Allarme ambiente, cresce l’inquinamento da farmaci degli ecosistemi di acqua dolce

Allarme ambiente, cresce l’inquinamento da farmaci degli ecosistemi di acqua dolce

Roma, 15 luglio – Farmaci, preziosi alleati della salute ma anche temibilissimi agenti inquinanti. Una nutrita letteratura scientifica internazionale  certifica come i principi attivi dei medicinali si vadano accumulando nelle fonti d’acqua dolce in tutto il mondo e abbiano ormai raggiunto livelli che stanno provocando gravi danni ambientali,  oltre a concorrere in modo rilevante ad alimentare il problema dell’antibiotico resistenza.

Le cause del fenomeno, secondo una Harvard Health Letter  del 2011, sono da ricondurre principalmente a tre fattori. Il primo è  che una grande quantità di medicine (almeno il 50%, secondo alcune stime), restano inutilizzate e vengono colpevolmente smaltite in modo improprio, per lo più scaricate nel water domestico. Prassi, questa – annotava la nota di qualche anno della Harvard Medical School – purtroppo molto seguita anche in case di cura e ospedali, dove di scartare i farmaci inutilizzati in questo modo. Il secondo fattore sono gli scarichi degli stabilimenti che producono farmaci: al riguardo, la Harvard Health Letter citava lo studio US Geological Survey, che rilevò livelli di contaminazione a valle di due impianti di produzione di stupefacenti nello Stato di New York da 10 a 1.000 volte più alti rispetto a quelli di strutture comparabili in tutto il Paese. Il terzo e forse ancora più grave fattore sono i due miliardi di chili di rifiuti animali generati dagli allevamenti intensivi e su larga scala di animali destinati all’alimentazione umana, molto spesso oggetto di  trattamenti farmacologici (ormoni e antibiotici) per farli crescere più velocemente e per evitare che si ammalino. Inevitabilmente, una quota parte di quelle sostanze filtrano nelle falde acquifere o entrano nei corsi d’acqua.

A confermare l’ormai datata denuncia della Harvard Medical School è intervenuto più recentemente uno studio condotto da ricercatori dell’Università di Radboude e pubblicato lo scorso febbraio sulla rivista Environmental Research Letters.  Lo studio, come spiegato dall’autore principale, Rik Oldenkamp, è nato dalla constatazione che i dati relativi all’inquinamento da farmaci delle acque dolci ​ sono molto più disponibili in certe aree ma non in altre. In altre parole, se è possibile valutare il fenomeno nei fiumi e nei laghi europei, l’impresa è molto meno agevole in altre aree del mondo. Così i ricercatori della Radboude University hanno prima sviluppato un modello in grado di consentire loro di raccogliere informazioni per i Paesi di tutto il mondo, utilizzandolo successivamente per esaminare l’impatto di due farmaci molto comunemente prescritti: carbamazepina, un farmaco antiepilettico e ciprofloxacina, un antibiotico di comune impiego.

Partendo da un consumo pro capite specifico per Paese e per anno calcolato sulla base di dati disponibili nei database,  passando da un calcolo  delle concentrazioni di residui farmaceutici inquinanti negli impianti di trattamento delle acque reflue e nell’ambiente tramite una combinazione di modelli e suddividendo da ultimo le concentrazioni di acqua dolce a livello di singole ecoregioni con il valore limite normativo derivato dai test di tossicità (in modo da raggiungere un tasso di “rischio di inquinamento acquatico” da residui farmaceutici  specifico per l’ecoregione), il team di ricerca ha scoperto che i rischi ambientali causati da questi farmaci nel 2015 avevano raggiunto da 10 a 20 volte più alti rispetto al 1995.

L’antibiotico ciprofloxacina è risultato particolarmente dannoso. Le concentrazioni di farmaci rilevate, molto più alte che in passato, danneggiano infatti i batteri che sono essenziali per diversi cicli di nutrienti. Gli antibiotici nell’acqua interferiscono anche con l’efficacia delle colonie di batteri comunemente usate nel trattamento delle acque reflue.

L’aspetto che preoccupa di più è che le crescenti concentrazioni di antibiotici nelle acque dolci si traducano nella inevitabile accelerazione dell’aumento già catastrofico della resistenza antimicrobica, ormai diventata un’emergenza sanitaria a livello globale.

Lo studio statunitense conferma dunque l’esistenza di un grave problema al quale, evidentemente, non si riesce (ma forse neanche ci si prova) a porre rimedio. Il problema, ovviamente, riguarda anche il nostro Paese, come testimoniò uno studio condotto lo scorso anno dall’Istituto Mario Negri, dal quale risultò che ogni anno Milano scarica nei corsi d’acqua metropolitani 2,5 tonnellate di farmaci, 1,6 quintali di droghe d’abuso e quasi mezza tonnellata di prodotti chimici per la cura della persona.

Parte del carico di inquinanti, spiegarono i ricercatori  del Mario Negri, deriva dai depuratori che ricevono le acque fognarie prodotte dalla città, solo parzialmente ripulite dai depuratori prima del loro scarico nell’ambiente:  soprattutto i farmaci, le droghe e i prodotti chimici per la cura della persona permangono nelle acque trattate e sono riversati in canali e fiumi insieme a quelli di altre fonti di inquinamento, tra cui gli scarichi diretti delle attività zootecniche e industriali, con ripercussioni sugli ecosistemi. Tra gli interventi possibili di contrasto, c’è in primo luogo quello di regolamentare gli scarichi in ambiente, migliorando le capacità di rimozione dei depuratori e controllando gli scarichi diretti, ma non meno importante è sensibilizzare i consumatori a una maggior attenzione. Sarebbe interessante sapere, solo per rimansere al nostro Paese, cosa si sta facendo nell’uno e nell’altro senso.

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