Sanità, spesa privata cresciuta del 10% negli ultimi cinque anni

Sanità, spesa privata cresciuta del 10% negli ultimi cinque anni

Roma, 9 maggio – Più di sette italiani su 10 “ogni anno  pagano di tasca propria almeno una prestazione sanitaria con una spesa sanitaria privata complessiva che sfiora i 40 miliardi di euro. Il  fenomeno, in costante espansione (+9,9% tra il 2013 e il 2018),  riguarda due italiani su tre (quasi 44 milioni di persone), con un esborso medio di circa 655 euro per cittadino”.

Questi  i dati, ripresi da alcuni lanci dell’agenzia Adn Kronos, illustrati ieri da Marco Vecchietti (nella foto), amministratore delegato e direttore generale di  Rbm Assicurazione Salute, nel corso della presentazione del suo  libro  La salute è un diritto. Di tutti (edizioni Egea) tenutasi ieri alla Camera dei Deputati.

“La spesa sanitaria privata è  la più grande forma di disuguaglianza  in sanità, perché diversifica le possibilità  di cura esclusivamente in base all’entità del reddito disponibile da parte di ciascun  cittadino” ha aggiunto Vecchietti. “Un sistema sanitario che ambisca a  essere effettivamente universalistico è incompatibile con una  necessità strutturale di integrazione ‘individuale’ pagata  direttamente dai cittadini malati o più deboli. In costante aumento  anche le disparità a livello territoriale, non solo di natura  assistenziale (breve periodo), ma anche con riferimento agli
indicatori di salute (medio/lungo periodo). Fenomeno, questo,  aggravato dalla carenza strutturale di risorse e di investimenti in  alcune aree del Paese, che finisce per alimentare anche il flusso  delle migrazioni sanitarie dalle regioni del Sud verso le regioni del  Nord”.

“A partire dal 2025” ha detto ancora Vecchietti “il fabbisogno assistenziale della popolazione richiederà un incremento della spesa  sanitaria di almeno ulteriori 20 miliardi, secondo i dati della  Ragioneria generale dello Stato. Per non incrementare ulteriormente  l’ammontare medio pro capite della spesa sanitaria finanziata di tasca propria, bisognerebbe ridurre di circa un terzo gli attuali Lea messi a disposizione della popolazione, o per mantenerli inalterati  bisognerebbe aumentare il contributo pagato di tasca propria dagli  italiani per le cure private da 580 euro a testa a 1.074 euro pro  capite”.

Diversi gli spunti e le aree d’intervento  evidenziate da Vecchietti nel suo libro. In primo luogo, secondo l’autore occorre “ridefinire gli ambiti prioritari di tutela del Servizio  sanitario nazionale, superando il sistema dei Lea ‘onnicomprensivi’  per passare a un sistema di Livelli effettivi di assistenza”. Quindi è necessario “innovare gli strumenti attuativi del Ssn del  nostro Paese diversificandone le fonti di finanziamento sulla base  delle migliori esperienze di welfare a livello europeo (multi-pilastro) per mantenerne intatti i principi fondanti:  universalismo, uguaglianza e sostenibilità, e rideterminare il perimetro di azione dell’attuale Sanità integrativa con un  allineamento sull’attuale perimetro della Spesa sanitaria privata”.

E ancora, “istituzionalizzare la sanità integrativa per assicurare, nell’ambito di un sistema a governance pubblica e gestione privata, una gestione ‘collettiva’ alla spesa sanitaria delle famiglie attraverso un’intermediazione strutturata da parte di un secondo  pilastro sanitario complementare da affiancare al Ssn, in continuità  con l’impostazione già seguita nel settore previdenziale con riferimento ai fondi pensione”.

Un chiaro e – vista la provenienza – inevitabile richiamo alla necessità di potenziare le coperture assicurative integrative, soluzione che sono molti a considerare obbligata ma che c’è anche chi – dati alla mano – ne evidenzia el criticità e gli effetti negativi, come ha recentemente fatto l’Osservatorio della Fondazione Gimbe, proponendo un testo unico sulla materia, affinchè il cosiddetto secondo pilastro possa svolgere una reale funzione di supporto al Servizio sanitario nazionale per le prestazioni sanitarie extra-Lea. A giudizio di Gimbe, le prestazioni sostitutive erogate dai fondi sanitari non dovrebbero più usufruire di detrazioni fiscali, sia perché alimentano business privati e consumismo sanitario, sia perché sarebbe più equo ed efficiente indirizzare tali risorse al finanziamento della sanità pubblica.

“I bisogni di cura dei cittadini sono cambiati” insiste però sul punto Vecchietti. “Bisogna chiedersi, a questo punto, se lasciare i cittadini di fronte alla scelta di pagarsi da soli (quando il  proprio reddito glielo consente) le prestazioni sanitarie aggiuntive  di cui hanno bisogno, o creare un secondo pilastro sanitario complementare che garantisca a tutti, nel rispetto dei medesimi valori fondanti del Ssn, uguali condizioni di accesso ai nuovi bisogni di  cura”.

“Continuare a non prendere una posizione su questo tema” conclude sul tema l’AD di  Rbm “vuol dire rimanere coerenti ‘in teoria’ con un’impostazione, ormai  superata dai fatti, che vede nel Ssn l’unico interlocutore per la salute dei cittadini, accettando tuttavia ‘nella pratica’ un’inesorabile erosione del diritto alla salute dei cittadini”.

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