Mmg e farmacie rurali: “Più risorse per i servizi sanitari delle aree interne”

Mmg e farmacie rurali: “Più risorse per i servizi sanitari delle aree interne”

Roma, 6 dicembre – Mentre sta per concludersi  (la firma definitiva è attesa prima di Natale) la lunga vicenda del rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro dell’area sanità (dirigenza medica, veterinaria, sanitaria, ivi compresi i dirigenti delle professioni sanitarie) per il triennio 2016/2018, i medici rilanciano subito e cominciano a parlare del contratto 2019-2021.

Lo ha fatto una della sigle di settore, la Confederazione sindacale medici e dirigenti (Cosmed), che in convegno tenutosi  due giorni fa, dedicato proprio alle questioni contrattuali, ha evidenziato le “manchevolezze” del Ccnl appena rinnovato, mettendo a fuoco gli obiettivi che bisogna necessariamente mettere nel mirino e portare a casa. Il più gettonato è quello degli incentivi ai medici nelle cosiddette “aree interne”, le aree marginali più difficili da coprire, dove i professionisti in camice bianco non  vanno a lavorare perché mancano le condizioni minime di sostenibilità economica (che si aggiungono ai comprensibili disagi di operare in ambiti difficili e svantaggiati) e  per le quali non sono previste forme di ristoro né di supporto.

Il risultato, inevitabile, è  il fenomeno, in atto da tempo, di vera e propria smobilitazione dei servizi sanitari di base, con la chiusura di studi medici nei piccoli centri e conseguenze evidenti per le comunità che vi vivono, costituite in prevalenza da anziani costretti a fare chilometri e chilometri per raggiungere un medico.

Il contratto appena firmato non prevede alcuna misura compensativa finalizzata al mantenimento di studi nelle zone montane e più interne del Paese, nonostante i tentativi di inserirla, tutti rimbalzati contro il muro di una disposizione legislativa (l’articolo 23 comma 2 della Legge Madia) che stabilisce un tetto invalicabile per tutti i fondi accessori, stabilendo il principio che gli aumenti contrattuali possono essere applicati soltanto alle voci fisse dello stipendio.

Una norma che il segretario aggiunto di Cosmed, Aldo Grasselli, nel corso del convegno di due giorni fa, ha chiesto a gran voce di eliminare: “Assistiamo a una sorta di schizofrenia legislativa” spiega il dirigente sindacale. “Da più parti si continua a dire che è necessario incrementare le parti di salario accessorio, cioè le parti variabili dello stipendio proprio per incentivare la professionalità, la performance e la qualità del lavoro, dall’altra parte si firma un contratto riconoscendo aumenti salariali del 3,48%, grosso modo l’equivalente dell’inflazione, che nei fatti non rappresentano nemmeno un vero e proprio aumento stipendiale. Ci  chiediamo perché si continui a mantenere in vita l’articolo 23 comma 2 della legge Madia, del tutto in contrasto con l’ipotesi di aumentare le parti variabili del salario”.

Per Grasselli, invece, sono proprio le quote accessorie del salario che bisogna aumentare. “C’è necessità che il governo stabilisca una sua strategia anche in termini di efficienza della contrattazione pubblica” spiega il segretario aggiunto di Cosmed. “Fare i contratti non significa elargire qualche soldino in campagna elettorale ma vuol dire anche regolare i contratti e mettere in condizione i lavoratori di avere dei criteri sensati, efficienti, moderni e soprattutto di avere delle regole molto chiare in un contesto di federalismo sanitario”.

La richiesta di Grasselli è chiara: abrogare l’articolo 23 comma 2 della Legge Madia: “Non ha più alcuna utilità, non ha generato alcun risparmio perché di fatto provoca distorsioni applicative in tutti i territori e soprattutto porta molti vincoli all’autonomia delle Regioni” spiega il sindacalista “impedendo loro di reclutare il personale e di pagarlo in modo differenziato laddove ci siano delle aree marginali più difficili da coprire e dove quindi è necessario immaginare che i medici che vanno a lavorare nei distretti meno ambiti abbiano in qualche modo un ristoro. Questo deve essere considerato plausibile e se questo comma rimane non si può fare».

La tematica tocca da vicino anche altri presidi sanitario essenziali, le farmacie, che in molte, troppe località del Paese sono ormai rimaste gli unici avamposti di salute rimasti sul territorio e che – ovviamente – hanno gli stessi problemi di sostenibilità lamentati dai medici.

