Relazione Cnel, Italia Paese europeo con le più grandi differenze tra le Regioni

Relazione Cnel, Italia Paese europeo con le più grandi differenze tra le Regioni

Roma, 13 gennaio – Se è vero (e lo è) che il sistema sanitario italiano si colloca tra i migliori del mondo, non è meno vero che la realtà della sanità italiana è fatta anche di pesanti disparità che si registrano all’interno del Paese nell’offerta di servizi, nei tempi di attesa e nelle differenze territoriali. Situazione che inficia, e non poco, il lusinghiero piazzamento del nostro sistema di salute sullo scacchiere internazionale. Dove, se brilliamo per ampiezza di copertura e inclusività, ci distinguiamo per essere il Paese europeo con le più marcate differenze tra  le Regioni, per la bassa spesa sanitaria pro-capite (655 euro all’anno) e per la tutt’altro che eccellente situazione in materia di innovazione tecnologica.

Sono solo alcuni dei dati che emergono dalla Relazione 2019 al Parlamento e al Governo sui livelli e la qualità dei servizi offerti dalle Pubbliche amministrazioni centrali e locali a imprese e cittadini, realizzata dal Cnel, il Consiglio nazionale dell’Economia e del Lavoro, ente di rilievo costituzionale (è infatti previsto dall’art. 99 della Carta) scampato all’abolizione nel dicembre del 2016 con il fallito referendum costituzionale proposto dal governo Renzi ma ancora nel mirino del parlamento dove non manca chi (in prima fila il M5S) continua a puntare alla sua soppressione, nonostante negli ultimi tempi l’ente abbia prodotto diverse iniziative, studi, rapporti e almeno due proposte di legge.

La relazione sarà presentata nella Sala del Parlamentino della sede dello stesso Cnel, in Lubin, nel cuore di Villa Borghese, il prossimo 15 gennaio alle 10.   Apriranno i lavori Tiziano Treu, presidente Cnel (nella foto)  e Fabiana Dadone, ministra per la Pubblica amministrazione.

Tra le principali evidenze messe a fuoco dalla Relazione Cnel 2019, il livello medio basso del Paese in materia di digitalizzazione, che lo colloca tra gli stati non-consolidated eGov, cioè coloro che non sfruttano appieno le opportunità fornite dalle tecnologie digitali. La situazione però si rovescia nelle amministrazioni centrali dello Stato, che hanno raggiunto punte di eccellenza e consentono la gestione online della quasi totalità dei procedimenti amministrativi di propria pertinenza: come nel caso dell’Agenzia delle Entrate, l’Inps e l’Agenzia delle Dogane, che rappresentano esempi concreti di un’efficace interazione con cittadini e imprese attraverso i propri siti web.

Il divario Nord-Sud, tranne poche eccezioni, è sempre più accentuato. Il costo maggiore che pesa su cittadini e imprese riguarda i servizi amministrativi (205 euro pro capite, con un aumento del +0,6%), i servizi legati all’istruzione impegnano mediamente 681 euro per ciascun residente sui bilanci degli enti comunali, i servizi del sociale costano 77 euro pro capite (-1%).

Il dato più critico è rappresentato è rappresentato però dagli asili nido, che – tranne pochi casi virtuosi – sono ancora sottodimensionati rispetto alle reali esigenze delle famiglie e vedono diminuire gli investimenti, rappresentando anche uno dei maggiori ostacoli alla conciliazione dei tempi di vita e lavoro delle donne.

In Italia operano 12.874 istituzioni pubbliche nelle quali prestano servizio quasi 3 milioni e mezzo di lavoratori, compresi i dipendenti pubblici in servizio all’estero (ambasciate, consolati, istituti di cultura, ecc.) e le forze armate e di sicurezza (pari a quasi 500.000 unità). Il quadro complessivo che emerge è sempre quello di un’amministrazione “in movimento” soprattutto grazie al graduale diffondersi dei processi di digitalizzazione all’interno dell’amministrazione pubblica che risulta però ancora troppo appesantita, come continuano a segnalare gli indicatori della Banca Mondiale da una eccessiva complessità di regole e di percorsi procedurali che si traducono non solo in meri aspetti di inefficienza della gestione amministrativa ma, soprattutto, in oneri significativi sulla vita delle imprese e dei cittadini.

Da circa 25 anni, il Cnel concentra la sua attenzione sulla necessità di misurare con più attenzione l’attività amministrativa o, con linguaggio più attuale e oggi più diffuso, le politiche pubbliche. Per rendere il miglioramento delle performance pubbliche utile all’incremento del benessere degli utenti, degli stakeholder e, in generale, dei cittadini, occorre cambiare il paradigma di valutazione dell’azione pubblica: bisogna far uscire le performance dal loop adempimentale e autoreferenziale, contrastando la “sindrome del 100%” delle performance individuali, spostando il baricentro verso rinnovate performance organizzative e finalizzando entrambe verso l’orizzonte del Valore Pubblico.

È quello che ha provato a fare il Cnel con la Relazione 2019 introducendo alcune importanti novità metodologiche. Rispetto alle precedenti edizioni questa è caratterizzata da tre novità molto importanti: un’analisi dettagliata delle performance a livello comunale, resa possibile grazie al contributo congiunto dell’Università di Bologna e della Banca dati Sose di OpenCivitas; un focus sulle strategie di trasformazione digitale  con riferimento ai processi di innovazione delle amministrazioni pubbliche, ottenuto grazie al supporto di Sogei; la valutazione dell’implementazione di politiche orientate alla sostenibilità, in base agli indicatori di Benessere Equo e Sostenibile, Bes (ideati dal Cnel con il supporto dell’Istat nel 2013) e dell’insieme contiguo delle misurazioni legate ai Sustainable Development Goals connessi alla strategia 2030 delle Nazioni Unite.

Alla stesura della Relazione hanno collaborato tra gli altri Mef,  Ministero della Salute, Ministero della Giustizia, Dipartimento della Funzione pubblica, Banca d’Italia, Istat, Sogei, Cnr, Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Soee, Anci e le Università di Bologna e di Ferrara.

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