Croce: “Legge Concorrenza un anno dopo, a Roma già il 13% delle farmacie è del capitale”

Croce: “Legge Concorrenza un anno dopo, a Roma già il 13% delle farmacie è del capitale”

Roma, 20  giugno – “Show, don’t tell”. Mostra, non raccontare. Presenta, non evocare. Non sappiamo se il presidente dell’Ordine dei Farmacisti di Roma, Emilio Croce (nella foto), conosca questo principo cardine della narrativa anglosassone, molto caro tra gli altri a Ernest Hemingway,  ma lo ha certamente applicato nel promuovere, organizzare e poi animare il convegno  Come cambia il servizio farmaceutico dopo la legge sulla concorrenza, tenutosi ieri a Roma nella sede del Nobile Collegio ai Fori Imperiali.

Croce, nella sua relazione introduttiva, è infatti uscito dagli schemi modaioli delle “narrazioni” che ormai da anni imperversano come un virus nella convegnistica di categoria. E anzichè proporre l’ennesima “rappresentazione”, magari anche anche fascinosa e suggestiva ma spesso non troppo attenta all’esistenza di quel non trascurabile aspetto che si chiama realtà, ha preferito “mostrare”, appunto – e non raccontare – quali siano stati gli effetti della controversa ondata di liberalizzazioni che, dagli inizi del millennio in poi, hanno interessato la farmacia e la professione farmaceutica in Italia.

L’effetto è stato di fornire una plastica dimostrazione del passaggio del sistema farmacia dall’era a.C. a quella d.C.  (ovvero avanti e dopo la Concorrenza), dove niente sarà più come prima. A cambiare lo scenario e con ogni probabilità il futuro del servizio farmaceutico in Italia, tuttavia, non è stata solo la legge n.124 che nell’agosto del 2017 ha consentito al capitale di entrare nella proprietà delle farmacie, ma un processo (sia pure velocissimo) scandito da tappe che Croce ha voluto ricordare brevemente, risalendo alla legge n. 362 del 1991, che introdusse le società di persone di soli farmacisti. “All’epoca fummo l’unica categoria professionale che potè costituire le società tra professionisti”, ha detto Croce, ricordando come quella norma, sollecitata dalla stessa categoria, venne salutata molto positivamente. “Oggi, per contro, siamo gli unici ad avere come soci i non professionisti, ovvero il capitale”.

Secondo, fondamentale passaggio, l’approvazione – dieci anni dopo – della legge   n. 405/2001, che di fatto sottrasse il monopolio della distribuzione dei farmaci ai farmacisti in farmacia, sancito dal Testo unico delle leggi sanitarie del 1934, e consentì la dispensazione delle medicine in regime di assistenza pubblica anche alle Asl e alle aziende ospedaliere.

Il processo continuò quindi con il decreto legge (il n. 87 del 2005) con il quale l’allora ministro della Salute Francesco Storace “picconò” un’altra delle storiche prerogative costitutive del servizio farmaceutico, quella del prezzo fisso e uguale dei farmaci in tutto il Paese. Con il suo provvedimento, infatti, Storace introdusse la facoltà di praticare sconti fino al 20% su Sop e Otc, per offrire ai cittadini (così all’epoca spiegò la sua decisione) la stessa possibilità che aveva lo Stato di negoziare il prezzo dei farmaci di fascia A, conseguendo così un risparmio.  Ma il decreto, secondo il ministro, offriva una grande opportunità anche alle farmacie, che potevano “aprire” alla concorrenza in modo “soft” e senza correre il rischio che prevalesse l’ipotesi (formulata e perseguita dall’allora ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola) di vendere i farmaci senza prescrizione al supermercato.