Anche in questo caso, gli incentivi economici al servizio sono  – per usare un eufemismo – assolutamente carenti: le misure di sostegno, le cosiddette “indennità di residenza”, pur previste da norme nazionali, sono declinate a livello regionale in un quadro di eterogeneità che non è in alcun modo giustificato da ragioni plausibili e che porta alle situazioni più disparate sotto ogni profilo: dall’entità del contributo alle modalità della sua corresponsione. Ci sono Regioni che, per stabilire ed erogare l’indennità, adottano soltanto il parametro della popolazione (Calabria) e altre che invece prevedono due distinte erogazioni commisurate a popolazione e fatturato (Abruzzo e Basilicata) e c’è chi, ancora, utilizza soltanto il fatturato come criterio per  misurare la condizione di disagio.

Varia ovviamente  (anche di molto) il quantum dei contributi, che arrivano a 16mila in Molise (per le farmacie in centri fino a 600 abitanti e con fatturato sotto i 150 mila euro),  passano attraverso i 12.500 dell’Emilia Romagna (per le farmacie fino a 200mila euro di fatturato) e si fermano ai quattromila della Sardegna e i tremila “secchi” della Puglia.

Una Babele priva di giustificazioni alla quale bisognerebbe porre fine attraverso la razionalizzazione delle discipline regionali: obiettivo, questo, sul quale è da tempo impegnato il Sunifar, il sindacato dei farmacisti rurali guidato da Silvia Pagliacci (nella foto), che un anno e mezzo fa ha approvato una proposta per definire, sulla base di una griglia di quattro parametri (fatturato, popolazione, distanza dal capoluogo e turni di notte effettuati in un anno) un sistema di punteggi diretto a misurare l’indice di disagio delle farmacie rurali, con l’obiettivo di discuterla in sede di trattativa con la Sisac per il rinnovo della convenzione farmaceutica.

Una strada che però si annuncia oggettivamente difficile: Anche per questo Sunifar ha cercato alleanze importanti, come quella con l’Uncem, l’Unione nazionale comuni ecomunità enti montani, con la quale ha sottoscritto nello scorso mese di luglio un protocollo d’intesa finalizzato a sollecitare interventi volti a promuovere la presenza di attività economiche e di servizi socio-sanitari accessibili ed efficienti nei piccoli comuni montani, per garantire standard di vita dignitosi ai loro abitanti tutto l’anno e non solo durante la stagione turistica (per quelle località che ce l’hanno, una stagione turistica).

In particolare, l’intesa Sunifar-Uncem prevede di adottare ogni possibile iniziativa per garantire nei centri montani la presenza continuativa dell’ambulatorio medico e per mettere le piccole farmacie in condizione di continuare ad erogare il servizio farmaceutico e ampliare le prestazioni offerte sul territorio. Saranno attivate campagne congiunte di prevenzione ed educazione alla salute su temi di stretto interesse per le popolazioni delle comunità montane, che coinvolgeranno in prima linea le farmacie.

Uncem e Sunifar fissano alcune condizioni indispensabili: è fondamentale che la farmacia dispensi tutti i farmaci Ssn, evitando che i malati e i loro familiari debbano spostarsi per raggiungere Asl e ospedali dove ritirare i farmaci erogati con la distribuzione diretta. Ed è non meno essenziale che le piccole farmacie siano messe in condizione di continuare a offrire servizi di prevenzione, di prestazioni di prima istanza, di front office, di telemedicina, come previsto dalla normativa sulla farmacia dei servizi.

Non solo: il protocollo sottolinea che le farmacie devono avere la possibilità concreta di essere punti di riferimento sul territorio in caso di emergenza, effettuando piccole medicazioni e utilizzando al bisogno i defibrillatori. Ancora, devono poter rappresentare riferimento certo per indirizzare il cittadino nella scelta della struttura Ssn più adatta al suo problema di salute o per guidarlo nello svolgimento di pratiche burocratiche, soprattutto se si tratta di una persona anziana con difficoltà di mobilità.

Si tratta di servizi assolutamente vitali, in piccole comunità spesso difficili da raggiungere e costituite in prevalenza da anziani, ma che possono essere assicurati solo in una cornice di sostenibilità economica che nella maggior parte dei casi oggi non c’è e che va dunque garantita. Servono le risorse per farlo, a supporto delle farmacie, e queste risorse – come hanno sottolineato a chiare lettere  Pagliacci e Marco Bussone, il presidente di Uncem, non possono che arrivare da impegni precisi delle istituzioni.  “I servizi sui territori sono possibili se stringiamo sempre di più dei patti fra pubblica amministrazione e privati”   affermò Bussone in occasione della firma dell’accordo.  Il problema è che i patti non basta sottoscriverli, bisogna rispettarli, in particolare quando prevedono l’esborso di risorse. E questo non sempre accade, quando a doverlo fare è la pubblica amministrazione.

 

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