttiva, meno articolata di quella di Sileri, prevede che la proprietà delle farmacie di capitali venga affidata per una quota non inferiore al 51% a farmacisti iscritti all’albo.

La riproposizione della misura, salutata con comprensibile favore dal mondo della farmacia, ha suscitato per contro allarme e immedaite reazioni  dall’altra parte: il paletto invalicabile del 49% delle quote nella proprietà della farmacie, infatti, a giudizio delle società che già si sono mosse nel mercato del retali farmaceutico acquistando farmacie. presenterebbe seri rischi di incostituzionalità, riferiti ad almeno due aspetti. Il primo è quello (giù rilevato dal presidente Fico al momento dello stralcio del subemendamento Trizzino in Aula a Montecitorio) relativo alla modifica di una legge d’ordinamento, ritenuta illegittima se attuata con uno strumento legislativo non idoneo qual è la Legge di bilancio. L’altra riguarda la retroattività   delle nuove norme, che obbligherebbe le società che hanno già investito e acquistato farmacie ad adeguarsi alle nuove disposizioni entro 36 mesi. Punti sui quali almeno cinque società di capitali (Alliance Healthcare, Dr. Max, Lloyds Farmacia, Admenta Italia e Hippocrates Holding) si sono già mosse anche congiuntamente, cercando un confronto con il governo e intervenendo anche sul fronte dell’informazione. Ne è una dimostrazione un articolo pubblicato nel pomeriggio di venerdì scorso dal Corriere della Sera, dove  le società (che si firmano congiuntamente “Farmacie libere”) osservano che dalle misure previste dall’emendamento Sileri “non esiste un beneficio tangibile per cittadini e sistema sanitario nazionale dalla forzata coincidenza fra proprietà e professionalità della categoria farmacisti, come dimostrato, per esempio, dalla riconosciuta eccellenza a livello internazionale delle strutture medico-ospedaliere a capitale 100% privato“.

Ma le società paventano anche altri rischi, dando per certo che una norma che cambia in corsa l’ordinamento attuale metterebbe inevitabilmente a rischio oltre 300 farmacie che rischierebbero di non essere più sostenute da sufficienti investimenti, per un totale di circa 500 milioni di euro di fatturato aggregato delle aziende del settore. Un fatturato che andrebbe irrimediabilmente a contrarsi, osservano le società, con gravi effetti anche sulla contribuzione all’erario del Paese: esattamente il contrario, ed è evidente il riferimento polemico, di quanto affermato dalla ministra Grillo con la sua affermazione sulle “catene che pagano le tasse all’estero”.

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