Commissione Igiene e Sanità al Senato, derby M5S-Pd per la successione a Sileri

Commissione Igiene e Sanità al Senato, derby M5S-Pd per la successione a Sileri

Roma, 23 settembre – E ora, con il trasferimento del pentastellato Pierpaolo Sileri al ministero della Salute, del quale sarà il viceministro, chi gli succederà sulla poltrona di presidente della XII Commissione permanente del Senato? La questione, stante la rilevanza della casella, non è di poco conto, anzi, e non a caso è già motivo di discussione tra i due principali schieramenti del nuovo governo, M5S e Pd.

Con i primi intenzionati a conservare l’incarico e i secondi – invece – decisi a reclamarlo per sè, attesa la loro nuova dignità di partner di governo, che li legittima a ottenere l’unica presidenza resasi disponibile. È infatti escluso che la Lega – passata dalla maggioranza all’opposizione – possa rinunciare anche a una sola delle 11 presidenze di Commissione  occupate da suoi parlamentari tra Camera e Senato, tra le quali due Commissioni “filtro” assolutamente strategiche nell’attività parlamentare, la Bilancio alla Camera (guidata da Claudio Borghi) e la Affari costituzionali al Senato (Stefano Borghesi), chiamate a esprimere pareri obbligatori e vincolanti su gran parte dell’attività legislativa. Posizioni dalle quali, dunque, la Lega può seriamente ostacolare l’attività legislativa della nuova maggioranza, come ha peraltro pubblicamente annunciato di voler fare proprio Borghi, piuttosto esplicito nel rilasciare dichiarazioni che lasciano presagire non solo la sua volontà di tenersi stretta la carica ma anche di fare un uso fortemente politico dei suoi poteri.

D’altra parte, anche se l’appartenenza all’opposizione dei presidenti delle Commissioni permanenti è certamente un’anomalia, alla luce del fatto che si tratta di organismi che  svolgono un ruolo vitale nell’organizzazione e nello svolgimento dell’attività parlamentare ai fini dell’attuazione del programma di governo, non vi è modo di far decadere i presidenti di Commissione della Lega prima del tempo: entrambi i regolamenti parlamentari prevedono infatti che le Commissioni permanenti, inclusi quindi i rispettivi uffici di presidenza, siano rinnovate ogni biennio. Inutile attendersi, dunque – con buona pace dell’anomalia in essere – un passo indietro del partito di Salvini. Che si terrà ben strette le sue presidenze fino alla scadenza del biennio, cercando di sfuttare il rilevante peso politico delle loro prerogative: dall’atto di avvio della discussione in sede referente, introdotta dal Presidente della Commissione o da un relatore da lui incaricato, alla valutazione dell’ammissibilità degli emendamenti. E che quello del presidente di Commissione permanente (la sede dove ha concretamente luogo l’azione legislativa) sia un ruolo politico e non di garanzia, è chiaramente comprovato dal fatto che egli – al contrario del Presidente di assemblea – partecipa  al dibattito sui vari provvedimenti, intervenendo nel merito degli argomenti e votando, se e quando ritiene di farlo (e avviene spesso).

L’assenza di disposizioni regolamentari che consentano alla maggioranza della Commissione di sfiduciare il presidente prima della scadenza del biennio previsto, però – almeno secondo alcuni esperti in diritto costituzionale – non esclude che di fronte all’esercizio volutamente ostruzionistico e distorto dei suoi poteri, la maggioranza possa abbandonare i lavori, facendo dimettere i suoi componenti. A quel punto, sarebbe compito del Presidente dell’Assemblea (Roberto Fico a Montecitorio ed Elisabetta Casellati a Palazzo Madama),  in qualità di supremo garante dell’osservanza della lettera e dello spirito del regolamento ai fini del buon andamento dei lavori, verificare se ricorrano i presupposti del comportamento scorretto e sleale per poi procedere, in caso affermativo, allo scioglimento della Commissione, con la sua immediata ricostituzione e la conseguente elezione di un nuovo Presidente e un nuovo Ufficio di presidenza.

Ma l’ipotesi che l’annunciato braccio di ferro tra nuova maggioranza e Lega arrivi a generare le condizioni per esiti di questo tipo è ovviamente tutta da verificare.

Intanto, rimanendo alla questione più certa e immediata, quella della sostituzione di Sileri, che i dem chiedono per sè e i Cinque Stelle sembrerebbero invece intenzionati a mantenere almeno fino a scadenza del mandato biennale, per poi rivedere la nomina delle presidenze e  degli uffici di presidenza di tutte le Commissioni, in conformità con i nuovi equilibri di maggioranza. Nel caso la spuntassero i democrats, il nome più accreditato per insediarsi sulla poltrona che fino a ieri era di Sileri è quello della capogruppo Pd in XII Commissione, Paola Boldrini. Analogo criterio, secondo i rumors, potrebbe seguire il M5S, “promuovendo” alla presidenza (nel caso la tenesse per sè) la sua attuale capogruppe in Commissione, Maria Domenica Castellone.

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