Cancellotti (Unaftisp): “Perchè ai veterinari è consentito di fare i farmacisti”?

Cancellotti (Unaftisp): “Perchè ai veterinari è consentito di fare i farmacisti”?

Roma, 18 giugno – Atteso che ognuno dovrebbe fare il proprio mestiere  (a partire dal pasticciere del famoso detto lombardo che teorizza appunto l’assunto:  Ofelè fa el to mesté) e che  questo principio è del tutto chiaro ai farmacisti, risulta difficile capire come mai ai veterinari sia concesso di  fare i farmacisti e consegnare farmaci presi dalle loro scorte (già aperte) ai loro clienti.

A sollevare la questione, pur ammettendo che “facendo così un veterinario non infrange la legge perché a lui è questa attività è garantita dal Codice del farmaco veterinario (Cfav) che di fatto vuole agevolare l’inizio della terapia sull’animale”, è il coordinatore Unaftisp della Regione Marche Enrico Cancellotti, in una nota pubblicata ieri sul sito associativo della sigla dei farmacisti titolari di sola parafarmacia, dove riconosce anche che  una successiva modifica al Cfv introdotta dalla legge Balduzzi del 2012 concede addirittura al veterinario di consegnare per inizio della terapia anche scorte di nuovi farmaci, “rendendo così molto labile la differenza tra inizio cura e terapia vera e propria, conferendogli con un solo colpo anche una bella laurea in Farmacia”.

“Il farmacista ha chiaro il concetto di non essere un medico, un veterinario o un infermiere e che quindi malgrado spesso rappresenti la prima frontiera a cui sovente il cittadino si rivolge deve sempre demandare, giustamente, alle professioni sopracitate diagnosi, cure e pratiche mediche varie” scrive Cacellotti, aggiungendo che di queste limitazioni “il farmacista è ben cosciente anche perché provare ad ‘intervenire’ può essere molto costoso dal punto di vista legale”.  Il dirigente Unaftisp, al riguardo, ricorda le sanzioni (reclusione da sei mesi a tre anni e multa da euro diecimila a euro cinquantamila) previste dall’art. 348 del Codice penale.

Meno chiari, invece, sembrano essere i confini professionali per altri operatori, come appunto i veterinari, complice anche la presenza di norme favorevoli.  E si tratta di una situazione che, a giudizio di Cancellotti, solleva una serie di questioni: “Farmacie e parafarmacie, luoghi eletti per la dispensazione del farmaco veterinario con e senza ricetta, sono soggetti a controlli periodici e molto severi atti a garantire il rispetto di molti parametri tra i quali stoccaggio e conservazione dei farmaci, metodi di approvvigionamento attraverso ditte e grossisti certificati, controllo delle ricette” scrive il coordinatore Unaftsip delle Marche. “Questo sistema, perfezionato nel corso degli anni grazie alla collaborazione tra chi aziende sanitarie e farmacisti, garantisce la totale sicurezza del farmaco somministrato e quindi la tutela del paziente sia esso uomo o animale”.

Le stesse regole, a giudizio di Cancellotti, non sembrano invece valere per i veterinari, fatto che non può che suscitare una raffica di interrogativi: “Perché il veterinario, nella parte inerente il farmaco, è esentato da questo sistema di controllo? Come dispensa il farmaco? Lo vende o lo regala? Come certifica le scorte? Se detiene una scorta di farmaci da dispensare non dovrebbe avere un codice univoco e adempire agli obblighi di registrazione di lotti e scadenze? Come si può essere certi della effettiva qualità e legittimità delle loro scorte?” si chiede Cancellotti, che continua con le domande:  “Come é possibile certificare la corretta conservazione delle scorte? E dal punto di vista della farmacovigilanza? Come potranno provvedere i medici veterinari al ritiro di un prodotto potenzialmente pericoloso se non ricevono i dispacci che noi farmacisti invece riceviamo puntualmente? Dopotutto la Rev non é stata implementata proprio per aumentare il livello di controllo?”.

“Non ce ne vogliano i medici veterinari” conclude Cancellotti “ma, crediamo, che qui siamo di fronte ad un abuso della professione del farmacista che lede il rispetto del mestiere altrui. Chiediamo quindi a vari enti: ministero della Sanità, associazioni di categoria come ad esempio la Federazione degli ordini dei farmacisti (Fofi) e Federazione nazionale ordini veterinari italiani (Fnovi) di sedersi ad un tavolo e di stabilire i giusti paletti per le competenze di veterinario e farmacista in modo da garantire sempre e comunque la salute del fruitore finale in questo caso gli animali”.

Sulla stessa questione, sempre ieri è intervenuto il presidente dell’Associazione nazionale medici veterinari italiani Marco Melosi, come diamo conto in un altro articolo.

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