Isf, Cassazione annulla licenziamento con procedura collettiva. Fedaiisf: “Giustizia dopo 10 anni”

Isf, Cassazione annulla licenziamento con procedura collettiva. Fedaiisf: “Giustizia dopo 10 anni”

Roma, 21 marzo – La Corte di Cassazione civile, Sezione I, con la sentenza  n. 7166/2019 pubblicata il 13 marzo scorso ha annullato il licenziamento intimato il 16 febbraio 2009 a un informatore scientifico del farmaco (Isf)  a seguito di una procedura di licenziamento collettivo, osservando come il criterio selettivo – stabilito in via sussidiaria nell’Accordo sindacale del 21 gennaio 2009 – dell’assegnazione dei dipendenti in esubero, con mansioni di informatore scientifico del farmaco, ad una delle tre linee soppresse non potesse essere posto legittimamente alla base della risoluzione del rapporto, dato che l’Isf nel tempo si era occupato – elemento non contestato dalla società datrice di lavoro – anche di altre categorie di prodotti farmaceutici, così da risultare pienamente fungibile nello svolgimento delle relative attività di promozione.

La Corte si è uniformata al consolidato principio di diritto per il quale “in tema di licenziamento collettivo per riduzione di personale, qualora il progetto di ristrutturazione aziendale si riferisca in modo esclusivo ad un’unità produttiva o ad uno specifico settore dell’azienda, la platea dei lavoratori interessati può essere limitata agli addetti ad un determinato reparto o settore solo sulla base di oggettive esigenze aziendali, in relazione al progetto di ristrutturazione aziendale. Tuttavia il datore di lavoro non può limitare la scelta dei lavoratori da porre in mobilità ai soli dipendenti addetti a tale reparto o settore se essi siano idonei – per il pregresso svolgimento della propria attività in altri reparti dell’azienda – a occupare le posizioni lavorative di colleghi addetti ad altri reparti, con la conseguenza che non può essere ritenuta legittima la scelta di lavoratori solo perché impiegati nel reparto operativo soppresso o ridotto, trascurando il possesso di professionalità equivalente a quella di addetti ad altre realtà organizzative” (Cass. n. 203/2015; conforme n. 19105/2017)”.

Sulla base di queste considerazioni, il ricorso dell’azienda farmaceutica è stato respinto. La sentenza ha fornito alla Fedaiisf, la Federazione delle associazioni degli infromatori scientifici del farmaco, l’occasione per un commento sulla lunga stagione che, tra il 2007 e il 2017, ha portato l’industria farmaceutica a licenziare 15 mila  informatori scientifici del farmaco, “sfruttando e impoverendo inoltre le risorse dello stato con la cassa integrazione. Una vergogna assoluta passata nell’indifferenza e ignorata da tutti”.

In un commento pubblicato sul suo sito, Fedaiisf ricorda che quella falcidie di lavoratori si verificò in un decennio nel quale l’industria del farmaco registrò  un incremento di valore del 107%m quando il resto dell’industria italiana perdeva il 18%, e un aumento di valore della produzione del +24% (dati di fonte I-Com).

Per giustificare questo misfatto si procedeva a licenziamenti collettivi dichiarando esuberi di lavoratori (Isf) adducendo ‘obiettive esigenze tecniche, produttive e organizzative’ e quindi per ‘ristrutturazione aziendale’ – scrive Fedaiisf. – I licenziamenti collettivi (o più correttamente le procedure di mobilità) sono possibili soltanto in casi specifici individuati dalla legge e unicamente dopo la conclusione di un complesso procedimento al quale prendono parte anche le rappresentanze sindacali. Il datore di lavoro non è libero nella scelta dei lavoratori da licenziare dal momento che la legge stabilisce dei criteri ai quali questo deve attenersi nel predisporre la lista dei dipendenti interessati. L’impresa infatti deve attenersi ai criteri stabiliti dalla contrattazione collettiva: come per esempio i carichi di famiglia, l’anzianità, ecc., oppure per esigenze tecniche, produttive e organizzative dell’impresa.

La sigla degli informatori ricorda che all’interno degli accordi tra impresa e sindacati raggiunti al termine del procedimento di mobilità, è ovviamente possibile che le parti stabiliscano dei criteri diversi da quelli previsti dalla legge. Ma nel derogare ai principi di legge, le parti devono in ogni caso rispettare i principi di non discriminazione e di razionalità, “nel senso che i criteri adottati devono essere coerenti con le ragioni aziendali che sono alla base della richiesta di mobilità”.

Nel  caso degli Isf si concordava con i sindacati e le Rsu di procedere alla mobilità di addetti a unità operative o, nel caso specifico degli informatori, alle cosiddette linee di informazione (in un’azienda di grandi dimensione, solo per fare un esempio,  può esserci una linea d’informazione oncologica o neurologica, eccetera). “Al fine di scegliere i lavoratori da collocare in mobilità, si deve tenere conto non solo degli addetti alla singola unità produttiva in cui l’attività si sia ridotta o soppressa, ma a tutti i dipendenti che svolgano mansioni fungibili” spiega Fedaiisf, dove per  mansione si intende quella  assegnata al lavoratore che si concretizza nei compiti che egli dovrà estrinsecare durante la sua attività lavorativa e costituisce l’oggetto della sua prestazione lavorativa, mentre per fungibilità s’intende la possibilità di adibire il lavoratore a mansioni equivalenti.

Nei licenziamenti di massa di quegli anni si ponevano gli Isf  ‘scomodi’ in determinate linee d’informazione che poi al momento del licenziamento collettivo venivano dichiarate in esubero perché, per esempio, l’azienda non aveva più intenzione di proseguire in quel settore produttivo” scrive Fedaiisf, spiegando uno dei meccanismi utlizzati per l’ecatombe di licenziamenti. “Per poterlo fare si diceva che l’Isf di quella determinata linea non era “fungibile”, cioè non aveva la qualifica per poter fare il suo lavoro in un’altra linea d’informazione. Si procedeva così al licenziamento di quella linea aggirando i criteri di legge sulla selezione di chi porre in mobilità”

Ma per liberarsi del personale veniva usata anche un’altra tecnica, molto più semplice per l’azienda: consiteva nel dichiarare una linea d’informazione “ramo d’azienda” e  poi venderla come tale a una ditta di comodo. “Vedasi la vergogna dei casi Marvecs, X-pharma, eccetera” annota Fedaiisf, concludendo che quella è un’altra storia. E commentando amaramente che, per ottenere giustizia contro una pratica che ha fatto scempio di migliaia di posti di lavoro  cisono voluti ben dieci anni.

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