In realtà, ci volle solo un anno perchè quell’ipotesi – con il nuovo governo espresso dalla maggioranza di centrosinistra che nel frattempo aveva vinto le elezioni – si materializzasse, e in termini ben più problematici: le “lenzuolate” di Pierluigi Bersani, succeduto a Scajola allo Sviluppo economico, istituirono infatti le parafarmacie, esercizi di vicinato abilitati alla vendita di farmaci non soggetti a prescrizione medica alla presenza e con l’assistenza del farmacista,  e consentirono la stessa possibilità, alle stesse condizioni, anche a corner dedicati all’interno delle grandi superfici di vendita della Gdo.

La legge sulla Concorrenza  del 2017, con la scissione del binomio farmacia-farmacista, è stata solo l’ultimo atto del lungo percorso che ha visto erodere, una per una, le prerogative che rendevano la farmacia italiana un “unicum”. Con quel provvedimento, frutto di un interminabile iter parlamentare (durò infatti più di due anni),  si sancì infatti che possono essere titolari della farmacia privata anche le società di capitali e vennero introdotti una serie di addentellati: la direzione della farmacia gestita dalle società è affidata a un farmacista non più socio, ma anche collaboratore in possesso del requisito dell’idoneità;  le farmacie controllate da una stessa società di persone o di capitali non possono essere mai più del 20% delle farmacie esistenti nel territorio della medesima Regione; l’Antitrust assicura il rispetto dei paletti (per labili che siano) introdotti per evitare posizioni di dominanza del mercato; lo statuto delle società partecipate dal capitale e le variazioni devono essere comunicate entro 60 giorni alla Fofi, all’Assessorato regionale alla Sanità, all’Ordine Provinciale dei Farmacisti e alla Asl e, infine, la titolarità della farmacia, assegnata tramite concorso a candidati che partecipano in forma associata, è condizionata al mantenimento della gestione associata da parte degli stessi vincitori per un periodo di tre anni dalla data di autorizzazione dell’esercizio della farmacia, riducendolo dai 10 anni precedentemente previsti.

Tutto questo – e siamo al cuore dello “show, don’t tell” di Croce – ha avuto effetti diretti e immediati, illustrati con una radiografia in numeri del servizio farmaceutico della Capitale e della sua provincia. Quesi i dati resi noti dal presidente dell’Ordine: delle 837 farmacie che insistono in totale a Roma, 769 sono aperte e 68 ancora da aprire con i prossimi interpelli. Per 334 farmacie, la titolarità è in capo a una persona fisica, 146 hanno la titolarità in capo a una società in accomandita, 186 in capo a una società in nome collettivo e 58 in capo a una società di capitali. Altre 45 farmacie, come è noto, appartengono al Comune di Roma attraverso l’azienda speciale partecipata Farmacap.

In provincia, invece, delle 404 farmacie totali sono aperte 359, mentre le restanti 45 saranno aperte con i prossimi interpelli. La maggioranza degli esercizi (145) ha la titolarità in capo a una persona fisica, 55 in capo a una società in accomandita, 62 in capo a una Snc e 20 in capo a una società di capitali. Completano il quadro le 77 farmacie di proprietà comunale. Facile il riepilogo:  su  1128 farmacie aperte a Roma e provincia 78 sono di proprietà del capitale  e 65 sono di proprietà di società in cui partecipa il capitale. Il che significa che nel breve arco di vigenza della legge sulla Concorrenza, in pratica poco più di un solo anno solare,  il 13%  delle farmacie della Capitale d’Italia e della sua provincia non sono più di soli farmacisti.  Dato indicativo di una tendenza che, probabilmente, è destinata a consolidarsi e crescere nel prossimo futuro e che ovviamente non è certamente neutra nè priva di ricadute sugli assetti del servizio farmaceutico, delle quali in qualche modo bisognerà cercare di quantificare gli effetti, le criticità e le prospettive, anche in relazione al diretto interesse che tutto ciò riveste in termini di tutela della salute dei cittadini.

