Dr Google, le cure “fai  da te” non sono l’unico rischio: che uso si fa dei dati delle ricerche?

Dr Google, le cure “fai da te” non sono l’unico rischio: che uso si fa dei dati delle ricerche?

Roma, 2 dicembre – Test hiv, controindicazioni del farmaco per il cuore, cure per il cancro: in materia di salute, al dottor Google si chiede ormai “la qualunque” , per la disperazione di molti medici, sempre più spesso alle prese con pazienti che hanno già provveduto a diagnosticarsi di tutto e di più: I camici bianchi si difendono come possono, anche con iniziative spiritosamente dissuasive, come quella di avvisi “mirati” ai pazienti: significativo, a volerlo prendere per buono, il cartello appeso sulla porta di uno studio medico fotografato e postato su Facebook, che invitava i pazienti che già si erano fatti una diagnosi con Google a tornare dal medico soltanto dopo una verifica con Yahoo.it.

Al di là delle facezie, resta il fatto che  cresce esponienzialmente il numero di persone che cerca sui motori di ricerca informazioni sulla salute propria e dei propri cari. E il cercare un’informazione sul web via Google o altri motori di ricerca, è cosa nota (anche se non ci si pensa più di tanto) non è un’azione neutra e priva di effetti: il dato di quel che cerchiamo, infatti, rivela un interesse, se non proprio una necessità, e in materia di salute ciò si trasfroma in un dato sensibile che  può finire, solo per fare a un esempio, alle compagnie di assicurazione. Senza che gli inconsapevoli frequetatori del dottor Goggle lo sappiano.

Sul tema torna opportunamente un articolo di blitzquotidiano.it, che – mettendo insieme alcune notizie dafonti diverse (Wall Street Journal, Financial Times, The Atlantic, Ansa) torna a puntare il dito su una criticità stigmatizzata appunto da un’inchiesta del WSJ,  secondo cui Google avrebbe raccolto segretamente decine di milioni di cartelle cliniche di pazienti, con tanto di loro nomi, di oltre 2.600 ospedali americani nell’ambito di un progetto automatico chiamato Nightingale (usignolo, in inglese, ma il riferimento, probabilmente, è alla Florence che “inventò” la professione infermieristica):

In particolare grazie alla collaborazione con Ascension, un fornitore di servizi sanitari americano, Google avrebbe (o perlomeno avrebbe avuto) l’intenzione di realizzare uno strumento di ricerca per professionisti di ambito medico che, proprio grazie ai dati elaborati con l’apprendimento automatico, potrebbe fornire suggerimenti su prescrizioni, diagnosi e i medici ai quali i pazienti dovrebbero rivolgersi, spiega The Atlantic. E tutto secondo la legge: il progetto, infatti, non violerebbe le attuali normative americane sulla privacy.

Un’altra inchiesta, questa volta del Financial Times, ha evidenziato che non solo Google, ma anche Amazon e Microsoft raccoglierebbero i dati che gli utenti inseriscono su alcuni siti sanitari. E già semplicemente il fatto che un utente acceda a un determinato sito da un determinato luogo e magari clicchi su certe pubblicità, osserva l’articolo di blitzquotidiano.it,  fornisce a Google moltissime informazioni che nessun utente avveduto, con ongi probabilità, vorrebbe dare, tanto meno ignorando l’uso che ne verrà fatto e in assenza di qualsivolgia contropartita.

La questione, secondo blitzquotidiano.it,  sembra particolarmente urgente in Italia. Al 14° Forum Risk management in sanità è emerso che solo il 20% delle strutture sanitarie pensa alla conservazione dei dati sanitari. Il dato, allarmante, è emerso dalla tavola rotonda “Cybersecurity e privacy in sanità”, che ha messo in evidenza la necessità di un cambio di passo per garantire una vera innovazione del sistema informatico e di conservazione dei dati.

“La trasformazione digitale deve essere accompagnata da una migliore e più efficiente organizzazione aziendale” ha detto nell’occasione  Massimo Annicchiarico, dg del San Giovanni Addolorata di Roma. “L’ innovazione digitale viaggia almeno quattro volte più veloce rispetto a quella che interessa i nuovi modelli organizzativi. Pensiamo che oggi gli investimenti digitali riguardino soltanto la manutenzione dei sistemi e non lo sviluppo. Ciò deve farci riflettere, perchè si tratta di un processo lento che contrasta con episodi allarmanti: la scorsa settimana 50 milioni di utenti statunitensi di Google sono stati derubati dei dati sulla loro salute”.

Per Enrico Desideri, presidente della Fondazione Gutenberg, si dovrebbe “pensare al cloud sanitario come punto di arrivo, stop ai singoli sistemi informatici aziendali, serve formazione del personale e un’efficace comunicazione ai cittadini perché si crei la percezione di un sistema di raccolta e conservazione sicuro”.

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