Parkinson, le resolvine potrebbero rallentarne il processo degenerativo

Parkinson, le resolvine potrebbero rallentarne il processo degenerativo

Roma, 4 settembre – Lo sviluppo della malattia di Parkinson potrebbe essere rallentato grazie alle resolvine, molecole prodotte dal nostro organismo per spegnere processi infiammatori e riparare i tessuti danneggiati.

In un nuovo studio pubblicato il 2 settembre scorso su Nature Communications, ricercatori dell’Università di Roma Tor Vergata, della Fondazione Santa Lucia Irccs e del Campus Bio-Medico di Roma hanno prima rilevato un ridotto livello di una specifica resolvina (resolvina D1), in pazienti affetti dalla patologia e sono quindi intervenuti in modo sperimentale su modelli di laboratorio per riequilibrare la presenza di questa importante molecola. Il gruppo di ricerca è così riuscito a rallentare il processo neurodegenerativo che caratterizza il Parkinson.

“Lo studio” spiega il coordinatore Nicola Mercuri (nella foto),  ordinario di Neurologia all’Università Tor Vergata “ci ha permesso di dimostrare che la proteina alfa sinucleina, nota per il ruolo chiave nello sviluppo della malattia di Parkinson, causa molto precocemente un cattivo funzionamento dei neuroni dopaminergici. Le conseguenze sono disturbi motori e cognitivi, ma anche un’aumentata neuroinfiammazione associata a ridotti livelli di resolvina D1 che abbiamo osservato nel sangue e nel liquor cefalorachidiano di pazienti affetti da Parkinson, in cura presso il Policlinico di Tor Vergata”.

Da qui la somministrazione di resolvina D1 in modelli di laboratorio e la riduzione, dopo due mesi di trattamento, dello stato infiammatorio e del processo degenerativo. A oggi, spiega Marcello D’Amelio, responsabile del Laboratorio neuroscienze molecolari del Santa Lucia, la diagnosi di Parkinson avviene tardivamente, “quando più della metà dei neuroni dopaminergici è già andata distrutta e non abbiamo terapie per rigenerarli”. Per questo, intervenire in laboratorio “prima che i neuroni dopaminergici siano andati persi per sempre, fa ben sperare per future sperimentazioni cliniche in grado di rallentare o auspicabilmente arrestare lo sviluppo della malattia”.

“Ragionevole ipotizzare che la presenza ridotta di Resolvine in pazienti affetti da Parkinson possa in futuro servire anche come marcatore precoce della malattia” conclude Valerio Chiurchiù, ricercatore del Campus Bio-Medico e dell’Irccs Santa Lucia.

Allo studio hanno colaborato anche altre  università: in Italia, la Cattolica del Sacro Cuore e quella di Perugia,  in Germania l’università di Tubinga e negli USA l’Università di Harvard.

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