Croce, al riguardo, ha voluto evitare le fughe in avanti e le altisonanti dichiarazioni di impegno, quasi sempre espressione di un wishful thinking privo di ogni effetto concreto (ma magari utile ad assicurarsi qualche consenso), per ricordare invece che quello all’interno del quale ci si muove è un perimetro ancora tutto da definire. A cominciare dalla riaffermazione dell’indentità della  farmacia, che (come si sostiene da più parti) dovrà essere sempre più un presidio di salute, nel quale il cittadino riceverà consulenze di salute e che sarà sempre di più una porta di accesso ai servizi sanitari, nel quadro dello sviluppo della sanità di prossimità sul territorio. Sviluppo che, ovviamente, è in linea con quella  “farmacia dei servizi” sancita dalla Legge del 2009 e dai successivi decreti del 2010 e 2011, che però  non trova ancora concreta attuazione. Anche se – come ha poi ricordato nel suo intervento Lorella Lombardozzi,  responsabile del Servizio farmaceutico della Regione Lazio – la questione è da qualche settimana oggetto dell’impegno di un gruppo di lavoro istituito dal ministero della Salute dove rappresentanti della categoria, delle Regioni, dei medici, degli infermieri e di società scientifiche stanno cercando di definire le linee guida della sperimentazione triennale sulla “farmacia dei servizi” che coinvolge nove Regioni e può disporre dei 36 milioni di fondi stanziati dalla legge di bilancio 2018. Il tavolo di lavoro – al quale la stessa Lombardozzi partecipa in rappresentanza delle Regioni – ha quattro mesi di tempo per portare a termine il suo lavoro, “e non sarà davvero semplice”, ha ammesso la dirigente regionale.

In attesa che la “farmacia dei servizi” acquisti dimensioni di maggiore concretezza – che per Croce dovranno necessariamente passare attraverso la stipula di convenzioni con le Regioni che fissino la remunerazione dei nuovi servizi e delle nuove prestazioni erogati dalle farmace di comunità – il presidente dell’Ordine ha richiamato anche un’altra delle “narrazioni” più gettonate nei convegni e nei giornali di categoria, quella delle farmacie protagoniste naturali e principali della sfida per l’appropriatezza, l’aderenza e l’efficacia della terapia, in prima linea nella presa in carico dei pazienti cronici sul territorio. “È un terreno sul quale dobbiamo spenderci con forza e al meglio delle nostre possibilità” ha detto Croce “ma dovremmo parlare di meno e fare di più, perché la presa in carico della cronicità in una prospettiva di sostenibilità delle cure è anche un obiettivo vitale di altri professionisti – i  medici di medicina generale e gli infermieri – che, a leggere i segnali che ci arrivano,  si sono mossi prima e forse meglio di noi”.

Una testimonianza diretta in questo senso l’ha offerta il vicepresidente dell’Ordine Giuseppe Guaglianone, ospite qualche giorno fa, nella sua qualita di dirigente farmaceutico dell’Asl, a un convegno dedicato alla declinazione operativa di un progetto di presa in carico di pazienti cronici e di monitoraggio delle terpaie farmacologiche. “Il progetto presentato, tracciato fin nei dettagli, prevede tre snodi professionali: il medico specialista, il Mmg e l’infermiere” ha riferito Guaglianone. “Nessun cenno alle farmacie e ai farmacisti, i cui rappresentanti non sono stati peraltro neanche invitati al convegno. A dimostrazione che essere, come in effetti siamo, i professionisti del farmaco non è una condizione sufficiente per garantirci  un posto al sole nell’erogazione e monitoraggio dei trattamenti farmacologici dei pazienti cronici. Non ci sarà regalato niente nè dobbiamo pensare che ci sia dovuto qualcosa e dobbiamo piuttosto rimboccarci le maniche, parlare di meno e fare di più, con una propositività – anche in termini di progetti e iniziative – che fin qui non è stata evidentemente sufficiente, almeno a giudicre da quel che fanno altre professioni”.  

