NutriScore, dubbi italiani, Speranza chiede a Ue di riaprire dialogo su etichette nutrizionali

NutriScore, dubbi italiani, Speranza chiede a Ue di riaprire dialogo su etichette nutrizionali

Roma, 10 dicembre  – Frenare su NutriScore, la nuova etichetta nutrizionale “a semaforo” sulla quale sembrano convergere molti Paesi e che la multinazionale svizzera Nestlè già sta adottando per i suoi prodotti distribuiti in Europa. Lo ha chiesto ieri il ministro Roberto Speranza alla nuova commissaria europea alla Salute Stella Kyriakides (nella foto), nel corso di un incontro tenutosi ieri a Bruxelles in occasione del Consiglio dei ministri della Salute.

“Le ho consegnato le perplessità e le preoccupazioni italiane sul sistema dell’etichettatura dei prodotti alimentari” informa il titolare della sanità italiana. “La proposta sul cosiddetto sistema Nutriscore è fondata su valutazioni parziali e fuorvianti, poiché esprime un giudizio nutrizionale sul singolo prodotto senza tenere conto del suo inserimento nel quadro di una dieta complessiva bilanciata per ciascun individuo. In tal modo si mette in discussione la dieta mediterranea e i suoi benefici, scientificamente dimostrati, sulla salute delle persone. Sullo stesso tema, in una serie di importanti incontri bilaterali con i ministri della Salute presenti, ho trovato interlocutori pronti all’ascolto e sensibili alla riapertura del dialogo su basi nuove“.

L’etichetta nutrizionale NutriScore, come anticipato, potrebbe comparire anche sui prodotti distribuiti dalla multinazionale svizzera Nestlè nel nostro Paese (dove al momento non è utilizzata). Ipotesi che, qualche mese fa, ha dato origine a diverse polemiche. In Francia, ma anche in Belgio, Svizzera e Spagna le autorità sanitarie nazionali già raccomandano il sistema, che classifica gli alimenti con cinque colori e altrettante lettere da A a D secondo il loro contenuto di ingredienti, dividendoli tra  ‘buoni’ (fibre, frutta) e ‘cattivi’ (grassi, zuccheri). Le etichette nutrizionali perseguono l’obiettivo di aumentare la consapevolezza dei consumatori sulle caratteristiche del cibo che si accingono a comprare.

Nel 2018 la rivista Nutrients, a seguito di un’indagine sulle differenze tra le varie tipologie di etichette, indicò nella NutriScore  la più chiara ed efficace rispetto alle altre opzioni. Il criterio alla base di NutriScore è semplice: l’ etichetta fornisce un punteggio nutrizionale utilizzando un “semaforo” composto da cinque spazi con lettere e colori (A verde, B verde chiaro, C giallo, D arancione, E rosso). I prodotti sono divisi  in cinque categorie, sulla base del punteggio attribuito valutando la quantità di nutrienti contenuti in 100 grammi di prodotto, distinguendo tra componenti buoni e negativi.  Quelli buoni “a prescindere” sono frutta, verdura, noci, fibre e proteine, mentre quelli negativi (sempre a prescindere) sono grassi saturi, zucchero, sodio e calorie.

Di etichette nutrizionali  sui prodotti alimentati, argomento ostico come pochi altri, si discute a livello europeo ormai da anni, da quando, nel 2014,  il Regno Unito adottò un’etichetta a semaforo. Nei Paesi del Nord Europa il tentativo di etichettatura nutrizionale ha invece privilegiato un sistema di classificazione positiva, con l’adozione dell’etichetta keyhole, utilizzata in Svezia, Norvegia e Danimarca, che ha solo il verde, a indicare prodotti salutari, riconosciuti sulla base di precisi requisiti. Ma nel corso degli anni anche molte grandi aziende, come Coca Cola, Unilever e Pepsi, hanno cercato di proporre delle loro ipotesi di etichette alternative, senza trovare però risultati soddisfacenti.

NutriScore, come già riferito,  da qualche tempo sembra essere la proposta di etichetta nutrizionale in pole position per un’adozione su scala europea, anche grazie alla spinta arrivata dalla Francia, che scelse l’etichetta tra quattro diverse tipologie, dopo una sperimentazione iniziata nel settembre 2016 e durata 10 settimane in 60 punti vendita di quattro regioni francesi. Secondo il governo di Parigi, NutriScore, che segnala anche la presenza di componenti “buoni” per la salute come frutta o legumi, si è rivelata più efficace a informare in modo equilibrato in consumatori.

In attesa che la Commissione europea pubblichi un rapporto che faccia chiarezza su queste etichette nutrizionali semplificate, la decisione avant-garde di adottare Nutri-Score da parte di aziende come Nestlé  e la prospettiva che etichette di questo tipo possano essere utilizzate anche per i prodotti  commercializzati in Italia ha scatenato diverse polemiche anche nel nostro Paese. A insorgere contro la sua eventuale adozione, ritenendo questo sistema di etichettatura  “ingannevole e sbagliato” è stata in primo luogo la Coldiretti. “Il sistema di etichettatura a semaforo è fuorviante, discriminatorio e incompleto” insorse nel giugno scorso il presidente Ettore Prandini “perché finisce per escludere paradossalmente dalla dieta alimenti sani e naturali che da secoli sono presenti sulle tavole per favorire prodotti artificiali di cui in alcuni casi non è nota neanche la ricetta. Si rischia – precisò  ancora Prandini – di promuovere cibi spazzatura con edulcoranti al posto dello zucchero e di bocciare elisir di lunga vita come l’ olio extravergine di oliva considerato il simbolo della dieta mediterranea, ma anche specialità come il Grana Padano, il Parmigiano Reggiano ed il prosciutto di Parma le cui semplici ricette non possono essere certo modificate. È inaccettabile spacciare per tutela del consumatore un sistema che cerca invece di influenzarlo nei suoi comportamenti” concluse il presidente di Coldiretti “orientandolo a preferire prodotti di minore qualità anche perché  l’ equilibrio nutrizionale va ricercato tra i diversi cibi consumati nella dieta giornaliera e non certo sullo specifico prodotto”.

Argomentazioni in larga parte riecheggiate nella richiesta rivolta ieri alla commissaria Kyriakides dal ministro Speranza, che al momento collocano il nostro Paese tra quelli che ritengono necessario un supplemento di valutazioni prima di adottare decisioni su una materia che ha evidenti implicazioni non solo sanitarie ma anche economiche.

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