Istituto Leoni: “Catene, remoto il rischio di eccessi di concentrazione delle farmacie”

Istituto Leoni: “Catene, remoto il rischio di eccessi di concentrazione delle farmacie”

Roma, 7 novembre – L’Istituto Bruno Leoni (Ibl) uno dei think tank del liberismo italiano, non nuovo a iniziative e sortite molto critiche sugli assetti del servizio farmaceutico del nostro Paese,  ha condotto un’esplorazione sugli effetti della legge sulla concorrenza  (legge 124/17) sul retail farmaceutico nazionale, sintetizzandone gli esiti in un paper pubblicato il 1° ottobre scorso.

L’autore dello studio, Carlo Stagnaro (nella foto), fellow dell’Ibl che dirige l’Osservatorio di economia digitale dell’Istituto  (e già capo della segreteria tecnica del Mise), aveva evidenziato, non più tardi dell’estate del 2018, che a suo giudizio sarebbero stati necessari almeno cnque anni per valutare le conseguenze sul settore della distribuzione farmaceutica  di un intervento importante come la prima legge annuale sulla concorrenza. Ma, evidentemente, i “sommovimenti” già registratisi nel settore hanno suggerito all’istituto di redigere un primo briefing paper sull’argomento, per tentare una prima risposta in ordine ai cambiamenti che la legge potrà produrre.

La prima indicazione è che, sostanzialmente, non ci sono nè ci saranno sconvolgimenti:  il rischio che dall’ingresso del capitale nella proprietà delle farmace possano scaturire processi di concentrazione e monopolio nell’ambito della distribuzione finale del farmaco è, secondo Ibl, molto remoto. Il tetto fissato dalla legge, che impedisce a una singola catena di possedere più del 20% delle farmacie di una medesima Regione o Provincia autonoma appare del tutto sufficiente a scongiurare derive di stampo monoplostico.

Per la distribuzione del farmaco, più che pericoli, dalla legge scaturiscono vantaggi e opportunità, perché stimola la concorrenza e l’efficientamento del settore, grazie ai quali nel tempo miglioreranno  qualità e ampiezza dei servizi offerti e competitività sui prezzi, di cui non potranno che beneficiare i cittadini. Ma anche i titolari di farmacia, secondo l’Istituto, non mancheranno di trarre vantaggio da  una legge che pure sostengono di voler cambiare.IL briefing paper evidenzia il calo di fatturato del canale farmacia, dai 26 miliardi di euro del 2010 ai 24,5 del 2017, con una perdita vicina al 6%. Un anddamento al ribasso che ha costretto le farmacie a cercare  di efficientare il proprio modello ed espandere i propri servizi, attraverso “la progressiva diversificazione dell’offerta e la tendenza sempre più diffusa a erogare nuove prestazioni, spesso in convenzione col Ssn”.

Tentativi che però, fino al 2017, sono andati a sbattere contro gl scogli di una legislazione che “limitava la dimensione delle imprese e dunque la loro capacità di effettuare investimenti” ed economie di scala. Un ostacolo  che i farmacisti hanno provato comunque a superare, cercando di aggregarsi in catene virtuali. Uno strumento che, secondo il briefing paper Ibl, non è però sufficiente, perchè in ogni caso non consente quella integrazione “vera e propria” che è stata invece resa possibile dalla Legge sulla concorrenza.

Lo studio coordinato da Stagnaro esclude anche altri danni collaterali che spesso sono paventati dalle rapppresentanze della farmacie: non ci sono evidenze, ad esempio, che il modello “storico” che faceva coincidere proprietà, conduzione professionale e gestione economica della farmacia produca vantaggi per il consumatore e per lo stesso farmacista. Il briefing paper, al riguardo, chiama s supporto due altri studi di fonte Ocse e Ue, che smentiscono la tesi secondo la quale “la titolarità della licenza da parte di non farmacisti possa condurre a uno svilimento della professione o a una riduzione della qualità dei servizi e delle tutele offerte ai consumatori”.