Croce ha concluso il suo intervento richiamando con grande realismo il difficile contesto politico ed economico nel quale deve muoversi la farmacia nell’era d.C., che deve fronteggiare anche le criticità e difficoltà prodotte da una crescita economica asfittica,  dalla sotto-occupazione e dalla scarsa flessibilità del mercato del lavoro (che peraltro, ha ricordato Croce,  “la farmacia non  può certamente pensare di risolvere con strumenti illegittimi  e inappropriati  come i tirocini extracurriculari, sui quali le Regioni, proprio grazie alla battaglia condotta in prima fila dal nostro Ordine, si sono pronunciate escludendo l’applicazione di questi strumenti in realtà come la farmacia”).

Un contesto dove restano ancora tutti da verificare eventuali impatti in termini occupazionali,  essendo al momento impossibile valutare se l’avvento dei capitali  possa produrre elementi di criticità anche su questo fronte: “Numerose farmacie gestite da titolari sono passate a fondi di investimento, cooperative di farmacisti, distributori o singoli investitori” ha detto Croce “ma se e quali effetti ciò produrra in termini quantitativi e qualitativi sul personale farmacista è al momento ancora tutto da scoprire”.

A mettere a fuoco altri aspetti della farmacia a Roma all’esordio dell’era d.C. hanno pensato gli altri relatori, dalla già ricordata Lombardozzi, con un esauriente resoconto sullo “stato dell’arte” del concorso straordinario che nel Lazio ha portato all’istituzione di 274 nuove sedi farmaceutiche, 119 delle quali nella sola Roma. Sia pure sgomitando tra le mille difficoltà originate da ben 60 ricorsi dei concorrenti (“tutti vinti dalla Regione”, ha affermato la dirigente regionale), la Regione ha approvato nel 2015 la graduatoria, che avrà valore fino al 2021, e proceduto già a due interpelli, al ermine dei quali (per limitarsi alla sola Capitale) sono state assegnate 100 delle 119  farmacie totali, con la non accettazione, dunque, di 19 sedi. Delle 100 accetazioni, 51 si sono già tradotte nell’apertura delle farmacie e un’altra decina stanno per farlo. Il tutto con la prospettiva di procedere a breve, entro l’estate o subito dopo, al 3° interpello, subito dopo il quale “contiamo di assegnare tutte le sedi”, ha detto Lombardozzi, precisando però che un conto è assegnarle, altro aprire le farmacie: “Inutile negare, da questo punto di vista, la presenza di criticità che possono scoraggiare i vincitori” ha affermato la dirigente regionale. “E non parlo solo della difficolta, in certe zone, di trovare locali adeguati, ma proprio delle caratteristiche intrinseche di certe sedi, collocate in zone dove certamente il servizio farmaceutico andrebbe assicurato, ma che sono davvero poco appetibili economicamente e rendono dunque problematico aprire un eserzizio che sia poi in grado di sostenersi”.

Giustino Di Cecco professore di Diritto Commerciale alla Facoltà di Economia dell’Università Roma Tre, ha illustrato invece il mondo delle trasformazioni societarie e le varie tipologie di società, tema reso ovviamente di grandissima attualità (e necessità) proprio dalla legge sulla concorrenza. Alla puntuale ricognizione tecnica sul tema, Di Cecco ha però aggiunto due suggestioni: la prima è di guardare alla legge sulla concorrenza non solo come a una fonte di problemi, ma anche come a un’opportunità, anche in ragione dello sforzo adattativo che richiede e delle possibilità che offre. La seconda riguarda quello che, a suo giudizio, è il nodo vero legato all’avvento del capitale, che non sono le forme societarie ma la competitività, parola con la quale i farmacisti, secondo Di Cecco (che ha due sorelle farmaciste) non hanno grande dimestichezza, abituati come sono a una ultradecennale condizione di bassa o inesistente concorrenza. Ma una parola alla quale è giocoforza abituarsi, ha detto il docente, “perché, per quanto i farmacisti evidentemente lo pensino, visti i criteri standard e sempre uguali che utilizzano per attribire il valore dei loro esercizi in caso di vendita, le farmacie non sono tutte uguali nè, dunque, hanno uguale valore. Ed è tempo di fare l’abitudine a questa idea, soprattutto ora che è arrivato il capitale”.

