Milleproroghe, in materia di sanità restano in campo pochi emendamenti

Milleproroghe, in materia di sanità restano in campo pochi emendamenti

Roma, 24 gennaio – Com’era ampiamente prevedibile, il setaccio a maglie strette dell’esame di ammissibilità ha rappresentato un ostacolo insormontabile per due terzi dei circa 150 emendamenti in materia di sanità presentati al ddl di conversione del Decreto Milleproroghe, all’esame della Camera con il numero C 2325.

La V Commissione Bilancio, nel valutare le proposte emendative, si è attenuto a un rigido criterio di pertinenza, ritenendo ammissibili soltanto quelle riferite alla proroga di termini (anche già scaduti) previsti da disposizioni di rango legislativo e  quelle “strettamente connesse e consequenziali a disposizioni, diverse da quelle recanti proroghe, previste nel testo del decreto-legge”.

Un filtro che potrebbe rivelarsi insormontabile per  gli emendamenti a firma di Andrea Mandelli, primo tra i quali quello volto a  eliminare il  “famigerato” divieto di cumulo di professioni previsti dall’art. 102 del Tuls, sostituendolo con una nuova norma che (se approvata) consentirebbe in caso di conseguimento di più lauree o diplomi, l’esercizio cumulativo delle corrispondenti professioni o arti sanitarie, con la sola eccezione dei professionisti abilitati alla prescrizione di medicinali.

Le porte potrebbero essere sbarrate anche per l’emendamento relativo all’equiparazione dei farmacisti specializzandi al trattamento contrattuale di formazione specialistica riconosciuto agli specializzandi medici  e per quello che prevedeva l’obbligo per le Regioni e le Province autonome di distribuire in Dpc nelle farmacie territorali i medicinali della diretta, “per i quali non esistano esigenze di controllo ricorrente da parte della struttura pubblica, secondo condizioni, modalità di remunerazione e criteri stabiliti nei vigenti accordi convenzionali stipulati con le organizzazioni maggiormanete rappresentative delle farmacie”.

Pochi, fin qui,  gli emendamenti ammessi al prosieguo della discussione sul Ddl n. 2325 di stretto interesse per il settore farmaceutico: si segnala quello, all’art. 25, dei deputati di Leu Michela Rostan, Stefano Fassina e Federico Fornaro, sulla valutazione scientifica dell’impatto ambientale dei farmaci veterinari, che prevede l’istituzione di un apposito fondo (tre milioni di euro) presso il ministero della Salute per “procedere alla valutazione scientifica dell’impatto ambientale dei farmaci veterinari e di produrre i rapporti di valutazione relativi all’immissione in commercio dei farmaci stessi, nonché al potenziamento e aggiornamento della banca dati per la completa tracciabilità dei medicinali veterinari nell’intera filiera distributiva”.

Gli stessi deputati di Liberi e uguali sono firmatari di un altro degli emendamenti passati: si tratta di quello volto a correggere l’art. 5 del ddl 2325, allo scopo di intervenire sulla Legge di Bilancio 2017 per fa sì che sia prorogato (per una sola vota) di 12 mesi il requisito di innovatività per i farmaci contro l’epatite C.

Tra i 52 emendamenti “sanitari” ammessi, spiccano poi la stabilizzazione del personale precario dell’Aifa, la proposta di finanziare la ricerca di metodi di ricerca alternativi alla sperimentazione animale stanziando risorse aggiuntive, l’incremento dello 0,02% della quota del Fondo sanitario nazionale destinato alla ricerca, l’avvio sperimentale di uno screening gratuito per la prevenzione ed eradicazione dell’epatite C, la proposta di aumento delle risorse per l’assistenza ai bambini affetti da malattia oncologica e, ancora, l’inserimento di  nuovi requisiti per l’iscrizione all’Albo nazionale dei Direttori generali.

Il consueto “assalto alla diligenza” al Milleproroghe nel tentativo di introdurre misure che con il merito stretto del provvedimento non hanno granchè a che fare, al dunque, è ancora una volta sostanzialmente fallito, anche se resta ancora da valutare (e seguire la sorte) degli emendamenti al provvedimento presentati dallo stesso governo a trazione Pd-M5S. Tra i quali, secondo le anticipazioni filtrate ieri sulla stampa, due sono decisamente rilevanti e destinati a far discutere.

