Il Parlamento sforbiciato: sì definitivo della Camera al taglio dei parlamentari

Il Parlamento sforbiciato: sì definitivo della Camera al taglio dei parlamentari

Roma, 9 ottobre – La Camera dei Deputati ha definitivamente approvato ieri il disegno di legge costituzionale che riduce i deputati a 400 dai 630 attuali e i senatori a 200 dagli attuali 315. I voti a favore sono stati 553, 14 i contrari e due gli astenuti (nella foto, il tabellone di Montecitorio con il risultato della votazione).

Un voto plebiscitario, dunque, andato ben oltre la  maggioranza assoluta dei componenti dell’Assemblea, pari a 316 voti, che  era richiesta per l’approvazione del provvedimento in ragione della sua natura costituzionale.

La nuova legge prevede anche di conservare l’istituto dei senatori a vita,  fissandone però a cinque il numero massimo (finora cinque era il numero massimo che ciascun presidente poteva nominare), insieme alla riduzione degli eletti all’estero: i deputati scendono da 12 a 8, i senatori da 6 a 4. Come ogni riforma costituzionale, il provvedimento potrà essere sottoposto a referendum confermativo, sempre che venga richiesto: potranno farlo   126 deputati o 64 senatori, oppure cinque Consigli Regionali o 500.000 elettori. Se nessuno lo richiederà entro tre mesi, la riforma sarà promulgata e sarà valida dalla prossima legislatura.

Tutte a favore la forze politiche (con la sola dichiarata eccezione di PiùEuropa), difficile dire se per sincera convinzione o se per mero calcolo opportunistico: votare no – al netto di ogni ragione, anche fondatissima – avrebbe infatti significato essere iscritti d’ufficio nella lista dei difensori della casta e dei suoi privilegi, con forti rischi di perdita di consenso da parte di un elettorato sempre più sensibile alle  sirene dell’antipolitica e del populismo. Nessuna sorpresa, dunque: i dissensi annunciati sono (probabilmente) evaporati davanti alla paura di un ritorno alle urne a tre anni dalla scadenza naturale della legislatura e ancora ben lontani dal raggiungimento dei quattro anni e sei mesi che consentono di maturare il diritto al vitalizio.

Il risultato del voto consente al M5S (come dimostrano le reazioni di giubilo seguite all’approvazione della legge) di riappropriarsi della bandiera dell’antipolitica, rivendicando il taglio dei parlamentari come un esclusivo, storico  successo del Movimento e attribuendosi il merito dei risparmi che ne conseguiranno. Riguardo ai quali – al netto delle roboanti dichiarazioni di chicchessia – non è inopportuno  ricordare che la sforbiciata al numero di componenti di Camera e Senato sitraduce in circa 50 milioni in meno di spese all’anno (M5S sostiene in realtà che i milioni siano 82, ma lo fa contando gli stipendi al lordo, mentre andrebbero invece considerati al netto, dal momento che le tasse e i contributi sul lordo vengono versati allo Stato). In ogni caso, si tratta di un risparmio che qualcuno ha quantificato nello 0,007% per cento della spesa pubblica italiana. Una percentuale che – a occhio – permette di affermare che la misura non sarà davvero decisiva per le sorti dei nostri bilanci pubblici, che avrebbero bisogno di ben altri interventi.

Resta il fatto che il provvedimento è approvato e, ora, bisognerà pensare alle sue conseguenze: la riduzione del numero di parlamentari (che impone in primo luogo la ridefinizione dei collegi elettorali) dovrà infatti essere necessariamente seguita da una riforma dell’attuale legge elettorale e da una serie di altri aggiustamenti per ripristinare gli equilibri rappresentativi previsti dalla Carta costituzionale. Obiettivo, questo, al quale guarda soprattutto il Pd, che ha votato sì a un provvedimento sul quale (nelle tre  letture precedenti) aveva sempre espresso voto contrario: la decisione del voto favorevole è arrivata anche a seguite delle promesse dell’alleato di governo, il M5S, di lavorare al varo di una nuova legge elettorale. Un sofferto (e non a tutti comprensibile) cambio di posizione e opinione che corrisponde alla firma di una cambiale in bianco, con i rischi che ne conseguono.

Non essendo questa la sede (e non possedendo sufficienti competenze) non entreremo nelle disamine di natura politico-istituzionale del provvedimento, limitandoci a proporre, a titolo di curiosità, la comparazione con la consistenza numerica dei Parlamenti degli altri Stati della Ue contenuta in un lancio dell’Ansa, dalla quale emerge che con la riforma che taglia il numero dei parlamentari l’Italia diverrà il Paese dell’Ue con il minor numero di rappresentanti in rapporto alla popolazione: con 0,7 “onorevoli” ogni 100 mila abitanti supererà la Spagna, che deteneva il primato con 0,8.

Se un confronto tra Camere “basse” è possibile, dato che in tutti gli Stati esse hanno identiche funzioni, per i “Senati” risulta impossibile perché la maggior parte dei Paesi Ue (15 su 28) non lo hanno, e nei restanti 12 hanno funzioni molto diverse e inferiori rispetto al Senato Italiano che “duplica” le funzioni della Camera, essendo l’Italia l’unico Paese al mondo con il bicameralismo perfetto (è esistito solo in Romania tra il 1991 e il 2003).

Inoltre solo in tre Paesi (Polonia, Repubblica Ceca e Romania) il Senato è eletto direttamente dai cittadini e non è espressione dei livelli territoriali (Land, Regioni, province, ecc). Per quanto riguarda dunque la Camera politica un primo paragone si può fare con gli altri Stati dell’Ue di grandi dimensioni demografiche. La Germania, con i suoi 82 milioni di abitanti è il Paese con la Camera più grande, anche se è a numero variabile a causa del sistema elettorale: gli attuali eletti al Bundestag sono 709: ciascuno di essi rappresenta 116.855 abitanti. Identica rappresentanza ha la Francia: 116.503 abitanti per ogni membro dell’Assemblea Nazionale, che ha in tutto 577 membri per 67 milioni di abitanti.

L’altro grande Paese (ancora per poche settimane) nell’Ue è la Gran Bretagna: 650 deputati per i 66 milioni di sudditi di Sua Maestà, con un rapporto assai simile a quello attualmente in vigore in Italia. Il quinto grande Paese, la Spagna, se perderà il primato della bassa rappresentanza, manterrà quello dei minor numero di deputati (sempre tra i grandi Stati): solo 350 a rappresentare 46 milioni di cittadini. Ne ha di più anche la Polonia (460) pur avendo solo 38 milioni di abitanti.

Ovviamente i Paesi piccoli, se hanno un numero assoluto di deputati più basso, hanno un rapporto tra eletti ed elettori più alto. Cipro ha attualmente solo 56 parlamentari, ma avendo appena 864mila abitanti ha ben 6,5 eletti ogni 100.000 cittadini. A doppia cifra vanno Lussemburgo e Malta: il Granducato ha 60 deputati, cioè 10 ogni 100.000 abitanti, e Malta ne ha 68 per i suoi appena 475mila residenti: addirittura 14,3 eletti ogni 100.000 elettori. C’è poi il più piccolo dei tre Stati Baltici, l’Estonia: 101 deputati che rappresentano 1,3 milioni di abitanti: ben 7,7 eletti ogni 100.000 cittadini.

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