Per completare il quadro della situazione della farmacia, attraverso l’analisi dei problemi di natura legislativa generati dall’approvazione della legge 124/17,sono poi intervenuti gli avvocati Paolo Leopardi, Stefano Lucidi e Gustavo Bacigalupo, esperti di diritto farmaceutico ben noti alle cronache di categoria. E anche in questo caso non sono mancate le indicazioni e i chiarimenti utili, a partire dall’intricato nodo delle incompatibilità nelle “scietà speziali”, che – se  erano chiare e pacifiche prima della legge sulla concorrenza – ora sono diventate un ginepraio, oggetto di contenziosi amministrativi che ancora attendono una pronuncia definitiva in sede di Consiglio di Stato. Esemplare, al riguardo, la sentenza n. 5557 della Seconda Sezione del Tar Lazio, pubblicata il 2 maggio scorso ricordata da Leopardi, con la quale i giudici ammnistrativi laziali hanno ribadito che anche se soci di capitale in una società di farmacia e quindi estranei alla direzione della farmacia, i farmacisti iscritti all’Albo professionale sono comunque soggetti al divieto di intrattenere “qualsiasi rapporto di lavoro pubblico e privato” e alle altre incompatibilità di cui all’articolo 8, comma 1, lettera c, della legge 362/91.

Preziosa, tra le altre, la notazione di Lucidi sul fatto che – con l’arrivo della legge 124/17 – la cosa migliore da farsi sia quella di trasformare tutte le ditte individuali in società: “Si tratta di una scelta praticamente inevitabile” ha affermato Lucidi “non foss’altro che per motivi di opportunità”.

Tra gli “effetti collaterali” negativi del processo di liberalizzazione che ha riguardato le farmacie c’è anche la questione degli orari, turni e ferie (frutto però dei provvedimenti emergenziali varati dal Governo Monti, non della legge sulla concorrenza), che hanno portato disordine e disfunzionalità in un settore che fin lì, con le disposizioni regolatorie fissate dalle Regioni sulla base delle esigenze del territorio, aveva funzionto benissimo. Ne ha parlato, tra gli altri, anche l’avvocato Bacigalupo, evidenziando come l’intervento del legislatore nazionale – sulla spinta di malintese istanze “liberalizzatrici” che, consentendo alle farmacie la più totale libertà in materia di orari di apertura (fatti salvi i limiti minimi imposti dalle norme regionali), puntavano a ottenere maggiore servizio – hanno invece finito per produrre l’effetto contrario, destabilizzando il settore e di fatto riducendo il servizio anziche potenziarlo. Un esempio per tutti, la drastica riduzione delle farmacie in servizio notturno a Roma, precipitate in pochi anni da 66 a 22.

Non sarà facile, tuttavia, tornare indietro e ripristinare condizioni tali da restituire agli operatori un quadro di certezze che ora mancano, anche se – a ribadirlo è stato Croce, che da anni non manca di sollevare la questione in ogni sede, con il solo intento, ha spiegato anche ieri, “di restituire ai cittadini regole semplici e le certezze di cui hanno bisogno per fruire al bisogno del servizio farmaceutico” – non sarà semplice riportare il pallino, come auspicato sempre dal presidente dell’Ordine di Roma, “nelle mani delle amministrazioni locali. Mi rendo conto che ci vorrebbe un miracolo, perché ciò avvenga. Ma intanto è bene non lasciare niente di intentato per fare sì che avvenga, quel miracolo, prima che si sia costretti a tornare alla necessità di ordinanze delle Asl per coprire il servizio farmaceutico in certe fasce orarie”.

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