Decreto Calabria, c’è anche una norma di interesse nazionale sulle carenze di farmaci

Decreto Calabria, c’è anche una norma di interesse nazionale sulle carenze di farmaci

Roma, 7 maggio – Sono ancora all’ordine del giorno le polemiche sul cosiddetto decreto Calabria, approvato lo scorso 18 aprile dal Consiglio dei ministri riunito in via straordinaria nella Prefettura di Reggio Calabria. Il provvedimento, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 101 del 2 maggio 2019, è stato presentato come la risposta necessaria e definitiva per risolvare i problemi endemici della sanità calabrese, devastata dal perenne disavanzo di gestione (che ammonta a 168,898 milioni di euro, con un punteggio Lea fermo a 136,  ben lontano dalla soglia di sufficienza, pari a 160) ma anche dall’infiltrazione della criminalità organizzata (tasto sul quale ha particolarmente insistitio la ministra della Salute Giulia Grillo).

Proprio per questo, il decreto conferisce al commissario per l’attuazione del Piano di rientro, Saverio Cotticelli, e al sub-commissario, Thomas Schael, nuovi poteri di controllo sui dirigenti del Servizio sanitario regionale, sottraendoli al presidente della Regione Calabria, a giudizio della titolare della Salute dimostratosi finora inadempiente agli impegni assunti in precedenza.

Il provvedimento stabilisce inoltre vincoli stringenti su acquisti e forniture che il Servizio sanitario calabrese dovrà, d’ora in avanti, effettuare attraverso la centrale nazionale per gli acquisti della pubblica amministrazione (Consip), oppure attraverso le centrali di committenza di altre Regioni. Nuove prescrizioni riguardano invece le procedure di affidamento sotto soglia, che dovranno essere effettuate con il coordinamento dell’Autorità nazionale anti corruzione (Anac). Anche la progettazione degli interventi del Piano triennale di edilizia sanitaria e quelli relativi all’adeguamento tecnologico della rete di emergenza non saranno più gestiti a livello regionale, ma dovranno passare attraverso l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa (Invitalia).

Il decreto Calabria contiene però anche misure di interesse nazionale su varie materie, come la spesa per il personale del Sss e la formazione medica ai medici di famiglia. A spiccare per l’interesse diretto per il settore del farmaco è però la disposizione che riguarda le carenze di medicinali, contenuta nell’art. 13 del provvedimento e non a caso segnalata da Federfarma in una circolare ai suoi associati.

La norma in questione modifica l’art. 34, comma 6, del decreto legislativo 219/2006, portando da due a quattro mesi il termine per la comunicazione all’Aifa, da parte dell’azienda titolare dell’Aic, della cessazione temporanea o definitiva della commercializzazione di un medicinale nel territorio nazionale, fatto salvo il caso di interruzione dovuta a circostanze imprevedibili ed eccezionali. A ciò si accompagna un’altra modifica, quella del comma 1 dell’art. 148 del medesimo decreto (le parole “comma 7” sono sostituite da “commi 6 e 7”), che produce conseguentemente una modifica dell’art. 2, comma 7, del decreto legislativo n. 17/2014, dove le parole “di cui ai commi da 7 a 15”  sono sostituite da “di cui ai commi da 6 a 15” – un passaggio in effetti apparentemente non del tutto consequenziale, visto che l’articolo del decreto legislativo. 17/2014 parla di eccezioni alla competenza di Aifa rispetto alle sanzioni (che vengono allargate), laddove l’intervento normativo mirava invece dichiaratamente ad aumentare la sanzioniabilità di alcune condotte aziendali.

Una sia pur sommaria valutazione in ordine all’efficacia della nuova disposizione  – che qualcuno ha evidentemente ritenuto necessaria e urgente, visto anche il provvedimento su cui è stata “fatta salire” –  porta a ritenere che l’avere allargato, raddoppiandola, la finestra temporale concessa alle aziende per le comunicazioni di cessazione della commercializzazione di un farmaco non sembri essere una garanzia di migliore funzionalità, vista anche la difficile valutazione delle possibili circostanze imprevedibili ed eccezionali da parte delle amministrazioni.

È però ben vero che tutti gli addetti al settore che siedono al tavolo nazionale istituito dall’Aifa per affrontare i problemi della carenza di medicinali sul territorio nazionale, nel corso di una delle sue ultime sedute, avevano condiviso la necessità di trovare una strada per rafforzare il constrasto de problema: ma l’intento non ha poi prodotto (in particolare dalle sigle più ostili alle sanzioni, quelle delle industrie) indicazioni o proposte concrete alternative a questo tentativo comunque coraggioso dell’amministrazione.

Qualcuno potrà ritenere l’argomento – che, affrontato in questi termini, rientra nel noioso e quasi sempre poco comprensibile alveo dei tecnicismi legislativi – immeritevole di  tanta attenzione. E può in effetti essere che sia così, anche se resta il fatto che, nei programmi e nelle dichiarazioni del “governo del cambiamento” la nuova Aifa – della quale si è subito provveduto a cambiare i vertici – deve essere un santuario di chiarezza, trasparenza ed efficienza. Le norme appena ricordate del decreto Calabria, per quel che si riesce a comprendere, non sembrano andare  esattamente in questa direzione. Ma sarebbe ingeneroso ridurre la questione delle carenze a un problema di natura solo legislativa o regolatoria. Se ancora si gira a vuoto nel tentativo di risolverlo, è perchè le responsabilità sono molte e diffuse e investono gli stessi operatori, sempre pronti a puntare l’indice contro le colpe altrui (vere o presunte che siano) e molto raramente inclini a farsi carico delle proprie inadeguatezze. Argomento del quale non si ama comprensibilmente parlare , ma che è invece utile cominciare finalmente ad affrontare apertamente. Il nostro giornale prova a farlo oggi in un altro articolo, disponibile qui.

 

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