Il primo, volto a rimodulare i tetti di spesa per la farmaceutica, lascerebbe inalterata la misura del tetto complessivo (14,85% del Fsn) ma rivedendo  in aumento la quota del limite di spesa per gli acquisti diretti, come chiedono da tempo le sigle dei produttori dei farmaci, che passerebbe nel 2020 dall’attuale 6,69 al 7,13%, con la conseguente e corrispondente diminuzione della spesa territoriale dall’attuale 7,96 al 7,52%.  Uno spostamento di risorse  che a qualcuno potrebbe apparire piccolo  (0,44%) ma che in realtà vale circa 500 milioni, sottratti alla spesa convenzionata. Un mezzo miliardo cruciale, che – se la misura passasse – suonerebbero come un de profundis per la proposta di nuova remunerazione delle farmacie  inviata al Governo da Federfarma e Assofarm lo scorso autunno con grande clamore mediatico (e della quale, però, le sigle delle farmacie non forniscono ormai da tempo alcun aggiornamento).

Quella proposta, infatti, secondo i calcoli effettuati da Federfarma porterebbe a una remunerazione complessiva per le farmacie di oltre 2,5 miliardi di euro, contro i 2,25 miliardi del margine complessivo calcolato per le farmacie nel 2018. Un incremento, quindi, di circa 300 milioni di euro, per il quale – anche se è pleonastico esplicitarlo – la sorte sarebbe segnata, se l’emendamento governativo di cui si è appena detto passasse: 500 milioni di decremento di una voce di spesa, per le inflessibili leggi dell’aritmetica, rendono infatti del tutto impossibile trovare capienza per un incremento di 300 milioni.  Per la nuova remunerazione, dunque,  bisognerebbe fare punto a capo e rivedere tutti i conti.

Ma c’è un altro emendamento governativo di stretto interesse per la professione farmaceutica, che interviene sulle disposizioni della Legge Lorenzin sui  mandati per i Consigli direttivi e i Comitati centrali degli Ordini e delle Federazioni professionali. La questione riguarda il divieto di candidatura fissato dalla legge per chi abbia già due mandati consecutivi nelle posizioni di vertice alle spalle: il limite parte da qui in poi (e quindi dalle prossime elezioni ordinistiche) o invece si riferisce a una condizione oggettiva dei candidati e quindi chi ha già due o più mandati alle spalle non è comunque candidabile?

Una recente sentenza della Corte Costituzionale, la n. 173 del 10 luglio 2019, che interviene su una fattispecie del tutto sovrapponibile  (anche se, è doveroso precisarlo, si esprime su un’altra legge, quella che regola l’elezione dei componenti dei consigli degli Ordini circondariali forensi) guida verso la seconda interpretazione. Nei passaggi fondamentali di quella pronuncia, infatti, la Corte conferma il valore costituzionale della norma concernente il divieto di superare i due mandati consecutivi, respingendo ogni possibile censura sia sotto il profilo della limitazione del diritto di elettorato attivo e passivo, sia per la rilevanza altrettanto primaria che attribuisce all’esigenza di ricambio verticistico degli enti esponenziali della professione, soggetti dalle funzioni amministrative e non di rappresentanza politica della categoria.

Tra gli altri passaggi, la Consulta osserva che la ratio del divieto alla ricandidatura è preordinato “a evitare la formazione e la cristallizzazione di gruppi di potere” o quantomeno “a limitarne l’eventualità, mediante il ricambio delle cariche elettive e la salvaguardia della parità delle voci”. 

Per quanto riguarda poi la questione più specifica dell’interpretazione di quando scatti il divieto, la Consulta osserva che esso non ha carattere retroattivo, come peraltro già affermato (sempre a proposito della legge sugli Ordini forensi) dalle sezioni unite della Corte di Cassazione, perché “non attiene al piano diacronico della retroattività (in senso proprio) degli effetti, ma a quello fisiologico della applicazione ratione temporis della norma stessa”. In altre parole, la norma che introduce il divieto non regola in modo nuovo fatti del passato ma dispone “per il futuro”, ed è solo in questa prospettiva che attribuisce da subito rilievo di requisito negativo al doppio mandato consecutivo espletato prima della ricandidatura.

Traducendo in termini ancora più semplici, chi ha già due mandati consecutivi alle spalle, secondo la Consulta, non è candidabile per un terzo, almeno per quanto riguarda la professione forense. Sembrerebbe però che il Governo, con un suo emendamento, voglia intervenire in senso del tutto opposto, chiedendo che i due mandati consecutivi siano conteggiati solo a partire dalle prossime elezioni dei vertici ordinistici. Una divaricazione che l’esecutivo, se mai l’emendamento venisse davvero presentato, vorrà e saprà certamente spiegare, quale che sia il suo esito.

 

 

 

 

 

 

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