Depressione, farmaci più efficaci grazie a una maggiore plasticità neuronale

Depressione, farmaci più efficaci grazie a una maggiore plasticità neuronale

Roma, 18 settembre – Potenziare l’effetto degli antidepressivi stimolando la plasticità neuronale: questa una delle possibili  chiavi per trattare efficacemente tutte quelle persone (più di 100 milioni, ovvero un terzo circa dei 322 milioni di pazienti a livello mondiale) che non rispondono come dovrebbero agli antidepressivi serotoninergici.

È quanto emerso da uno studio preclinico condotto all’Istituto superiore di sanità da Igor Branchi e Silvia Poggini,  presentato per la prima volta al 32° Congresso dello European College of Neuropsychopharmacology (Ecnp) svoltosi dal 7 al 10 settembre a  Copenaghen.

“Il nostro lavoro” spiega Branchi, del Centro di riferimento per le Scienze comportamentali e la Salute mentale (Scic) “mostra come neuroplasticità e infiammazione cerebrale siano interdipendenti, ovvero come fenomeni di neuroplasticità, quali la formazione di nuove connessioni tra le cellule del cervello, necessari per l’effetto benefico degli antidepressivi, siano possibili solo quando l’infiammazione è mantenuta all’interno di uno specifico intervallo fisiologico di valori.

In una prima fase, riferisce un comunicato stampa dell’Istituto superiore di sanità, gli studiosi hanno somministrato in un modello preclinico di depressione uno dei più comuni antidepressivi, la fluoxetina, in grado di aumentare la neuroplasticità, e hanno dimostrato come tale aumento sia associato a un cambiamento dei livelli di espressione di marker infiammatori. Infatti, quando i soggetti sperimentali erano sottoposti per tre settimane a un ambiente stressante, che causa un’attivazione della risposta immunitaria, il trattamento con la fluoxetina riduceva i livelli di infiammazione.  Quando invece erano esposti ad un ambiente favorevole, associato a un’azione anti-infiammatoria, il trattamento con fluoxetina induceva livelli più alti di infiammazione.

In una seconda serie di esperimenti preclinici, i ricercatori hanno somministrato lipopolisaccaride, una molecola in grado di scatenare la risposta immunitaria, o ibuprofene, un farmaco con effetti anti-infiammatori, modificando i livelli di infiammazione, rispettivamente, alzandoli e abbassandoli, e hanno misurato la neuroplasticità, attraverso marker molecolari.

“Abbiamo potuto constatare” – spiega Poggini, anche lei ricercatrice dello stesso Scic “come livelli troppo alti o troppo bassi di infiammazione siano associati a una ridotta plasticità cerebrale e come mantenere l’infiammazione in un intervallo fisiologico di valori sia associato a una più alta neuroplasticità”.

“Questo studio, se confermato in trial clinici”  conclude Branchi “potrebbe condurre allo sviluppo di strategie terapeutiche basate sul bilanciamento tra neuroplasticità e infiammazione in grado di rendere più efficace il trattamento per la depressione, una patologia che secondo l’Organizzazione mondiale per la sanità rappresenta una delle maggiori emergenze mediche, sociali ed economiche a livello globale”.

 

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