È più facile che avvenga il contrario, scrive l’Ibl: dalle esperienze analizzate emerge che “una catena di farmacie ha forte interesse a garantire un servizio di qualità elevata, in quanto le eventuali ricadute reputazionali di condotte scorrette finirebbero per travolgere non solo l’esercizio nel quale dovessero avvenire, ma l’intera catena che ne condivide il brand”.  La riprova della necessità di un approccio “virtuoso”, scrive ancora Ibl, è comprovato dal fatto che  “spesso le catene offrono ai farmacisti dipendenti corsi di formazione e altri analoghi investimenti in capitale umano con il duplice obiettivo di mantenere uno standard di servizio elevato e trattenere i collaboratori, valorizzandone le competenze”.

Il briefing paper spazza via anche ogni timore di possibili derive in direzione della formazione di monopoli. L’argomentazione addotta, non priva di una qualche capziosità, è che in un contesto in cui il numero di farmacie è fisso e comunque frutto dinamiche di mercato ma dalla penetrante cornice di regole che disciplinano il settore, l’aumento dei soggetti interessati ad acquistare farmacie “dovrebbe avere come risultato un apprezzamento delle licenze, da cui rendimenti di scala decrescenti” a ogni nuovo acquisto da parte delle catene di capitale. Nel tempo, il risultato sarebbe inevitabilmente quello di  “un rafforzamento dei farmacisti indipendenti” e un disincentivo “per i grandi operatori a crescere oltre una certa soglia“.

A sinergizzare l’appena riferito prevedibile effetto “protezionistico” figlio delleu suali dinamiche di mercato  c’è il già ricordato tetto regionale del 20% alle farmacie, rispetto al quale il briefing paper Ibl offre qualche dato di comparazione internazionale tra nove Paesi europei (Belgio, Repubblica Ceca, Irlanda, Lituania, Lettonia, Paesi bassi, Svezia, Slovacchia e Regno Unito).  Solamente  in tre (Lettonia, Lituania e Svezia) la quota di mercato dell’operatore di maggiori dimensioni  supera il 20 per cento  e di questi Paesi solo due (Lituania e Svezia) presentano un elevato grado di concentrazione.

Inoltre, bisogna anche  considerare che si tratta di Stati poco popolosi, il più grande dei quali (Svezia) “ha un rapporto tra farmacie e popolazione più che doppio rispetto all’Italia (una farmacia ogni 7.180 abitanti contro una ogni 3.194)”. Nel Paese più apparentabile al nostro, il Regno Unito, dove le catene sono una realtà da decenni, la percentuale della catena di maggiori dimensioni è al 16,7%.

Per Stagnaro, dunque, dall’esplorazione  condotta dall’Ibl emerge una conclusione univoca: l’ingresso del capitale in farmacia, lungi dal produrre effetti negativi,  è  “un’opportunità di diversificazione dei servizi e di efficientamento dei costi“, in linea con quello  che avviene in molti altri Paesi. Aprire ad altri soggetti la proprietà (e quindi l’organizzazione e gestione delle farmacie), secondo l’istituto,  “è un fondamentale passo di modernizzazione, che consentirà di andare incontro alle esigenze dei consumatori senza pregiudicare le giuste tutele e garanzie cui i pazienti hanno diritto. Anzi, in molti casi le renderà ancora più efficaci“.

Non più tardi di due giorni fa, a Milano, nella cornice di FarmacistaPiù, i rappresentanti delle farmacie e della professione farmaceutica sostenevano esattamente il contrario, paventando (lo ha fatto ancora una volta il presidente della Fofi Andrea Mandelli) il rischio che cinque soli player, grazie alla legge 124/17 così come attualmente formulata, possono “impadronirsi” dell’intera rete di distribuzione del farmaco italiana.

Affermazione che non ha alle spalle studi, “esplorazioni” o confronti internazionali specifici, ma è il semplice frutto di una proiezione che (in linea terorica) è resa possibile dalla norma della legge sulla concorrenza che fissa il già ricordato “paletto” del 20% per limitare l’eccesso di invasività del capitale nel retail farmaceutico di una medesima Regione o Provincia autonoma.

Una percentuale troppo alta, secondo i rappresentanti della farmacia e dei farmacisti, tanto che non sono mancati nel tempo i tentativi in Parlamento finalizzati a ridurla al 10%, a dimostrazione che il rischio che, in materia di farmacie, in pochi possano giocare all’asso pigliatutto, è avvertito anche dai legislatori. Che ora, con il paper dell’Istituto Bruno Leoni, hanno  però nuovi elementi da considerare.

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