Il valore terapeutico aggiunto nella valutazione dei nuovi farmaci secondo Ema

Il valore terapeutico aggiunto nella valutazione dei nuovi farmaci secondo Ema

Roma, 25 settembre – Uno dei rilievi critici più frequenti avanzati nei confronti dell’Ema, nel momento in cui valuta i nuovi farmaci da autorizzare per il mercato, è quello, fatto 30,  di non fare 31, ovvero di non esprimere anche un giudizio esplicito su come la novità si colloca rispetto a quanto già a disposizione in terapia e quindi (per semplificare) sugli eventuali vantaggi e/o convenienze  che essa produce. Il fatto che l’agenzia regolatoria comunitaria eviti di esprimersi al riguardo, osserva chi stigmatizza la manchevolezza, finisce inevitabilmene per ripercuotersi sulle successive fasi di negoziazione, rendendo più complicato il compito di chi poi deve dare un valore al nuovo medicinale.

A proporre (opportunamente) una riflessione sul tema, sulla rivista Ricerca&Pratica de Il Pensiero Scientifico editore, è un esperto ben noto alle cronache di categoria, Antonio Addis, del Dipartimento di Epidemiologia della Regione Lazio. Che ripropone un articolo sul tema di tre pezzi da 90 della stessa Ema (il senior medical officer Hans-Georg Eichler, il presidente del Chmp Harald Enzmann e il direttore Guido Rasi, nella foto) pubblicato lo scorso aprile su Nature Reviews Drug Discovery.

Nell’articolo, i tre alti dirigenti Ema analizzano i benefici e i rischi delle diverse proposte riguardanti il ​​ruolo delle agenzie di regolamentazione nello stabilire il beneficio terapeutico aggiunto di nuovi trattamenti alla luce del dibattito in corso sul prezzo dei medicinali. Eichler, Hanzmann e Rasi  individuano quattro diversi possibili scenari dove il valore terapeutico aggiunto potrebbe essere inserito nella valutazione dei nuovi medicinali.

Il primo è quello di autorizzare solo i farmaci con valore terapeutico aggiunto. In pratica, si tratterebbe di innalzare l’attuale standard concedendo il mercato solo ai medicinali con dati di superiorità sulle opzioni oggi disponibili. “In questo caso gli autori intravedono il rischio di rinunciare del tutto a terapie che se pur simili al momento della registrazione permettono col tempo di evidenziare profili di sicurezza differenti (per es. antidiabetici), diverse interazioni farmaco-farmaco (antimicotici) o diversi profili di efficacia e dimensioni di risposta (chinoloni)” commenta Addis. “Si perderebbe inoltre la possibilità di avere per le stesse indicazioni medicinali che consentono di tenere conto della variabilità nella risposta e nell’accettabilità individuale. Inoltre, la mancata concorrenza tra prodotti simili potrebbe vanificare il contenimento dei prezzi”.

Il secondo scenario consiste nella richiesta al momento dell’autorizzazione di studi comparativi testa-a-testa. “Anche senza il vincolo della superiorità, la richiesta di dati di efficacia nei confronti di comparatori attivi viene presentata come poco praticabile e poco flessibile” osserva Addis. “In questo caso gli autori vedono soprattutto la difficoltà di individuare confronti univoci. Allo stesso tempo, la conduzione di studi clinici randomizzati verso molteplici confronti appare di non facile attuazione. L’utilizzo del placebo diventa per l’Ema quindi uno standard di riferimento utile in aree terapeutiche che evolvono velocemente”.

Il terzo possibile scenario è quello di consentire una valutazione comparativa anche attraverso confronti indiretti. Secondo questa proposta. il beneficio terapeutico aggiunto potrebbe basarsi anche su confronti indiretti. Per questi ultimi si fa riferimento a studi che confrontano indirettamentedue trattamenti utilizzando i dati esistenti di due o più Rct, ciascuno con un comparatore comune (ad esempio, placebo). In questo ambito, l’Ema sottolinea l’esperienza maturata insieme alla rete di agenzie di Health technology assessement (Hta) e altri attori del sistema, che consentirebbe oggi di definire prima del lancio le aree in cui sarà più facile raccogliere i benefici della terapia.

Il quarto e ultimo degli scenari individuati da Eichler, Hanzmann e Rasi scaturisce dalla proposta di focalizzare il giudizio di approvazione sulla base del valore comparativo di efficacia. Proposta che suggerisce un’attenzione più esplicita alle considerazioni sulla parte che riguarda l’efficacia comparativa nelle valutazioni del rischio-beneficio e nelle relative comunicazioni. Per non cadere nell’equivoco di una definizione di beneficio o un danno assoluto, i regulator dovrebbero predire quanto più possibile i diversi scenari in cui la comparazione è più o meno possibile e quantificabile. In questo caso molto del lavoro può essere definito a priori ma anche vincolato a verifiche post-marketing.

“In realtà, la valutazione dell’efficacia comparativa ha sempre rappresentato una linea di confine tra le attività degli enti che regolano il commercio dei nuovi farmaci (Ema, Fda, ecc.) e quelle delle istituzioni che ne stabiliscono il prezzo (Hta)” scrive Addis, osservando che le considerazioni di Eichler, Rasi e Hanzmann sono finalizzate a cercare un punto di incontro, sostenendo soprattutto che la valutazione comparativa non deve essere un limite e, eventualmente, può essere anche approssimata sulla base di valutazioni indirette o posticipata alle verifiche post-marketing.

Addis, però, concludendo le sue osservazioni, evidenzia come nel contributo dei tre alti dirigenti Ema manchi in ogni caso, la risposta al perché, non tanto la trasparenza sui differenti prezzi, quanto piuttosto quella sui dati (presenti o assenti) dell’efficacia e sicurezza rispetto alle alternative terapeutiche non accompagna in modo esplicito e già da ora il giudizio finale dell’Ema su ogni nuovo medicinale.

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