Limiti al capitale in farmacia, respinti gli emendamenti al Dl Crescita

Limiti al capitale in farmacia, respinti gli emendamenti al Dl Crescita

Roma, 22 maggio – È un po’ la fiera del “deja vu, deja vecu“:  per l’ennesima volta gli emendamenti M5S finalizzati a porre un limite all’ingresso del capitale nella proprietà delle farmacie fr. RIFday del 20 maggio), riproposti a prima firma del deputato Giorgio Trizzino (nella foto), ammirevolmente tenace, sono caduti al primo vaglio, falciati dalla mannaia dell’inammissibilità.

Due le proposte correttive stroncate ancora una volta in prima battura, come era già più volte accaduto in passato: la prima riguardava una modifica  della legge sulla concorrenza del 2017, laddove prevede che i soggetti proprietari possano detenere “non più del 20 per cento delle farmacie esistenti nel territorio della medesima regione o provincia autonoma”. L’emendamento pentastellato si prefiggeva di abbassare  il tetto del controllo a “non più del 5 per cento delle farmacie esistenti nel territorio di un medesimo comune e comunque non più del 10 per cento delle stesse su base nazionale”. La misura prevedeva anche novità sul piano delle sanzioni: in caso di mancato rispetto dei limiti previsti dalla nuova disposizione, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato era tenuta ad adottare una procedura di diffida e a comminare una sanzione amministrativa pecuniaria fino al 10% del fatturato realizzato in ciascuna impresa o ente nell’ultimo esercizio chiuso anteriormente alla notificazione della diffida.In caso di inosservanza entro 36 mesi, l’Agcm avrebbe anche avuto la facoltà di  applicare una sanzione di 100mila euro per ogni esercizio di farmacia risultante eccedente rispetto al limite stabilito.

Respinto anche l’altro emendamento, che disponeva che il ministero della Salute, entro 60 giorni dall’approvazione del provvedimento, adottasse criteri per favorire la distribuzione di medicinali, assegnati direttamente dalla Regione o dall’Asl, con un’interfaccia elettronica come una farmacia virtuale, una piattaforma, un portale o mezzi simili riconosciuti e autorizzati dallo stesso Ministero.

I giudizi di inammissibilità pronunciati dalle Commissioni riunite Bilancio e Finanze della Camera si aggiungono a quelli che, in passato, avevano riguardato la prima delle misure (sostenuta pubblicamente dalla stessa ministra della Salute Giulia Grillo) volte a limitare la presenza del capitale nelle società proprietarie di farmacia, quella che prevede l’obbligo che il 51% delle quote sia in capo a farmacisti iscritti all’Albo. Proposta che, come si ricorderà, vide il suo esordio – accolto con estremo favore dalle sigle di rappresentanza della farmacia – ben sei mesi fa, in occasione della discussione della Legge di bilancio 2019.

Fu proprio Trizzino, da allora presenza costante nelle cronache di categora, a presentare un subemendamento (non accolto) che sarebbe stato poi replicato in altre occasioni (decreto Semplificazioni, decreto fiscale e da ultimo il cosiddetto decreto Calabria).  Questa volte – probabilmente presago di un analogo destino – Trizzino ha evitato di ripresentare quello che potrebbe essere ribattezzato lo “schema 51” –  a inizio dello scorso aprile diventato anche una proposta di legge – provando comunque  a introdurre nuovi e più restrittivi tetti alla proprietà di farmacie, finalizzati a limitare il rischio di derive oligopolistiche.

Ma, ancora una volta, il tentativo del deputato palermitano e del suo partito si è rivelato vano. E c’è chi ha cominciato a interrogarsi sui motivi per i quali le misure della legge concorrenza che hanno dato il via libera all’ingresso del capitale nella proprietà delle farmacie siano così tetragone a ogni tentativo di correzione. Le ipotesi (e gli immancabili cattivi pensieri) che iniziano a circolare sono diversi: la prima è che, in realtà,  la volontà dell’attuale maggioranza di governo di correggere le disposizioni della legge 124/2017 sulla concorrenza non sia poi così granitica come si cerca di far credere, con gran profluvio non solo di dichiarazioni e slogan (su tutti, destinato a passare alla storia, quello della ministra Grillo: Svendere le farmacie alle multinazionali? No grazie), ma anche di iniziative parlamentari, risultate almeno fin qui inesorabilmente inutili.

Un pensiero meno cattivo, almeno nei confronti del M5S,  spiega l’inanità degli sforzi del principale partito di governo con le differenze di vedute, in materia di capitale in farmacia, che esisterebbero tra i partner di governo. C’è anche chi, immancabimente, tira in ballo il padre di tutte le giustificazioni, ovvero il complotto dei poteri forti (tutti a favore del capitale, va da sè),  sotterraneamente ma potentemente al lavoro per disinnescare ogni tentativo di correggere le norme della legge 124/17. E c’è, infine, chi ritiene che al fallimento degli sforzi fin qui condotti dal M5S per cambiare le misure della legge concorrenza sulla farmacia non sia estranea la non ferratissima esperienza politica dei parlamentari pentastellati, evidentemente in difficoltà nell’aggredire una materia che – per qualche arcano motivo – ha fin qui sempre finito per risultare “estranea” rispetto ai tentativi avanzati per correggerla.

Quali che siano i tentativi di spiegarne le ragioni, resta il fatto che le norme della 124/17 hanno fin qui resistito a ogni assalto.  E l’impressione, a dirla tutta, è che possano continuare a resistere.

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