Nuova remunerazione, oggi l’invio della proposta delle farmacie alla parte pubblica

Nuova remunerazione, oggi l’invio della proposta delle farmacie alla parte pubblica

Roma, 30 settembre – Remunerazione, sembra dunque che il D-Day sia finalmente arrivato:  dovrebbe partire oggi (salvo ripensamenti) all’indirizzo di Ministero, Regioni e Aifa la proposta delle nuove modalità di compenso per il servizio farmaceutico elaborata dalle farmacie. A  firmare il documento sono Federfarma,  Assofarm e Federazione degli Ordini dei farmacisti,  che negli ultimi mesi hanno lavorato intensamente per avviare a conclusione una vicenda che “balla” ormai da una decina d’anni e che diventa ogni giorno più urgente, stante la progressiva e apparentemente inarrestabile erosione della redditività delle farmacie stesse.

Il nuovo sistema di remunerazione proposto dalle sigle di categoria (e, per quanto risulta, non sottoscritto al momento da Adf e Federfarma Servizi, che sterebbero pensando a ipotesi diverse per perequare i compensi per il loro servizio) è un modello misto che prevede quota fissa di dispensazione e quota percentuale calcolata sul prezzo. La  quota fissa è articolata in tre fasce diverse, secondo il prezzo dei farmaci: alle farmacie andrebbero 0,50 euro per i farmaci da o a  4 euro, 1,70 euro per i farmaci da 4 a 11 euro e 2,60 per i farmaci con prezzi superiori agli 11 euro.  La quota percentuale prevede invece una sola aliquota (pari al 7%) per tutti i farmaci, indipendentemente dal loro prezzo. La formulazione di tre fasce di prezzo per la quota fissa, spiega la proposta firmata daFederfarma, Assofarm e Fofi, “si è resa necessaria … per attenuare la sproporzione tra il prezzo al pubblico e il rimborso in regime convenzionato per i farmaci a basso prezzo”.

A “integrare” la retribuzione intervengono poi 0,10 euro di quota premiale per i soli farmaci non soggetti a sconto Ssn (generici e originator con prezzo pari a quello di riferimento) e le quote aggiuntive (0,40 e 0,50 euro) applicabili soltanto alle farmacie agevolate per legge.

La proposta prevede che tutte le quote fisse siano “necessariamente agganciate a indici di adeguamento automatico, affinchè sia assicurato un meccanismo che garantisca nel tempo il mantenimento del loro valore iniziale”. E, in ogni caso, dovrà essere prevista “una verifica periodica del modello, ai fini della conferma della sua sostenibilità, sia per il Ssn che per le farmacie, con particolare riferimento alle mutate condizioni del settore (modifiche normative, variazioni rilevanti dei volumi nei vari canali di distribuzione, modifiche sostanziali del prezzo medio dei farmaci, modifiche dei confezinamenti dei singoli farmaci eccetera)”. Le verifiche dovrebbero avere cadenza prima semestrale e poi annuale.

Il nuovo modello di remunerazione, precisano le sigle della farmacia, riguarda soltanto la convenzionata, ovvero “le forniture effettuate al Ssn e non incide sul margine della distribuzione intermedia e sul prezzo ex factory”. Resta inevitabilmente fuori la partita – che qualche articolazione territoriale del sindacato dei titolari riteneva  invece necessario affrontare nell’occasione – degli assetti della distribuzione diretta e della Dpc, ovvero i canali dove passa ormai il grosso della spesa farmaceutica, ai quali è riservato un semplice accenno, quello (già riferito)  relativo alle “variazioni rilevanti dei volumi nei vari canali di distribuzione”, che saranno appunto uno degli elementi di verifica periodica della sostenibilità del nuovo modello.

Il documento sulla nuova remunerazione, nella sua premessa, spiega il “razionale” della proposta, ricordando che la necessità di giungere a un nuovo modello retributivo venne manifestata già nel 2012, per fare fronte “a dinamiche di assistenza farmaceutica” tali da impoverire “economicamente e professionalmente” la dispensazione dei farmaci in regime convenzionato nelle farmacie di comunità. Da qui la necessità di un tempestivo intervento che, agendo su due livelli, da una parte “restituisca in qualche misura parti delle risorse economiche perse” dalle farmacie territoriali convenzionate, e dall’altra “introduca una modifica della remunerazione delle forniture di farmaci dispensate in regime convenzionato con il Ssn per contribuire a stabilizzare nel tempo, almeno in parte, l’equilibrio economico/finanziario della farmacia”.

La proposta si diffonde anche nell’illustrazione dei principi utilizzati per la sua elaborazione, citando in primo luogo la già ricordata cornice di intervento (limitata esclusivamente al rapporto farmacie-Ssn, con la sola modifica del calcolo per la tariffazione ed emissione delle Dcr). Gli altri principi che hanno guidato la stesura del lavoro sono il mantenimento dell’attuale regime di determinazione del prezzo al pubblico, il mantenimento della premialità in favore delle farmacie “agevolate” e quello degli incentivi per la promozione dei generici. Da ultimo, ma certamente non ultima, la garanzia (anch’essa già ricordata) di indicizzazione dei valori della nuova remunerazione.

Il documento firmato da Federfarma, Assofarm e Fofi afferma in conclusione che i calcoli effettuati convertendo i vecchi margini percentuali  nei nuovi meccasismi retributivi, calcolata sul numero di confezioni erogate dalle farmacie in regime convenzionato nel corso del 2018, porterebbero a una remunerazione complessiva per le farmacie di  oltre 2,5 miliardi di euro (per l’esattezza  2.523.784.714,01). Cifra che, raffrontata con il margine complessivo calcolato per le farmacie nel 2018 (2.242,250.199 euro), evidenzia un incremento di circa 300 milioni di euro. Un maggiore esborso che ovviamente non è in linea con il ferreo paletto della “invarianza dei costi” posto dalla parte pubblica come condizione invalicabile per la nuova remunerazione: cosa ciò possa comportare nelle fasi successive di interlocuzione con le istituzioni è ovviamente una questione tutta da vedere.

Così come bisognerà peraltro valutare l’impatto della proposta all’interno dello stesso sindacato, dove non mancano i mal di pancia: basterà citare la diffida deliberata all’unanimità da Federfarma Lombardia giusto una settimana fa, il 23 settembre, con la richiesta al sindacato nazionale di esimersi dall’inviare proposte modificative dell’attuale sistema remunerativo della farmaceutica convenzionata senza prima un avvallo dell’assemblea nazionale del sindacato. Richiesta che – se davvero la proposta di cui si è appena detto dovesse essere inviata oggi alla parte pubblica – risulterebbe di fatto inascoltata. E anche qui resta da vedere cosa accadrà nell’Assemblea nazionale del sindacato in calendario l’8 ottobre, alla quale è ragionevole prevedere che i vertici di Federfarma sottoporranno la proposta di cui si parla per la necessaria approvazione. Che – ed è l’unica previsione che si può fare con la certezza di azzeccarla – non potrà in ogni caso registrare l’unanimità.

Secondo quanto si apprende da fonti sindacali, anche al fine di ridurre eventuali dissensi derivanti da una non sufficiente conoscenza della delicata e complessa questione, i vertici di Federfarma avrebbero in animo di far precedere l’Assemblea, il 7 ottobre, da un incontro per illustrare in dettaglio i contenuti del nuovo modello di remunerazione  e chiarire eventuali dubbi.

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